Pasquale Preziosa ha avuto i gradi di Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica fra il 2013 e il 2016. Vista con gli occhi di oggi, un’era geologica fa. Le regole di ingaggio sono però le stesse di allora: da un lato la solidarietà fra i Paesi Nato, dall’altro il confine delle scelte nazionali. «Per autorizzare voli di attacco contro l’Iran occorreva il Parlamento. Lo scontro su Sigonella prova che l’Italia ha scelto di non partecipare ad attacchi offensivi verso l’Iran».
Generale, il segretario generale della Nato Mark Rutte dice che l’Italia ha autorizzato cinquecento voli verso l’Iran. Sta dicendo che l’Italia ha partecipato alla guerra e non l’ha detto agli italiani?
«Assolutamente no. Il numero dei voli partiti dalle basi italiane non determina automaticamente il livello di coinvolgimento dell’Italia nell’operazione. E’ necessario distinguere fra supporto logistico, previsto dagli accordi Nato, e la partecipazione diretta alle operazioni militari. Quest’ultima non c’è stata. Dalle basi italiane non è partito nessun velivolo per azioni cinetiche, ovvero di attacco all’Iran. Io stesso, quando ero ai vertici dell’Aeronautica, ho autorizzato missioni di questo tipo, in base a quanto deciso dal governo».
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Cinquecento voli però sono tanti. Possibile che nessuno di questi avesse missioni offensive?
«Non conta quanti aerei decollano, semmai perché decollano, e in base a quali regole di ingaggio. Il caso dei voli non autorizzati da Sigonella dimostra che questa distinzione è fondamentale. Dirò di più: all’inizio di quel conflitto agli americani fu detto da subito che i voli dalle nostre basi sarebbero stati autorizzati solo in base alle norme in vigore. Se si fosse trattato di attacchi cinetici, non sarebbe stato possibile farli partire, perché privi di un voto parlamentare».
Perché allora Rutte ha fatto questa dichiarazione? Malizia?
«Ce lo siamo chiesti tutti. La prima ipotesi è l’imminenza del vertice Nato del 7 e 8 luglio: Rutte avrebbe in qualche modo voluto sottolineare alla controparte americana che gli alleati europei hanno fatto tutto quel che è previsto dalle regole di ingaggio della Nato. Come a dire: non è del tutto vero sostenere – come ha fatto Donald Trump – che non c’è stata solidarietà fra alleati. Credo e spero Rutte volesse dire questo».
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Ci sono stati però Paesi come la Spagna che hanno negato del tutto l’uso delle basi. Non è così?
«La Spagna, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, ciascuno ha gestito il caso a modo suo. Noi abbiamo operato con saggezza e buon senso».
Dunque quando Trump sostiene che l’Italia non avrebbe aiutato gli Stati Uniti non dice fino in fondo la verità. È così?
(Preziosa prende qualche secondo e cerca un libro, ndr). «Di recente ho riletto un saggio di Hannah Arendt, molto bello, che consiglio a tutti. Si intitola “Verità e politica”. Cito testualmente: “Nessuno ha mai dubitato che verità e politica siano in rapporti cattivi l’una con l’altra. Nessuno ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Trump appartiene a questa categoria di politici, per cui verità e politica non vanno d’accordo».
A proposito di verità e politica. Giorgia Meloni in Parlamento ha detto che l’Italia ha raggiunto il 2,8 per cento nella spesa militare in rapporto al Pil. Però in quel 2,8 per cento il governo ha conteggiato tutte le spese per la sicurezza, anche quelle interne legate all’Arma dei Carabinieri. Il dato è corretto?
«L’obiettivo del cinque per cento in dieci anni preso con la Nato andrà rispettato, per quel che ne capisco l’Italia è l’unico fra i grandi dell’Unione nel quale la gran parte dei cittadini credono ancora quel riarmo non sia da fare. Mi permetto una battuta: nel nostro Paese il pensiero strategico è ancora in vacanza».
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Insomma, per lei gli zero virgola non contano, l’obiettivo a cui tendere è quello. È così?
«Il fatto di esserci mossi dal due per cento scarso non è banale. La domanda da farsi dopo la lunga e mai risolta guerra in Ucraina, e poi quella con l’Iran, è semplice: abbiamo fatto tesoro delle esperienze? Siamo in grado oggi di difendere il nostro Paese nel caso in cui una minaccia esterna dovesse farsi concreta? Se non ci saremo attrezzati all’evenienza, il due per cento sarà stato insufficiente, e dunque inutile. Le ultime analisi geopolitiche dicono che le guerre in corso non finiranno a breve, anzi permarranno a lungo. Direi che siamo entrati in un’era di conflittualità permanente, esterna ed interna. Guardi a quel che succede tutti i giorni in città come Marsiglia».
Stiamo per entrare nel secondo tempo della seconda presidenza Trump. Lei crede che dopo di lui chiunque siederà alla Casa Bianca chiederà all’Europa di difendersi da sé dalle minacce esterne?
«Non ho dubbi al riguardo. Durante il suo primo mandato Trump si disse contrario alla nascita di un esercito europeo, ricordo lo disse apertamente ad Emmanuel Macron. Oggi il suo messaggio è: arrangiatevi. Siamo entrati in un nuovo mondo, e mi rendo conto che farlo capire agli italiani sia difficile. Dove andremo a finire Dio solo lo sa, di certo dobbiamo essere preparati a quel momento. L’Europa deve dotarsi di un sistema industriale e di difesa autonomo, capace di sviluppare un modello di intelligenza artificiale proprio. Senza tutto questo saremo preda di altri».
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Alessandro Barbera
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