L’istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute della United Nations University (Canada) il 3 giugno ha pubblicato uno studio sulle conseguenze per l’ambiente dell’Intelligenza Artificiale. Sono 56 pagine, ma poche frasi bastano a farsene un’idea.
La bolletta della AI
«Lanciata nel 2022, ChatGPT ha superato il milione di utenti in 5 giorni e 100 milioni di utenti in meno di due mesi. Al momento (primavera 2026) si stima che ChatGPT elabori 2,5 miliardi di richieste al giorno. Il cinese DeepSeek, lanciato nel gennaio 2025, ha attirato più di 20 milioni di utenti attivi al giorno entro tre settimane. Per l’addestramento dei modelli si stima che la continua fase di inferenza utilizzata per generare le risposte per miliardi di interazioni arrivi a pesare tra l’80 e il 90% per cento dell’energia totale utilizzata dalla AI. Una tipica richiesta testuale a ChatGPT richiede circa 200 volte più energia della classificazione di un testo (ad esempio un filtro per la posta indesiderata). Generare immagini e video sono, ovviamente, attività ancora più energivore».
Non bandire ma governare
Questi dati dovrebbero indurci a un uso dell’Intelligenza Artificiale più consapevole, e quindi più eticamente corretto. È chiaro che l’AI entrerà sempre di più in tutte le attività umane. Non si tratta di bandirla ma di governarla. Il primo passo è capire le proprietà di ChatGPT, Gemini, DeepSeek e degli altri grandi modelli linguistici (LLM) per applicarli quando realmente sono utili. Qui, per esempio, vedete un disegno fatto da Gemini su mia precisa richiesta. Spero di non aver fatto consumare troppa energia…
Una non-intelligenza?
Riguardo alle implicazioni morali della AI, l’autorità di riferimento è Luciano Foridi, professore presso le università di Yale e di Bologna, padre dei concetti di infosfera e iper-storia, autore di “Etica dell’intelligenza artificiale” (2022) e di “Il nodo etico. Informazione e valori nella società digitale” (2026), entrambi pubblicati da Raffaello Cortina, nonché di “La differenza fondamentale” (Mondadori, 2025). Il messaggio di Floridi è netto: con una semplificazione estrema, l’Intelligenza Artificiale per lui è una non-intelligenza. Natura, meccanismi, prodotti della AI non hanno nulla di comparabile con ciò che noi chiamiamo intelligenza nell’uomo (e negli altri animali). Liberiamoci dunque da paure infondate e impariamo a convivere con la AI, magari leggendo, di Sonia Montefiore, “AI come ansIA” (Apogeo, 214 pagine, 20 euro), un saggio costruito sotto forma di interviste a una serie di esperti.
Come la calcolatrice
Che ChatGPT e le sue cugine siano in realtà delle “non-intelligenze” non significa che siano stupide. Possono essere funzionali nel nostro lavoro come lo è la calcolatrice da tavolo, benché essa di matematica non sappia niente. Guido Saracco, Politecnico di Torino, in “Alleati digitali” (Laterza) assume appunto questo atteggiamento pragmatico: usiamo l’AI in modo utilitaristico, senza miti né astratte elucubrazioni. Di una opinione simile è Cristiano De Mei, autore di “AI Alleanze Intelligenti” (Guerini Next, 222 pagine, 25 euro), che nella prima parte del suo libro assume il compito di spiegare i meccanismi della AI e nella seconda insegna a usarla in modo da ricavarne risultati migliori.
Provocazione
Floridi afferma che la AI «non rappresenta la capacità di riprodurre l’intelligenza umana ma la capacità di farne a meno». È vero, tuttavia questa non è l’impressione di chi la usa. Un vecchio amico, brillante professore universitario, qualche giorno fa mi ha telefonato sconvolto dalle prestazioni della versione a pagamento di ChatGPT nel giudicare la qualità di paper scientifici e nel generare testi di valutazione come farebbe un revisore umano. «Se va avanti così – ha concluso – tra un paio di anni noi cosiddetti intellettuali ce ne andiamo tutti a casa». Come fa una macchina stupida, un LLM, a sembrare così intelligente?
Emergere, parola-chiave
Il punto cruciale – chiarisce Cristiano De Mei – sta nelle “proprietà emergenti” dei grandi modelli linguistici. “Emergere” è la parola-chiave della complessità. Una singola ape non è intelligente, ogni ape ha un ruolo preciso, che varia in base alla casta e all’età: l’ape regina garantisce la riproduzione deponendo fino a 3000 uova al giorno, i fuchi fecondano la regina, le operaie (fra cui le bottinatrici) svolgono gli altri compiti. Il vero organismo intelligente è l’alveare che “emerge” da questa complessità. Altrettanto si può dire della “intelligenza distribuita” di un formicaio. Ancora: un singolo atomo non ha una “temperatura” misurabile, la temperatura è una grandezza fisica che emerge da un grande numero di particelle e dal loro moto caotico. La vita “emerge” dal combinarsi di molecole via via più complesse.
I neuroni di Jennifer Aniston
Un singolo neurone non è intelligente, lo è la rete di miliardi di sinapsi che costituisce il cervello (ma nel 2005 fece scalpore tra i neuroscienziati osservare in un soggetto sperimentale volontario che davanti a una foto dell’attrice Jennifer Aniston si attivava una specifica popolazione di neuroni dell’ippocampo; nel 2012 si scoprì che gli stessi neuroni si accendevano anche solo leggendo o pensando il suo nome. Oggi si parla dei “neuroni di Jennifer Aniston” ma ovviamente riguardano il riconoscimento di tutti i volti, non solo quello dell’attrice).
Competenze emergenti
Tornando ai Grandi Modelli Linguistici, si nota una improvvisa impennata di alcune competenze all’aumentare della complessità del modello. La massa critica di un modello linguistico oltre la quale diventa “creativo” (tra molte virgolette) è intorno a mille miliardi di parametri – quelli raggiunti da ChatGPT nel 2023. Le competenze emergenti sono il ragionamento contestuale (capacità di generalizzare un concetto a partire da pochi esempi), la risoluzione di problemi frazionandoli in più passaggi, la gestione del feedback e dell’errore al fine di correggerlo. «Le capacità emergenti nell’AI generativa – segnala De Mei – rappresentano una frontiera entusiasmante e complessa della ricerca. Se da un lato offrono possibilità promettenti per applicazioni future, dall’altro sollevano importanti questioni etiche e filosofiche».
Somma e moltiplicazione
In definitiva, Ai e intelligenza umana sono e sempre rimarranno irriducibilmente diverse. Così diverse da sembrare incompatibili. Tuttavia, «se usate assieme nel modo corretto, non si sommano. Si moltiplicano». È questa l’”alleanza intelligente” proposta da Cristiano De Mei, quella che ha sconvolto il mio vecchio amico, l’intellettuale raffinato e creativo che teme di dover “andare a casa”.
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Piero Bianucci
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