Pil Italia, dalla polvere all’altare



Nel giro di una quindicina di giorni il Pil dell’Italia, che la nostra incurabile sindrome mediatica autolesionistica, dopo le ultime previsioni di Bruxelles, aveva immediatamente declassato a “maglia nera” d’Europa, è passato dalla polvere all’altare. Infatti, il prodotto italiano del primo trimestre è stato rivisto al rialzo dall’Istat allo 0,3%, con una crescita acquisita per il 2026 dopo soli tre mesi superiore allo 0,6% (+0,63% per la precisione). Non solo. Nella sua ultima nota sull’andamento della nostra economia, curiosamente passata quasi inosservata (forse perché positiva?), l’Istat ha dichiarato che si attende nel 2026 una crescita del Pil italiano dello 0,7%, mentre l’Ufficio Studi di Confcommercio si è spinto oltre, con una previsione del +0,9%.

Infatti, il prodotto italiano del primo trimestre è stato rivisto al rialzo dall’Istat allo 0,3%, con una crescita acquisita per il 2026 dopo soli tre mesi superiore allo 0,6% (+0,63% per la precisione). Non solo. Nella sua ultima nota sull’andamento della nostra economia, curiosamente passata quasi inosservata (forse perché positiva?), l’Istat ha dichiarato che si attende nel 2026 una crescita del Pil italiano dello 0,7%, mentre l’Ufficio Studi di Confcommercio si è spinto oltre, con una previsione del +0,9%. Insomma, realtà e nuove proiezioni aggiornate hanno spazzato via in un sol colpo le precedenti stime della Commissione Europea e dell’Ocse (+0,5% entrambe), nonché l’immagine negativa di un Paese “fermo” e che non “sapeva più crescere” tratteggiato frettolosamente da molti nostri opinionisti.

Chi è passata dall’altare alla polvere è invece la Francia, il cui Pil nel primo trimestre è stato rivisto al ribasso a -0,1%, con una crescita acquisita per il 2026 inferiore allo 0,4% (+0,37% per la precisione). Ciò rispetto alle previsioni molto generose per l’anno in corso prefigurate per il Pil francese dalla Commissione Ue (+0,8%) e dall’Ocse (+0,9%): obiettivi che, a questo punto, difficilmente Parigi raggiungerà, se non scassando ulteriormente le proprie finanze pubbliche. Per capire la differenza d’impostazione mentale tra noi e i cugini d’Oltralpe (che diversamente da noi tengono molto all’immagine del loro Paese), nessun giornale francese ha però titolato: Francia, “maglia nera” d’Europa.

A questo punto dobbiamo chiederci: sono improvvisamente diventati matti all’Istat e alla Confcommercio o il Pil italiano davvero sorprenderà tutti quest’anno? La realtà è che il nostro Governo è stato, come già negli scorsi anni, giustamente molto prudente nelle sue previsioni sul Pil, con ciò “influenzando” i previsori delle istituzioni internazionali. I governi di altri Paesi hanno invece alimentato speranze eccessive sulle loro economie e ora si scontrano con la dura realtà. Anche la Germania, pur essendo ferma da sei anni e perciò prevista con un atto di fiducia quasi disperato in forte ripresa quest’anno, ha registrato una crescita acquisita dopo il primo trimestre (+0,45%) inferiore a quella dell’Italia. E gli indici compositi PMI Global tratteggiano un rallentamento preoccupante dell’economia in primavera sia in Francia sia in Germania, mentre l’Italia starebbe tenendo duro anche dopo lo scoppio della guerra in Medio Oriente, con la produzione industriale in crescita ad aprile e l’export destinato probabilmente a superare quello del Giappone, per la prima volta nella storia, sull’arco continuativo degli ultimi dodici mesi terminanti a fine aprile o a fine maggio.
Sono state dette e scritte tante sciocchezze sulla debole crescita dell’Italia dello scorso anno (+0,5%), che è stata determinata paradossalmente proprio da uno dei nostri maggiori punti di forza, il commercio estero, il quale, a causa della crisi dei nostri maggiori Paesi clienti, ha tolto 0,7 punti in volume al Pil del 2025 (altri 0,2 punti li ha sottratti la variazione delle scorte). Pochi però si sono accorti che nell’anno appena trascorso la nostra domanda interna è invece andata molto bene, grazie agli investimenti del Pnrr e ai consumi delle famiglie. Questi ultimi sono aumentati (+1%) il doppio del Pil, sostenuti dalla crescita record dell’occupazione. E ora la Confcommercio, che di consumi dovrebbe intendersene, prevede che essi accelereranno ulteriormente a +1,2% nel 2026.

Proviamo ad analizzare razionalmente che cosa potrebbe succedere quest’anno al nostro Pil se il conflitto medio-orientale non subirà ulteriori sviluppi negativi e si concluderà con un accordo tra le parti. Poiché la domanda estera netta dell’Italia dovrebbe migliorare e non dovrebbe perciò più sottrarre punti alla nostra crescita come avvenuto lo scorso anno, anzi magari vi aggiungerà qualche decimale, gli investimenti e i consumi potranno dispiegare sul Pil tutto il loro impatto positivo. I numeri “veri”, non le previsioni sballate di Commissione Europea, Ocse e Fmi, per il momento già ci dicono che soltanto dopo il primo trimestre la crescita acquisita dall’Italia per il 2026 è più forte di quella di Francia e Germania non soltanto nel Pil ma anche nei consumi delle famiglie e negli investimenti fissi lordi. Sta in questo incastro positivo delle diverse componenti della nostra domanda aggregata il piccolo miracolo di una Italia la cui economia viene sempre sminuita nei commenti e la cui forte ripresa post-Covid molti ritenevano che si fosse ormai esaurita. È stato affermato che tale ripresa sarebbe stata unicamente il frutto di una casualità storica e della forte spesa pubblica in deficit dei primi anni successivi alla pandemia. Si tratta della classica stucchevole tesi dell’Italia destinata a tornare sempre ultima in Europa cara a un certo mainstream. Forse dai loro osservatori costoro non si erano accorti (e temiamo che non lo abbiano capito nemmeno ora) che in questi anni tanti altri Paesi hanno fatto e stanno facendo deficit statali primari giganteschi pur crescendo molto meno di noi, mentre l’Italia è già in surplus primario dal 2024. 

Dunque, crescere e tenere in ordine contemporaneamente i conti pubblici è possibile e il nostro Paese lo sta dimostrando. Come abbiamo scritto nel nostro ultimo libro per i tipi del Mulino, l’Italia, pur coi suoi molti problemi irrisolti, può essere perfino un modello. La “maglia nera”, per favore, lasciamola agli altri. Noi l’abbiamo indossata ininterrottamente nel terribile quinquennio dal 2009 al 2013 e ce ne siamo francamente stufati.

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