TERMOLI. Non più soltanto sale operatorie e tecniche chirurgiche avanzate. Oggi il futuro della medicina passa attraverso un intreccio sempre più stretto tra robotica, intelligenza artificiale, analisi dei dati, sostenibilità sanitaria e formazione delle nuove generazioni di specialisti. Un futuro che al San Timoteo di Termoli è già diventato presente.
L’Aula Congressi Universitaria dell’ospedale termolese ha ospitato un workshop scientifico di altissimo livello che ha richiamato specialisti, docenti universitari e professionisti provenienti da diverse realtà italiane per confrontarsi sulle nuove frontiere della chirurgia mininvasiva e oncologica.
Una giornata intensa di approfondimento che ha affrontato alcune delle sfide più importanti della sanità contemporanea: dall’utilizzo dei sistemi robotici nelle procedure più complesse all’applicazione dell’intelligenza artificiale per la valutazione predittiva del rischio chirurgico, passando per il tema della sostenibilità economica e ambientale delle nuove tecnologie e per la necessità di ripensare i percorsi formativi destinati ai giovani chirurghi.
Ad aprire il confronto sono stati il direttore generale dell’Asrem Giovanni Di Santo e l’assessore regionale alla Sanità Michele Marone, che ha voluto sottolineare come la vera innovazione non risieda soltanto nelle macchine.
«La vera risorsa, soprattutto in oncologia, è l’approccio multidisciplinare. Al San Timoteo il team costituito da ginecologi, urologi e chirurghi, coadiuvati dalle altre unità operative e grazie alle nuovissime tecnologie arrivate, consente di offrire ai pazienti i più innovativi percorsi terapeutici».
Un concetto che ha accompagnato l’intero workshop: la tecnologia rappresenta uno strumento straordinario, ma il suo valore emerge soltanto quando viene inserita all’interno di un modello organizzativo capace di mettere in rete competenze diverse e di costruire percorsi assistenziali sempre più personalizzati.
La chirurgia moderna sta infatti vivendo una trasformazione senza precedenti. Robotica e intelligenza artificiale non sono più strumenti sperimentali relegati ai grandi centri di ricerca, ma tecnologie che stanno entrando stabilmente nella pratica clinica quotidiana.
Gli algoritmi di Surgical Risk Assessment consentono già oggi di elaborare enormi quantità di dati clinici per prevedere possibili complicanze e supportare il chirurgo nelle decisioni più delicate. Allo stesso tempo, i sistemi robotici di ultima generazione garantiscono una precisione millimetrica negli interventi più complessi, in particolare nella chirurgia epato-bilio-pancreatica, ginecologica e urologica.
A presentare l’esperienza maturata dal San Timoteo è stato il direttore della Chirurgia Generale, il dottor Valerio Caracino, tra i principali promotori dell’iniziativa.
Attraverso la presentazione di casi clinici e immagini operatorie, Caracino ha illustrato come la chirurgia robotica stia cambiando il modo di operare, offrendo una visione tridimensionale estremamente dettagliata del campo chirurgico e una capacità di movimento degli strumenti superiore a quella consentita dalla mano umana.
«La tecnologia rende l’intervento più sicuro e più agevole, grazie alla possibilità di articolare gli strumenti e di ottenere una visione estremamente precisa del campo operatorio».
Ma il direttore della Chirurgia Generale ha voluto sgombrare il campo da un equivoco sempre più diffuso.
«Dobbiamo stare attenti a non banalizzare l’atto chirurgico. Il fatto che un intervento venga eseguito con il robot non significa che sia più semplice. Restano procedure estremamente complesse, con rischi importanti, che richiedono competenze elevate e una lunga esperienza».
Per Caracino il vero valore aggiunto resta il lavoro di squadra.
«La tecnologia semplifica alcuni passaggi e rende più accessibile l’atto chirurgico, ma non prescinde dall’esperienza degli operatori e del centro. In robotica, come nella laparoscopia, il ruolo dell’intero team è fondamentale. Chirurghi, anestesisti, infermieri e personale di sala operatoria devono operare in perfetta sintonia. Il successo di un intervento non dipende mai da una sola persona».
Un aspetto che si collega direttamente al tema della formazione.
«La curva di apprendimento è ancora oggi uno dei fattori più importanti. Non basta avere la tecnologia: bisogna saperla utilizzare all’interno di percorsi strutturati e consolidati».
Proprio la formazione è stata al centro della lectio magistralis del professor Domenico D’Ugo, ordinario di Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della Chirurgia Oncologica del Policlinico Gemelli di Roma, tra i massimi esperti italiani nel campo della chirurgia oncologica.
Il suo intervento, dedicato al percorso formativo del chirurgo nell’era della robotica, del machine learning e della data analytics, ha rappresentato uno dei momenti più significativi dell’intera giornata.
D’Ugo ha affrontato le sfide della chirurgia oncologica dell’esofago e dello stomaco, illustrando come le nuove tecnologie consentano oggi una personalizzazione delle cure impensabile fino a pochi anni fa.
Il professore ha indicato come decisivo il passaggio «dal curriculum vitae certificato al machine learning e alla data analytics», spiegando come la raccolta e l’elaborazione dei dati possano contribuire a misurare in modo sempre più accurato le competenze e i risultati ottenuti dai professionisti.
«La minima invasività, la tecnologia e l’intero progresso tecnologico che va dal primo laparoscopio ai robot di ultima generazione devono essere sempre al servizio della centralità del paziente e della cura del cancro».
Un principio che, secondo D’Ugo, deve guidare ogni innovazione.
«L’obiettivo non è soltanto ottenere un buon risultato operatorio, ma migliorare la cura della malattia oncologica. Le nuove tecnologie, la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale avranno senso soltanto se riusciranno a migliorare concretamente il percorso terapeutico del paziente».
Anche il docente romano ha insistito sull’importanza dell’esperienza.
«La curva di apprendimento rappresenta ancora il vero elemento discriminante. Non esiste tecnologia capace di sostituire l’esperienza. Chi esegue più interventi e lavora in centri altamente specializzati ottiene risultati migliori e più sicuri».
Particolarmente significativa la riflessione dedicata al tumore gastrico.
«Probabilmente non esiste tumore solido che risenta della qualità della mano del chirurgo quanto il tumore dello stomaco. La qualità dell’intervento resta determinante per la possibilità di guarigione».
Durante il workshop si è parlato anche di sostenibilità, tema destinato a diventare centrale nei prossimi anni. L’introduzione di robot chirurgici, sistemi digitali avanzati e piattaforme di intelligenza artificiale comporta infatti investimenti economici importanti.
Gli specialisti hanno evidenziato però come la chirurgia mininvasiva possa generare un risparmio complessivo per il sistema sanitario. Interventi meno traumatici significano degenze più brevi, minori complicanze, recuperi più rapidi e un utilizzo più efficiente delle risorse ospedaliere.
In questo contesto un ruolo fondamentale viene svolto dai protocolli ERAS (Enhanced Recovery After Surgery), che permettono una gestione ottimizzata del percorso perioperatorio e favoriscono una ripresa più veloce dei pazienti.
Ma la notizia destinata a lasciare il segno è arrivata a margine del workshop. Dal mese di luglio 2026 la Struttura Complessa di Chirurgia del San Timoteo entrerà ufficialmente nella rete formativa extraregionale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – Policlinico Gemelli di Roma.
Un riconoscimento di enorme prestigio che certifica il livello qualitativo raggiunto dalla struttura diretta da Valerio Caracino. L’accordo consentirà agli specializzandi del Gemelli di svolgere parte della propria formazione clinica e chirurgica a Termoli, partecipando direttamente all’attività del reparto e contribuendo a uno scambio continuo di competenze e conoscenze.
Si tratta di un passaggio storico per il San Timoteo, che viene così riconosciuto come centro idoneo alla formazione delle future generazioni di chirurghi italiani.
Una scelta che risponde perfettamente alle indicazioni emerse durante il workshop: il chirurgo del futuro dovrà saper dialogare con robot, algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale, interpretare grandi quantità di dati clinici e mantenere al tempo stesso una forte attenzione all’umanizzazione delle cure.
Il messaggio conclusivo emerso dal confronto tra gli specialisti è stato chiaro: la tecnologia rappresenta uno straordinario alleato della medicina moderna, ma il vero salto di qualità continua a dipendere dalle persone, dalla formazione, dall’esperienza e dalla capacità di lavorare insieme.
Ed è proprio su questa integrazione tra innovazione, multidisciplinarietà e crescita professionale che il San Timoteo sta costruendo il proprio futuro, candidandosi sempre più a essere un punto di riferimento per la chirurgia oncologica e mininvasiva del Centro-Sud Italia.
Emanuele Bracone
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