L’impatto dello shock dei prezzi sull’economia: la Germania sarà la grande perdente della nuova politica della BCE?
Il ritorno della stagflazione? Perché la nuova decisione della BCE sta facendo tremare tutta l’Europa
L’11 giugno 2026, la Banca Centrale Europea (BCE) ha compiuto una clamorosa inversione di rotta: dopo quasi tre anni di politiche monetarie espansive, i tassi di interesse nell’Eurozona sono tornati a salire. Innescata dall’escalation della guerra con l’Iran e dalla conseguente impennata dei prezzi dell’energia, l’inflazione è alle stelle. I banchieri centrali si sentono costretti a inasprire drasticamente la politica monetaria nel breve termine, con conseguenze di vasta portata per risparmiatori, debitori e un’economia già indebolita. Il temuto spettro della stagflazione incombe nuovamente e l’industria tedesca, in particolare, fortemente orientata all’esportazione, è sottoposta a crescenti pressioni. Scoprite qui come si è arrivati a questo storico cambio di rotta nella politica monetaria, a quali reazioni a catena si stanno preparando i mercati e cosa significheranno i prossimi mesi per i nostri portafogli.
Quando la guerra innesca la politica monetaria: perché il prossimo aumento dei tassi di interesse potrebbe essere solo l’inizio
Un conflitto sta modificando le coordinate della politica monetaria europea
Il Consiglio direttivo della BCE ha alzato il tasso sui depositi dal 2,0 al 2,25%, il primo rialzo dei tassi d’interesse in quasi tre anni. Contemporaneamente, il tasso di rifinanziamento principale è salito al 2,40% e il tasso di rifinanziamento marginale al 2,65%. La causa scatenante immediata è stata la guerra Iran-Iraq che, dal suo inizio il 28 febbraio 2026, ha sconvolto i mercati energetici globali e scatenato un’ondata di inflazione nell’eurozona che la banca centrale non poteva più ignorare.
Il fatto che la BCE si sia trovata in questa situazione è il risultato di una successione di eventi incredibilmente rapida: fino a febbraio 2026, il tasso di inflazione nell’eurozona era dell’1,9%, appena al di sotto dell’obiettivo ufficiale del 2% – dal punto di vista della politica monetaria, tutto sembrava a posto. Poi il conflitto in Medio Oriente si è intensificato. Le forze iraniane hanno bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita quotidianamente circa un quinto di tutte le spedizioni globali di petrolio, e hanno aperto il fuoco contro le petroliere presenti nello stretto. Nel giro di poche settimane, i prezzi dell’energia in Europa sono raddoppiati. Il prezzo del petrolio Brent, che all’inizio del 2026 si aggirava intorno ai 62-66 dollari al barile, è schizzato a oltre 126 dollari in alcuni momenti – uno shock storico che, per la sua portata, ha ricordato le crisi petrolifere dei decenni precedenti.
Dalla calma all’allarme: l’andamento dell’inflazione in rapida evoluzione
La rapidità con cui l’inflazione è salita nell’eurozona ha sorpreso persino gli osservatori più esperti. Nel marzo 2026, poche settimane dopo lo scoppio della guerra, il tasso di inflazione aveva già raggiunto il 2,5%. I prezzi dell’energia, che a febbraio erano diminuiti del 3,1% su base annua, sono aumentati del 4,9% a marzo. Ad aprile, la tendenza si è ulteriormente accelerata: l’inflazione ha raggiunto il 3,0%, trainata da un aumento del 10,9% dei prezzi dell’energia rispetto all’anno precedente. Infine, a maggio, l’inflazione si è attestata al 3,2%, il livello più alto da settembre 2023.
Particolarmente preoccupante, dal punto di vista delle banche centrali, è stato l’aumento parallelo dell’inflazione di base, che esclude i prezzi volatili di energia e alimentari. È passata dal 2,2% di aprile al 2,5% di maggio 2026. Questo dato è significativo perché l’inflazione di base rivela se gli aumenti dei prezzi si sono già propagati nelle strutture più ampie dell’economia, al di là dell’immediato shock energetico. I prezzi dei servizi sono aumentati del 3,5%, mentre quelli di alimentari, alcolici e tabacco sono cresciuti del 2,0%. Ciò segnala che il trasferimento dei maggiori costi di energia e trasporti sui consumatori finali è già in atto.
A titolo di confronto: fino a febbraio 2026, poco prima dello scoppio della guerra, l’inflazione nell’eurozona si attestava all’1,9%. In soli tre mesi, la guerra Iran-Iraq ha fatto schizzare l’inflazione verso l’alto di 1,3 punti percentuali, un tasso di variazione che ha messo la BCE sotto immediata pressione per intervenire. Le previsioni di inflazione della BCE, che a dicembre 2025 prevedevano ancora un’inflazione dell’1,9% per il 2026, sono state riviste al rialzo al 2,6% già a marzo. Al momento della decisione sui tassi di interesse dell’11 giugno, gli economisti della BCE si aspettavano addirittura una media annua del 3,0% per il 2026.
Il dilemma di una banca centrale tra stabilità dei prezzi e protezione della crescita
Raramente una banca centrale si è trovata ad affrontare un dilemma così doloroso come quello della BCE questa primavera. Il mandato classico di una banca centrale è la stabilità dei prezzi. Se l’inflazione sale stabilmente al di sopra dell’obiettivo del 2%, è necessario intervenire. Ma la guerra con l’Iran non solo ha generato inflazione, bensì ha anche distrutto la crescita. Il risultato è quella temuta combinazione che gli economisti chiamano stagflazione: prezzi in aumento accompagnati da un’economia stagnante o in contrazione.
Il commissario europeo per gli affari economici, Valdis Dombrovskis, aveva apertamente messo in guardia contro questo rischio di stagflazione già nel marzo 2026, qualora il conflitto si fosse ulteriormente intensificato. La preoccupazione era giustificata: nel primo trimestre del 2026, l’economia dell’eurozona si è contratta dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, il primo tasso trimestrale negativo in oltre tre anni. Se anche il secondo trimestre dovesse risultare negativo, l’eurozona si troverebbe tecnicamente in recessione. Gli economisti interpellati da Reuters si aspettavano in media solo un aumento minimo dello 0,1% per il secondo trimestre, e alcuni esperti avevano persino ammesso la possibilità di un’ulteriore contrazione a causa del peso della guerra.
In questo contesto, la BCE deve operare con uno strumento non concepito per la stagflazione: tassi di interesse più elevati contrastano l’inflazione frenando la domanda. Tuttavia, un’economia già indebolita potrebbe non essere in grado di gestire questo stimolo. Il bisturi della politica monetaria rischia di trasformarsi in un piede di porco quando colpisce un tessuto fragile. Ciononostante, Clemens Fuest, direttore dell’Istituto Ifo, ha riassunto sinteticamente la decisione: poiché l’inflazione nell’eurozona ha superato il tre percento e vi sono scarse prospettive di una de-escalation del conflitto con l’Iran, un aumento dei tassi di interesse è ora la misura giusta. La BCE si limita a seguire ciò che i mercati hanno già scontato.
I meccanismi dello shock petrolifero e la sua diffusione nell’economia
Per comprendere la catena di effetti della guerra contro l’Iran sui prezzi, è utile esaminare le dinamiche dei mercati energetici globali. Lo Stretto di Hormuz è il punto di strozzatura più stretto del commercio internazionale di materie prime: circa 500 petroliere e gasiere lo attraversano quotidianamente. Quando l’Iran lo ha bloccato, centinaia di navi sono rimaste intrappolate e nessuna petroliera ha attraversato lo stretto durante la seconda settimana di guerra. Il risultato è stato un immediato shock dell’offerta: secondo la Bundesbank, il petrolio Brent è salito a circa 117 dollari al barile alla fine di aprile 2026, circa il 63% in più rispetto ai livelli prebellici e l’88% in più rispetto all’inizio dell’anno. I prezzi del gas in Europa sono più che raddoppiati, superando i 50 euro per megawattora.
Questo shock dei prezzi dell’energia si è tradotto in aumenti di prezzo più ampi attraverso diversi canali. In primo luogo, l’energia è diventata direttamente più costosa per famiglie e imprese, il che si è immediatamente riflesso nell’inflazione generale. In secondo luogo, i costi di trasporto sono aumentati perché il gas e il cherosene sono diventati più cari e le rotte marittime hanno dovuto essere modificate. Gli analisti di Roland Berger hanno calcolato che le tariffe di trasporto marittimo tra Asia ed Europa sono aumentate dal 30 al 70% e i tempi di transito si sono allungati dai 10 ai 20 giorni. Ciò ha colpito le aziende industriali tedesche ed europee con un doppio colpo: maggiori costi energetici per la produzione e maggiori costi logistici per l’approvvigionamento di beni intermedi.
Le industrie ad alta intensità energetica sono state colpite in modo particolarmente duro, trasferendo sempre più spesso l’aumento dei costi sui clienti, alimentando così a loro volta la spirale dei prezzi. In un’indagine condotta dalla Camera di Commercio e Industria (IHK) sull’economia della Germania sud-occidentale, oltre il 60% delle aziende intervistate ha segnalato oneri derivanti dall’aumento dei costi di trasporto e spedizione; nel settore industriale, la percentuale ha raggiunto il 75%. Anche le industrie non direttamente dipendenti dal Canale di Suez o dallo Stretto di Hormuz hanno risentito degli effetti indiretti dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle strozzature di capacità.
La Germania in difficoltà: un’economia dipendente dall’energia sotto costante pressione
La Germania è particolarmente colpita dalla guerra con l’Iran, e ciò è dovuto a ragioni strutturali note da anni ma mai affrontate a fondo. L’economia tedesca rimane fortemente dipendente dall’energia e dalle esportazioni. Gli shock dei prezzi dell’energia agiscono da amplificatore: aumentano i costi di produzione, riducono la competitività delle esportazioni e, al contempo, frenano i consumi privati.
Il governo tedesco ha reagito prontamente: nell’aprile 2026, la ministra federale dell’Economia Katherina Reiche ha dimezzato le previsioni di crescita per l’anno in corso, portandole dall’1,0% allo 0,5%. L’Istituto economico tedesco (IW) si è spinto ancora oltre, rivedendo le proprie previsioni a una crescita di appena lo 0,4%, rispetto allo 0,9% inizialmente previsto. Per fare un confronto, nel dicembre 2025 l’IW aveva ancora previsto un tasso di crescita annuo dello 0,9%; ora non prevede una vera ripresa economica per la Germania quest’anno. A seguito dello shock dei prezzi dell’energia, l’IW prevedeva un tasso di inflazione medio annuo del 3,0%.
La situazione è particolarmente critica perché la Germania è entrata in questa crisi partendo da una posizione economica indebolita. Nel 2023, il prodotto interno lordo (PIL) si è contratto dello 0,9%, e di un ulteriore 0,5% nel 2024; nel 2025, la crescita è stata minima, pari solo allo 0,2%. Tre anni di stagnazione e recessione hanno indebolito significativamente la capacità di resilienza del Paese. Il fatto che la Germania abbia registrato un aumento del PIL dello 0,3% nel primo trimestre del 2026 – mentre l’intera zona euro si contraeva – rappresenta un piccolo barlume di speranza, ma non nasconde i problemi strutturali di fondo.
I consumi privati, che a dicembre si prevedeva ancora aumentassero dell’uno per cento entro il 2026, sono nuovamente stagnanti. Si prevede che la disoccupazione supererà i tre milioni di unità, con un tasso di disoccupazione che raggiungerà il 6,4%. Attualmente, solo la spesa pubblica, derivante da investimenti approvati in infrastrutture e difesa, sostiene l’economia. Tuttavia, l’Istituto Ifo di Monaco ha osservato che un aumento della spesa pubblica potrebbe sostenere lo slancio della ripresa per il resto dell’anno, soprattutto perché questi programmi stimolano sempre più la domanda.
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Konrad Wolfenstein
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