Erri De Luca: “Non nego i massacri di Israele, ma ho un problema di vocabolario: uso solo le mie parole”


Insieme alla modella Inès de la Fressange lei ha scritto “L’età sperimentale”, un dialogo sull’invecchiamento non come declino, ma come una fase nuova e attiva?
«Per me l’età sperimentale è la vecchiaia. Sono ancora un novizio della vecchiaia, ma sono ufficialmente vecchio. L’ho capito quando una signora sull’autobus mi ha ceduto il posto, e io le ho detto che non era necessario perché scendevo alla fermata successiva, anche se non era vero. Ti capita di sentirti chiedere: “Fai ancora arrampicata? Vai ancora in montagna?”. Io rispondo: “Ancora”».

Lei è un appassionato della montagna. Perché tre anni fa, a 73 anni, ha fatto una scalata senza attrezzature di sicurezza?
«Sulla parete della roccia non prendo precauzioni perché mi fa stare bene. Mi permette di ottenere la calma totale e la concentrazione perfetta. È ovvio che mi espongo a rischi, ma l’età sperimentale è l’età del rischio. Non faccio progetti di longevità, il mio obiettivo è vivere il presente il più intensamente possibile. Ogni giorno ha il diritto di essere l’ultimo, ma lo tratto come se fosse il penultimo».

Fa anche esercizi mentali, si alza presto per leggere e tradurre dall’ebraico antico o fare altro?
«Mi sono imposto una disciplina più rigida. L’ho imparata dalla mia vita di operaio, che ho fatto per 20 anni. La vecchiaia è l’età della disciplina, devi tenere insieme tutto, mente e corpo. Gioco di più, leggo di più: se dovessi descrivere me stesso direi che sono innanzitutto un lettore. Leggo più di quanto scrivo; leggo in diverse lingue e questo migliora il mio vocabolario italiano».

Sbaglio o con l’età si gode di più la vita?
«Continuo a pormi gli stessi limiti: non sono mai stato in un night, non ho mai fumato, non mi sono drogato. Però sono più attento alle piccole cose, ai dettagli, alle persone e ai loro comportamenti più che alle loro idee. Aver fatto volontariato nelle guerre, in Bosnia e ora in Ucraina, mi aiuta a restare sul piano terra della vita reale».

A un festival letterario a Gerusalemme lei ha dichiarato a un giornale israeliano: “Sono un sionista e a Gaza non è in corso un genocidio”. Questo ha provocato una grande polemica, e lei è stato invitato a cancellare la sua prolusione al Festival letterario di Salerno.
«A qualcuno può sembrare che io neghi i massacri. Non è così. Mi sono trovato nel mezzo delle guerre e la parola che mi è salita alle labbra è stata massacro. Io ho un problema di vocabolario: posso usare solo le mie parole, non quelle degli altri. Quando sento dire che l’Italia è stata invasa dagli stranieri, rispondo che l’invasione è un esercito che entra in territorio altrui, come la Russia ha fatto in Ucraina, ma non si può parlare di invasione di persone non armate, che arrivano alla spicciolata, che sono donne o bambini».

Cosa significa per lei essere sionista?
«Semplicemente riconoscere lo Stato di Israele. Mi rendo conto che oggi sionismo è una parola disprezzata perché associata con la politica di questo governo del centrodestra religioso. Ma l’Olp nel 1993 ha riconosciuto lo Stato d’Israele e tolto l’appello a eliminarlo dalla sua Costituzione. Chi si proclama sostenitore della Palestina deve capire che l’idea di distruggere Israele non è condivisa da tutti i palestinesi. La cosa più grave è l’espansionismo, che non è sionismo: è l’espansione in Giudea e Samaria di centinaia di migliaia di nuovi “coloni”, con insediamenti che continuano a togliere terra ai proprietari legittimi».

Hamas, Hezbollah, l’Iran, vorrebbero che Israele non esistesse.
«Credo che l’unica soluzione siano i due Stati. Oggi sembra difficile, ma l’impossibile accade spesso. Credo che oggi essere realisti significhi credere nei miracoli».

Crede che gli scrittori debbano essere liberi di scrivere quello che vogliono, o devono essere “engagé” come dicono i francesi?
«No, non lo credo. Racconto storie ambientate nella mia epoca, nel diabolico XX secolo, che ha sradicato persone in migrazioni, distrutto vite, messo i figli contro i padri. I russi dicono che “a tagliare la foresta volano le schegge”, e io racconto le storie di queste schegge, le piccole vite di individui che hanno resistito alla grande oppressione. Sono storie, con dentro il bene e il male. Il ritorno della guerra in Europa, con l’invasione dell’Ucraina, mi ha spinto a comprare, insieme ad altri, un furgone di seconda mano per portarci aiuti. Lo faccio come persona e cittadino, non come scrittore».

Molti la definiscono un uomo di sinistra. Cosa pensa del fatto che all’improvviso la sinistra sia contro Israele e la destra a favore?
«Si cambia schieramento secondo quello che conviene. È una questione di opportunismo. Per me, il punto rimane lo stesso: Israele deve restare o venire spazzata via? Perché se deve restare, sono d’accordo con loro, e chi è favorevole all’eliminazione di Israele tifa Hamas. Però non lo dicono, si nascondono dietro gli slogan. Pensano di rappresentare l’intero popolo palestinese, ma non è così».

Viviamo in un’epoca sperimentale?
«No, viviamo in un’epoca di grande confusione. Il 25 aprile di quest’anno, le bandiere ucraine sono state rimosse dal corteo per la festa della liberazione. Le bandiere di una nazione che sta dando prova di un eroismo incredibile per non soccombere alla più grande invasione in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Mao Zedong diceva che “Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente».

In cosa assomiglia al cantautore Francesco De Gregori?
«Una coincidenza temporale inintenzionale, su due piani: lui ha detto di stare difendendo la sua indipendenza di artista e di non voler farsi coinvolgere, mentre io ho difeso alcune parole scomode. Quello che può fare uno scrittore è diventare uno strumento per amplificare la voce di coloro che faticano a farsi ascoltare. È quello che uno scrittore può fare dopo aver scritto bene. De Gregori scrive bene le sue pagine, non vuole fare altro e ha tutto il diritto di pensare così».

Le parole sono fondamentali per uno scrittore.
«È per questo che cerco di difenderle, le parole mie e quelle degli altri».



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 Alain Elkann

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