Ri-immagina. È l’invito lanciato in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, il World Oceans Day 2026: un appello ad andare oltre la visione degli oceani come entità distanti, sconosciute e inesplorate per esaltare i punti di connessione di questi ecosistemi con la vita, l’economia e la salute umana. Perché se è certamente vero che gli oceani sono sotto pressione, anche e soprattutto a causa nostra, è pur sempre dall’uomo – dalla scienza, dalla politica, dalla sensibilità ecologica di ciascuno – che possono arrivare le soluzioni per tutelarli.
È questo il messaggio del terzo World Ocean Assessment, la più completa valutazione sulla salute degli oceani da cinque anni a questa parte, un rapporto di 1600 pagine pubblicato proprio oggi, 8 giugno 2026, nella Giornata Mondiale degli Oceani, e descritto come, probabilmente, “il libro più importante sull’oceano mai scritto”.
Oceani cuscinetto: pagano il prezzo delle nostre emissioni
Questa nuova valutazione sugli oceani globali, formulata da 550 esperti provenienti da 86 Paesi, documenta una crisi degli ecosistemi marini che, rispetto a quella fotografata dal secondo World Ocean Assessment uscito nel 2021, si è approfondita. Proprio perché gli oceani sono fondamentali regolatori climatici – assorbono il 90% del calore in eccesso e il 30% dell’anidride carbonica emessa dalle attività umane – le loro alterazioni fisiche e chimiche dovute ai cambiamenti climatici stanno accelerando.
Alcuni esempi? Circa il 16% dell’aumento totale del contenuto di calore negli oceani dal 1955 è avvenuto soltanto negli ultimi 8 anni; e il tasso di innalzamento del livello del mare è raddoppiato, passando dai 2 millimetri all’anno di prima del 2015 ai 4,3 millimetri all’anno del 2023, a causa dell’espansione termica degli oceani (l’acqua aumenta di volume all’aumentare della sua temperatura) e della fusione dei ghiacci nelle regioni polari.
Umani e oceani: rapporti di vicinato
Gli oceani hanno un valore a sé – se non altro, perché occupano oltre il 70% della superficie terrestre e ospitano, da sempre, la maggior parte della sua biodiversità – ma hanno valore anche per l’uomo. Quasi 4 umani su 10 vivono entro 100 km dalla costa e sfruttano, dei mari, le risorse, non sempre in modi sostenibili.
La percentuale di riserve ittiche globali oggi biologicamente sostenibili, cioè che possano soddisfare i bisogni presenti senza compromettere le capacità riproduttive degli animali pescati, né quelle di pesca e nutrizione delle future generazioni umane, è diminuita al 62,3% nel 2021, rispetto al 64,6% del 2019. La pesca illegale e non regolamentata sottrae tra gli 8 e i 14 milioni di tonnellate di pescato all’anno. E mentre attingiamo dagli oceani, riversiamo al loro interno microplastiche, il cui impatto riguarda ormai oltre 4.000 specie, nonché nuovi contaminanti come i PFAS e i residui farmaceutici.
Habitat marini di importanza cruciale, come le barriere coralline, si trovano in sofferenza per effetto dell’aumento delle temperature marine e delle, sempre più frequenti, ondate di calore marine: il 90% dei reef potrebbe scomparire se il riscaldamento globale superasse i +1,5 gradi °C dall’era preindustriale.
Abbiamo piene opportunità di aiutare gli oceani
Nonostante il quadro un po’ deprimente, disponiamo oggi di strumenti integrati per la tutela dei mari. La politica ci ha appena consegnato l’Accordo sulla conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità marina nelle aree al di là della giurisdizione nazionale (cioè il Trattato sull’Alto mare, entrato in vigore a gennaio 2026). Questo documento mira a conservare e usare sostenibilmente la biodiversità marina nelle aree oltre la giurisdizione nazionale, che rappresentano quasi due terzi dell’oceano mondiale e il 95% del suo volume.
Droni, piattaforme automatizzate per il monitoraggio oceanico, sequenziamento del DNA ambientale (cioè del materiale genetico che gli organismi rilasciano nel loro habitat), intelligenza artificiale e gemelli digitali (cioè repliche virtuali) degli oceani stanno accelerando la comprensione di fenomeni oceanici che un tempo non si conoscevano.
Non dappertutto, però, viene compreso il valore di queste risorse. È notizia di questi giorni la decisione dell’amministrazione statunitense di dismettere la maggior parte della Ocean Observatories Initiative, una rete di monitoraggio delle profondità degli oceani Atlantico e Pacifico finanziata dalla National Science Foundation, l’ente che negli USA finanzia la ricerca di base.
Questo network di sensori, del valore di 368 milioni di dollari (oltre 312 milioni di euro) e attivo da 10 anni, ha monitorato la chimica, la fisica, la biologia e la geologia marina fornendo informazioni essenziali per comprendere le dinamiche oceaniche e i cambiamenti climatici, e avrebbe potuto continuare a farlo per altri 20 anni. Proprio la continuità temporale di queste rilevazioni sarebbe stata il valore aggiunto del progetto, valore che ora andrà perso.
Negli stessi giorni, la Commissione Europea ha stanziato 92 milioni di euro dal programma di ricerca Horizon Europe per l’iniziativa OceanEye, che andrà a rafforzare il sistema globale di osservazione degli oceani, a migliorare i servizi europei di monitoraggio dei dati oceanici come Copernicus Marine Service, e a ultimare il Gemello digitale europeo per gli oceani (European Digital Twin Ocean), che dovrebbe essere disponibile entro il 2030.
Mentre la politica fa la sua strada, c’è molto che possiamo fare anche a livello economico e sociale: valorizzare e sostenere le conoscenze di popolazioni indigene per meglio conservare la biodiversità dei mari, decarbonizzare il settore marittimo, responsabile del 3% delle emissioni globali di gas serra, valutare con attenzione l’impatto ambientale delle energie rinnovabili off-shore, in questa fase di transizione energetica, e fare sì che il turismo nei luoghi bagnati dagli oceani evolva in una direzione di sempre maggiore sostenibilità.
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