L’intelligenza artificiale non è più soltanto una questione tecnologica. Sta ridefinendo modelli produttivi, processi decisionali, infrastrutture e relazioni economiche, ponendo interrogativi che riguardano sempre più da vicino la sicurezza, la competitività e la sovranità dei Paesi. È attorno a questi temi che si è sviluppato il confronto ospitato nella Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica durante il convegno “Italia digitale: sicurezza e sovranità nell’era dell’AI”, promosso da Pilat & Partners su iniziativa della senatrice Domenica Spinelli e con il patrocinio di Geopolitica.info.
A moderare il dibattito è stato Riccardo Pilat, CEO di Pilat & Partners, che ha guidato il confronto tra rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e delle imprese attorno alle principali sfide poste dall’intelligenza artificiale e dalla trasformazione digitale.
Ad aprire i lavori è stato il videomessaggio della senatrice Spinelli, che ha richiamato il dibattito europeo sulla governance dell’intelligenza artificiale e la necessità di accompagnare l’innovazione con regole condivise, competenze adeguate e tutela della persona. Un tema che ha attraversato tutti gli interventi: come governare una tecnologia che evolve più rapidamente delle normative e delle strutture organizzative chiamate a gestirla.
Secondo Fabio Bisogni, presidente dell’Università degli Studi Internazionali di Roma (Unint), la sfida principale non riguarda più l’adozione dell’intelligenza artificiale, ma la capacità di utilizzarla in modo consapevole. Oggi, ha spiegato, non basta formare professionisti specializzati nelle discipline Stem: servono competenze interdisciplinari che integrino tecnologia, economia, diritto, sociologia e scienze umane. Una necessità resa ancora più urgente dalla crescente carenza di figure qualificate nel settore della cybersicurezza, che in Europa conta centinaia di migliaia di posizioni ancora scoperte.
Anche Silvia Compagnucci, vicepresidente di I-Com, ha sottolineato come la questione delle competenze rappresenti uno dei principali ostacoli alla diffusione dell’intelligenza artificiale nelle imprese. I dati mostrano una crescita significativa nell’utilizzo di questi strumenti, ma l’adozione resta spesso frammentata e priva di una strategia integrata. Il rischio, ha osservato, è che l’AI venga utilizzata come semplice supporto operativo senza una reale trasformazione dei processi aziendali e senza una governance adeguata.
La sovranità digitale passa dalla cultura
Tra gli interventi più articolati, quello di Fortunato Costantino, direttore Human Resources, Legal & Corporate Affairs di Q8 Italia, ha spostato il dibattito dal piano tecnologico a quello culturale e geopolitico.
Secondo Costantino, l’errore più comune è considerare l’intelligenza artificiale come un semplice strumento tecnico. In realtà, ha sostenuto, l’AI rappresenta una nuova infrastruttura di potere capace di influenzare comportamenti, processi decisionali e dinamiche sociali. Il rischio non riguarda soltanto la dipendenza tecnologica, ma una forma più sottile di dipendenza cognitiva.
“Oggi deleghiamo sempre più spesso alle macchine attività che richiedono elaborazione e interpretazione”, ha osservato. Una tendenza che può generare fenomeni di “delega semantica” e “scarico cognitivo”, riducendo progressivamente la capacità critica degli individui. In altre parole, il pericolo non è che le macchine pensino al posto nostro, ma che ci abituiamo a smettere di farlo.
Costantino ha inoltre evidenziato come la maggior parte dei modelli di intelligenza artificiale oggi utilizzati in Europa sia sviluppata e controllata da grandi aziende statunitensi o cinesi. Una condizione che, a suo giudizio, pone un problema di sovranità digitale ancora poco compreso. “Regoliamo tecnologie costruite da altri”, ha spiegato, sottolineando come l’Europa disponga di norme avanzate, ma non di una reale autonomia tecnologica e computazionale.
Per questo motivo, ha aggiunto, la vera priorità dovrebbe essere la costruzione di una diffusa cultura digitale. Prima ancora degli investimenti in infrastrutture o capacità di calcolo, servono strumenti culturali che consentano a cittadini, imprese e istituzioni di comprendere il funzionamento dell’intelligenza artificiale e i suoi impatti economici, sociali e democratici.
Dalle imprese alla ricerca: la sfida dell’innovazione
Il confronto si è poi spostato sulle applicazioni concrete dell’intelligenza artificiale nei sistemi produttivi. Massimo Dodoni, managing director di Daf Veicoli Industriali, ha raccontato come l’AI stia trasformando il settore della logistica e dei trasporti, rendendo i veicoli sempre più connessi e integrati all’interno di catene logistiche globali.
Nei mezzi industriali di ultima generazione, ha spiegato, convivono decine di sistemi software e centinaia di componenti digitali che raccolgono e scambiano dati in tempo reale. Una trasformazione che aumenta efficienza e sicurezza, ma che rende centrale anche il tema della cybersicurezza. La protezione dei dati e delle infrastrutture digitali diventa infatti un elemento essenziale per garantire la continuità operativa di intere filiere economiche.
Dodoni ha inoltre richiamato l’attenzione sul tema della guida autonoma e sul ritardo con cui regolamentazione e sistemi assicurativi stanno cercando di adattarsi a innovazioni che sono già disponibili dal punto di vista tecnologico. Una dinamica che mostra quanto sia difficile mantenere allineati sviluppo tecnologico e governance.
Sul ruolo della ricerca pubblica è intervenuto Guido De Angelis di Enea, sottolineando l’importanza di sviluppare tecnologie sicure, trasparenti e orientate all’interesse collettivo. Pierfrancesco Breccia ha invece richiamato il percorso europeo verso una maggiore sovranità digitale e la tutela dei diritti fondamentali nel nuovo ecosistema tecnologico. Guido Lucarelli ha portato l’esperienza di applicazioni dell’intelligenza artificiale già operative nei servizi pubblici, mentre Alessandro Savini ha ricordato come l’Italia sia oggi tra i Paesi europei più avanzati nell’allineamento all’AI Act.
A tracciare la sintesi del confronto è stato Riccardo Pilat, che ha richiamato l’importanza di mantenere una guida umana, critica ed etica nei processi di trasformazione digitale. Una riflessione condivisa da molti dei relatori: la vera sfida non è soltanto adottare nuove tecnologie, ma sviluppare la capacità di governarle. Perché in un contesto in cui dati, algoritmi e infrastrutture digitali stanno diventando asset strategici, la competitività di un Paese dipende sempre più dalla qualità delle sue competenze, dalla solidità delle sue istituzioni e dalla sua autonomia decisionale. L’intelligenza artificiale può rappresentare un potente fattore di crescita, ma soltanto se accompagnata da una visione che mantenga al centro il ruolo dell’uomo e la capacità di esercitare un controllo consapevole sull’innovazione.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Caterina Teodorani
Source link



