TERMOLI. Per decenni hanno dominato il profilo della costa cittadina, sospesi tra gli scogli e il mare, protagonisti silenziosi della vita della marineria termolese. Oggi dei trabucchi restano soprattutto le immagini, i ricordi e qualche struttura sopravvissuta al tempo e alle mareggiate. Ma dietro quelle antiche macchine da pesca si nasconde una storia molto più grande di quanto si possa immaginare. Una storia fatta di famiglie, lavoro, ingegno e sacrifici che Giovanni De Fanis ha deciso di ricostruire nel volume “Trabucchi a Termoli (1879-2026)”, presentato all’Ecclesia Mater davanti a studiosi, appassionati e rappresentanti della storica famiglia Marinucci. Un lavoro che nasce dall’esigenza di colmare una lacuna nella memoria cittadina e che, per la prima volta, mette ordine in quasi centocinquant’anni di vicende legate ai trabucchi termolesi.
«I trabucchi non li scopriamo oggi», ha esordito De Fanis. Una frase che racchiude il senso dell’intera ricerca. Perché se oggi queste strutture vengono spesso associate all’immagine turistica della costa adriatica, per generazioni sono state qualcosa di completamente diverso: uno strumento di lavoro, una fonte di reddito e uno dei simboli più autentici dell’identità marinara della città.
Lo studioso termolese, giornalista e autore di numerose pubblicazioni dedicate alla storia locale, ha spiegato di aver scelto un approccio differente rispetto a quello seguito finora da altri ricercatori. Gli studi tecnico-scientifici sui trabucchi esistono già e descrivono materiali, tecniche costruttive e caratteristiche architettoniche. Meno conosciuta, invece, è la storia degli uomini che li hanno costruiti e utilizzati. «Mi sono concentrato sulla macchina, sul lavoro e soprattutto sui marinai protagonisti di questa vicenda», ha spiegato.
Da qui prende forma un racconto che parte molto più lontano di quanto si credesse. Una delle scoperte più significative riguarda infatti un atto notarile del 1793 che documenta l’acquisto di terreni costieri e che, secondo De Fanis, consente di anticipare di diversi decenni le origini della presenza dei trabucchi a Termoli. Una scoperta maturata grazie alle intuizioni dello storico Costantino Felice e ulteriormente confermata dagli studi successivi. Se fino a ieri la storia dei trabucchi termolesi sembrava appartenere quasi esclusivamente all’Ottocento e al Novecento, oggi appare evidente che le sue radici affondano molto più indietro nel tempo.
La ricerca racconta poi l’evoluzione di queste strutture lungo la costa cittadina. Dalla fine dell’Ottocento fino alla metà del Novecento il numero dei trabucchi cresce progressivamente, accompagnando lo sviluppo della marineria locale. Nel libro vengono censiti quindici impianti documentati, ognuno con la propria storia, le proprie famiglie e le proprie vicende. Una ricostruzione che restituisce dignità a un patrimonio spesso raccontato soltanto in modo frammentario.
Ma è quando De Fanis parla della vita quotidiana dei trabuccanti che il racconto assume un valore particolare. Perché il trabucco non era semplicemente una rete sospesa sul mare. Era un mestiere che richiedeva osservazione continua, esperienza e conoscenza profonda dell’ambiente marino. Il pescatore doveva saper leggere le correnti, interpretare il comportamento dei pesci, individuare i momenti migliori per la pesca e osservare costantemente ciò che accadeva davanti alla rete.
Tra gli episodi recuperati nel corso della ricerca c’è quello di un vecchio trabuccante che raccontava le strategie messe in atto dai pesci per sfuggire alla cattura, una testimonianza che restituisce l’idea di quanto fosse complesso quel lavoro. Un’attività che non consentiva distrazioni. De Fanis ha ricordato anche il racconto di un pescatore che, dopo pranzo, rinunciava perfino a concedersi una breve pennichella per non perdere il momento giusto della pescata. Bastava una distrazione e il mare poteva portarsi via il lavoro di un’intera giornata.
I trabucchi erano imprese economiche a tutti gli effetti. «Avere un trabucco era quasi conveniente quanto possedere una paranza», ha spiegato De Fanis. Una considerazione che aiuta a comprendere il peso economico che queste strutture ebbero nella storia cittadina. Garantivano reddito a numerose famiglie e consentivano di lavorare senza affrontare i rischi della pesca in mare aperto. Per questo motivo molti pescatori investirono risorse e competenze nella loro costruzione.
La ricerca restituisce anche l’immagine di una costa completamente diversa da quella che conosciamo oggi. Attraverso fotografie storiche emerge una Termoli in cui i trabucchi sembravano quasi nascere naturalmente dagli scogli. «Facevano parte del loro habitat naturale», ha osservato De Fanis, sottolineando come quelle strutture si integrassero perfettamente con il paesaggio costiero e con il Borgo Antico.
Particolarmente affascinante è il racconto del primo trabucco realizzato sotto il convento di Sant’Antonio. Una sorta di “casa-bottega” collegata direttamente all’abitazione dei pescatori. Una scala conduceva dal borgo alla scogliera e da lì, attraverso una passerella, si raggiungeva la piattaforma. Tutta la vita familiare ruotava attorno a quella struttura. Non era soltanto un luogo di lavoro ma il centro di un’economia domestica che coinvolgeva più generazioni.
Nel corso del Novecento i pescatori termolesi arrivarono persino a costruire da soli i propri trabucchi. Una capacità che De Fanis considera uno dei grandi meriti della marineria locale. Gli ultimi impianti realizzati a Termoli nacquero proprio grazie all’esperienza diretta dei pescatori, senza il supporto di maestranze esterne.
La presentazione del libro è stata anche l’occasione per parlare del futuro dei trabucchi. De Fanis ha ricordato le trasformazioni che negli ultimi decenni hanno modificato queste strutture e le polemiche legate all’ampliamento delle piattaforme. Un tema che si intreccia con la tutela del paesaggio e con la necessità di preservare il valore storico di questi manufatti.
A chiudere l’incontro è stato l’intervento di Paolo Marinucci, discendente della famiglia che più di ogni altra è legata alla storia dei trabucchi termolesi. La sua testimonianza ha trasformato la ricostruzione storica in una vicenda personale e familiare. Proprio dalla famiglia Marinucci nasce infatti la proposta di intitolare l’attuale Passeggiata dei Trabucchi a Felice Marinucci (1824-1891), indicato come il primo costruttore documentato di un trabucco a Termoli nel 1879.
Paolo Marinucci ha ricordato come la storia della propria famiglia sia indissolubilmente legata a quelle strutture. «Se oggi sono qui è grazie a quel trabucco», ha spiegato in sostanza, ripercorrendo la genealogia familiare e il ruolo che la pesca ha avuto nel garantire sostentamento alle generazioni successive. Dai figli di Felice Marinucci si sviluppò infatti una tradizione destinata a segnare per oltre un secolo la storia della costa termolese.
I ricordi personali si sono intrecciati con quelli collettivi. Il trabucco della Banchinella, associato alla figura di Pasqualino Marinucci, è stato evocato come uno degli ultimi impianti realmente funzionanti, ancora dotato delle antenne e della capacità di alzare e abbassare la rete. Un luogo che per anni è stato punto di incontro di pescatori, professionisti, cittadini e curiosi. «Sul trabucco erano tutti uguali», ha ricordato Paolo Marinucci, descrivendo quelle piattaforme come una sorta di piazza sul mare dove le differenze sociali scomparivano davanti alla passione comune per il mare.
È forse questa l’immagine più bella che emerge dalla presentazione del libro di Giovanni De Fanis. I trabucchi non come semplici manufatti da conservare o attrazioni da fotografare, ma come luoghi di vita. Strutture che hanno dato lavoro, costruito famiglie, alimentato relazioni e contribuito a definire il carattere stesso di Termoli. Una memoria che rischiava di disperdersi e che oggi trova finalmente una ricostruzione organica in un volume destinato a diventare un punto di riferimento per chiunque voglia comprendere davvero una delle pagine più affascinanti della storia marinara cittadina.
EB




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