Sincero!, il nuovo album di Rareș pubblicato per Panico Dischi, che ripercorre la fenomenologia di una rottura: undici brani che raccontano una separazione. L’artista racconta l’erosione lenta di un legame, attraverso la rabbia e la gratitudine che si provano nel tentativo di lasciare andare. Lo fa con una scrittura asciutta e precisa, dentro un disco che guarda alla forma primitiva delle emozioni, con arrangiamenti suonati e una voce che resta sempre vicina a parole semplici e chiare, quelle dei bambini.
Nato in Romania, cresciuto in Veneto, passato da Bologna e oggi di base a Milano, Rareș costruisce un lavoro che tiene insieme riferimenti lontani — dal minimalismo di Steve Reich al cantautorato di Lucio Battisti, passando per il folk sporco degli AJJ e le trame ipnotiche dei Khruangbin — senza mai perdere una leggerezza che lega le tracce dell’album.

Quando nasce la tua passione per la musica?
È una cosa su cui riflettevo proprio l’altro giorno: degli amici parlavamo dell’arte nelle loro famiglie. Nonostante non sia mai diventata una cosa grande per i miei genitori, io sono figlio di un papà musicista e una mamma che ha sempre scritto prosa, nonostante poi in realtà i miei abbiano fatto i camerieri e un sacco di altri lavori per campare, soprattutto una volta arrivati in Italia e hanno mollato tutta la cosa d’arte.
Quindi è una passione di famiglia!
Penso che la musica e lo scrivere sia sempre stato parte della mia famiglia, nonostante poi non sia mai stato nobilitato come atto. Il mio primissimo ricordo ce l’ho da minuscolo. Che poi in realtà la cosa divertente, la cosa che mi ha portato alla musica è stato Guitar Hero 3. Quando ero piccolo piccolo con questo controller di plastica io suonava la chitarra e mi divertiva. Allora ho detto sai che c’è? Proviamo a suonare quella vera. E quindi niente, ho iniziato a suonare la chitarra, mi vergognavo di cantare.
Quando eri piccolo pensavi di voler fare il musicista di professione?
Ero molto appassionato in una in un modo quasi da film, dicevo voglio fare il cantante, voglio essere famoso, e poi è nato un rapporto molto più intimo con questa cosa, tanto che adesso sono pronto a lasciarlo andare come lavoro. Nel senso che non mi interessa proprio nulla del mercato lavorativo, anzi. Insomma è un rapporto molto personale con questa cosa che mi fa stare bene, che a volte rifiuto e voglio lasciare per sempre. A volte invece mi sento molto grato che sia la mia quotidianità, è un rapporto quasi come con una persona. Da piccolo volevo fare la rockstar.
Strano perchè di solito prendiamo le distanze dalle passioni dei nostri genitori…
Forse ciò che mi ha salvato è che loro non hanno mai né insistito perché io facessi qualcosa in particolare, né tanto meno hanno avuto tempo di coltivare queste cose di fronte a me. Adesso si stanno rilassando e stanno cogliendo un po’ i frutti del loro lavoro. Fino a qualche anno fa si sono spaccati la schiena per dare tanto a me e mio fratello. Quella per l’arte e la musica è una passione che mi hanno trasmesso naturalmente. Sono molto grato per questa cosa, l’ho capito proprio qualche settimana fa che l’arte era già a casa.
Pur essendo giovane hai già vissuto in molti posti diversi. Sei nato in Romania, poi ti sei spostato a Mestre, poi Bologna e ora Milano. Nei tuoi brani rientrano i ricordi di questi luoghi?
Beh intanto è una cosa che ho esplorato molto nel passato recente: mi sono accorto che anche quando ero molto piccolo in Romania in realtà anche lì ho girato molto. Abbiamo cambiato diverse case. Sono cresciuto un po’ in campagna, un po’ in città e ho un ricordo di almeno tre case. Una cosa che ho esplorato anche dopo la parentesi dove vivevo con i miei, dai 19 anni in poi. Ho fatto un po’ di turismo annuale, città che ho vissuto per dei motivi, però questa cosa sicuramente ha influenzato tanto non solo la scrittura di per sé, quanto la persona che sono, la costruzione della mia vita.
Spostarsi come stile di vita?
Io mi sento molto tranquillo e sereno con uno zaino in spalla, sento di poter performare meglio nella mia vita quando quando sono in viaggio, questa cosa la sento moltissimo. Questa cosa c’è anche nella musica. In qualche modo il fatto di non star fermi, volente o nolente vedo che tira fuori di me un lato buono, nel senso che sono capace, sono lucido, sono sul pezzo e sono più attivo. Quindi sì, cambiare, cambiare posto geografico mi ha sempre fatto del bene e secondo me è stato un elemento importante anche musicalmente, solo non in maniera esplicita.
Cioè?
Non ti posso dire che ho conosciuto un musicista in una determinata città, non ho una storia proprio di viaggio che lega le due cose. Però sai a Bologna sono andato a fare il Conservatorio, e ancora prima di finirlo ho iniziato a frequentare molto Torino e Milano. Poi in qualche modo ho iniziato ad andare in tour con i dischi prima, che erano tour piccoli, però anche quello ha fatto molto. A Milano ci sono finito per sbaglio, a differenza di tanti altri, anche se comunque per motivi molto belli. Mi sento abbastanza ramingo.
Per assurdo il tuo primo album “Curriculum Vitae” è uscito in un momento storico in cui non si poteva viaggiare, durante la pandemia.
È stato brutto perché lavorando al disco per tutta l’estate prima non è che vai a pensare che l’anno sarebbe successa una delle più grandi tragedie del mondo moderno. Forse come te e come tanti altri non ho ricordi di quei mesi, so solo che ho la percezione che quel disco “sia andato male”, ma poi mi rendo conto che in quel contesto mondiale niente poteva andare bene. Lo vivo come come un disco di prova, avevo fatto diversi concerti ma erano tutti seduti, col green pass, con la mascherina. Non lo so, io quel disco non l’ho sentito, non lo so, non posso parlarne secondo me, perché c’erano tanti altri problemi in quel momento. Sono dovuto tornare da Bologna, sono andato a Venezia. Quindi come è stato? È stato brutto, sinceramente. O meglio è stato talmente virtuale che non è stato.
E invece come nasce questo nuovo album?
Come nasce tutto: nasce da me che ero convinto che non avrei più fatto dischi. Con “Femmina” che è il mio disco di prima, che ha una radice completamente diversa. Sentivo di aver dato, ero tranquillo, ero convinto che non avrei avuto altro da dire. E però quasi subito ho scritto “Sincero”, che è la prima canzone che ho scritto, la “vecchina” del disco, quella più antica. “Sincero” e “I gatti” le ho scritte proprio a un giorno di distanza. E ho pensato forse questa roba non è finita. Il rapporto di cui ti dicevo prima: mi piace fare musica, ma è anche molto una materia molto viva, cioè comunque esprimersi artisticamente è stancante e soprattutto non sempre hai qualcosa da dire. “Sincero” l’ho scritta nel maggio 2023. Era appena uscito “Femmina”, e quindi era veramente strano, non sapevo che cosa stavo scrivendo. Si chiamava “Sincero” ed era una cosa forte per me il fatto di provare a interrogarsi sulla sincerità, e provare a essere qualsiasi cosa questo voglia dire. E quindi è rimasto un po questo titolo, poi è cambiato. Per un periodo volevo chiamarlo “Hobby”.
Perchè?
Stavo girando per Venezia e avevo trovato questo graffito molto bello, forse ho ancora la foto da qualche parte, non l’hanno mai cancellato comunque. Era tipo “Non farlo per hobby, fammi vedere che ti brucia dentro”. E io leggendo ‘sta roba ho pensato: cringe. Quindi volevo fare un disco con quel graffito in copertina che si chiamasse “hobby”. Però mi sembrava una provocazione inutile, cioè con chi me la stavo prendendo? L’idea originale era quella di confrontarmi con me stesso, e con il tema della sincerità che credo sia un fondamento delle relazioni umane e che spesso, viene messa in secondo luogo, perché a volte è comodo che sia così. E basta. Però la sincerità porta tantissime cose belle.
Perchè nell’album hai scelto di mettere tre intermezzi “Intro”, “Un fiore” e “Fine”?
Sono brani che esaltano il punto di vista dei bambini. Quel bambino di cui si sente la voce, in particolare, è un bambino a cui tengo molto, è il figlio di mio fratello. Mi sono accorto di sentire fortemente che volevo coinvolgere la mia famiglia, volevo lasciare un lascito della mia famiglia in questo disco in maniera non razionale e poi guardando la galleria ho capito che questa manifestazione dei piccoli intanto contiene una forma di amore diversa dall’amore affettivo relazionale. E poi era una bellissima manifestazione di un altro tipo di amore, un amore che può offrirti una famiglia, che può offrirti un bambino, che può offrirti un animale, ossia un amore disinteressato che non passa per dei codici romantici. Per me è stato bellissimo inserire questa cosa, perché mi ha dato un altro spunto di lettura, un modo di dire che l’amore è un’altra cosa, può essere un’altra cosa. L’amore di un bambino è puro, ha solo solo bisogno di te, ma non ti ama in quanto ha bisogno di te. Ti ama in quanto tu sei lì, e lui prova delle cose che non può filtrare e quella cosa lì per me è spiazzante e meravigliosa. È importantissimo per me che le letture rimangano aperte perché se no diventa una cosa biografica ed è noiosa. A nessuno frega un cazzo della mia vita, ed è giusto così. Non è importante quello che io ho vissuto, è importante quello che che riesco a mettere sul tavolo per me che ho scritto e per per la persona che vuole ascoltare.
In questo album ti distanzi dalla musica elettronica, una scelta diversa dai tuoi lavori precedenti. Come mai?
Noi abbiamo un po’ questa costruzione che gli strumenti della band canonica quindi batteria, basso, chitarra e voci magari un po’ di fiati e pianoforte siano degli strumenti più semplici, più leggibili. È esattamente il gioco a cui ho deciso di giocare. Ho scelto questi strumenti perché volevo stare alle mie stesse regole, e dire “ok questi sono gli strumenti che noi tutti come codice come umanità abbiamo deciso essere lo standard, e allora usiamoli come scheletro del disco”. E nonostante io sia innamorato della musica elettronica, nonostante l’abbia studiata e fatta, credo che ci siano delle cose che comunicano più facilmente.
Hai presentato il disco al Miami, e hai descritto questo momento come se fosse il primo giorno di scuola di un figlio. Tra poco comincerà il tour, come ti senti?
Mi sento estremamente grato perché vedo che non sono più una persona che ha iniziato quel lavoro, che non sono più io, e sono molto felice di guardarmi indietro e di aver completato tutto il lavoro che dovevo portare a termine. Sono stati tre anni molto lunghi, molto belli. Adesso abbiamo scritto il live. È una festa, quindi mi sento veramente grato, sia a me stesso, sia alle persone che ci sono state lungo il percorso. Non vedo l’ora di suonarlo, mi sento bene.
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Le prossime date del tour estivo di Rares:
03.07 Bologna – Montagnola Republic
10.07 Modena – Crocetta Festival
11.07 Santa Sofia (FC) – Rumors Fest
24.07 Rapolano Terme (SI) – TvSpenta dal Vivo
25.07 Ome (BS) – Diluvio Festival
31.07 Sala Consilina (SA) – Fritz Festival
08.08 Rivello (PZ) – Polifonie Music Festival
09.08 Decollatura (CZ) – Lyra Music Fest
22.08 Marina Romea (RA) – Bagno Polka
1X.09 Trento – XXXXXX Festival
20.09 Roma – Romaeuropa Festival
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Emma Besseghini
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