Fincantieri studia il nucleare a mare e l’Italia, secondo l’amministratore delegato Pierroberto Folgiero, è già entrata nella corsa globale alla propulsione navale di nuova generazione. Non si tratta più di un’ipotesi futuristica: il gruppo guidato da Folgiero lavora da tempo sul tema e guarda al mini nucleare applicato alle navi mercantili come a una possibile svolta industriale, energetica e ambientale.
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha indicato proprio le navi mercantili di Fincantieri come possibile primo banco di prova del cosiddetto mini nucleare. Alla domanda se il gruppo ci stia lavorando, Folgiero risponde senza esitazioni: “Sì. Studiamo il nucleare a mare da tempo”.
La promessa: navi operative per 20-25 anni senza carburante
La prospettiva evocata dal ceo di Fincantieri è di quelle destinate a far discutere. Una nave alimentata a energia nucleare, spiega Folgiero, potrebbe navigare per 20-25 anni senza bisogno di carburante, riducendo in modo significativo l’impatto ambientale.
Il punto è chiaro: nel trasporto marittimo, dove la decarbonizzazione resta una delle sfide più complesse, il nucleare di nuova generazione potrebbe aprire una strada radicalmente diversa rispetto ai combustibili tradizionali e alle soluzioni alternative oggi allo studio.
Per Folgiero, non è solo una questione tecnologica. È anche una grande opportunità per l’Italia e per l’Europa.
Una corsa globale che può ridisegnare la cantieristica
Secondo l’amministratore delegato di Fincantieri, è in corso una corsa globale al nucleare di quarta generazione destinata a rivoluzionare il trasporto marittimo. E chi arriverà prima potrà costruire competenze, filiere e vantaggi industriali difficili da recuperare.
Il ragionamento di Folgiero parte da un dato industriale netto: negli ultimi anni la cantieristica commerciale si è spostata soprattutto verso Cina e Corea. Le nuove tecnologie di propulsione, però, potrebbero rimettere in discussione gli equilibri.
“Le tecnologie della propulsione del futuro ridaranno le carte nel settore”, sostiene il ceo, indicando nel mini nucleare una leva per contrastare la deindustrializzazione e riportare in Europa una parte della centralità perduta nella navalmeccanica commerciale.
Perché proprio il nucleare di quarta generazione
Il nucleare in ambito navale non è una novità assoluta. Folgiero ricorda che la miniaturizzazione dei reattori esiste già da decenni nelle applicazioni militari. La differenza, però, sarebbe nelle caratteristiche dei reattori di quarta generazione.
Queste tecnologie, spiega, presentano caratteristiche di sicurezza diverse e utilizzano sistemi di raffreddamento alternativi rispetto all’acqua pressurizzata. Fincantieri, in particolare, sta studiando soluzioni con raffreddamento a piombo.
È uno dei passaggi centrali della partita: non si parla semplicemente di portare un reattore su una nave, ma di valutare una nuova generazione di sistemi più compatti, progettati per cambiare il rapporto tra energia, autonomia e sicurezza a bordo.
Il combustibile: plutonio dagli scarti dei reattori tradizionali
Un altro elemento indicato da Folgiero riguarda l’alimentazione dei mini reattori. Secondo il ceo, questi sistemi possono essere alimentati a plutonio, cioè utilizzando lo scarto prodotto dai reattori tradizionali, che partono a loro volta dall’uranio.
Quel plutonio, precisa, conserva ancora una grande carica energetica ed è “geopoliticamente” più disponibile, perché non deve essere ottenuto direttamente da chi estrae uranio. Si tratta infatti di combustibile esausto dei reattori tradizionali.
Il tema, inevitabilmente, tocca un nodo sensibile: energia, sicurezza degli approvvigionamenti e dipendenza geopolitica. Ed è proprio su questo terreno che Folgiero vede per l’Italia una possibile occasione.
Fincantieri, Marina Militare, Ansaldo Nucleare e Newcleo
Fincantieri non si muove da sola. Folgiero spiega che il gruppo collabora con diversi partner, tra cui la Marina Militare nell’ambito del progetto Minerva, oltre ad attori come Ansaldo Nucleare e Newcleo.
La rete di competenze è considerata decisiva. L’Italia non è oggi un Paese nucleare nel senso tradizionale del termine, ma secondo Folgiero dispone ancora di professionalità rilevanti. Molte aziende e molti esperti italiani, sottolinea, continuano infatti a lavorare nei principali programmi nucleari internazionali.
Il messaggio è pungente: il Paese ha rinunciato al nucleare sul proprio territorio, ma non ha perso del tutto il capitale umano e industriale legato a questa tecnologia.
I primi test in mare? Possibile avvio nel prossimo decennio
Sui tempi, Folgiero resta prudente. L’innovazione tecnologica, avverte, non consente previsioni facili. Tuttavia, secondo gli esperti, i primi test in mare potrebbero iniziare all’inizio del prossimo decennio.
È un orizzonte non immediato, ma nemmeno remoto. La partita si gioca ora, perché chi investe per primo costruisce competenze, standard, fornitori e capacità industriali che potrebbero diventare decisive quando il mercato sarà pronto.
Francia e Corea corrono: perché l’Italia non può aspettare
La competizione internazionale è già partita. Folgiero cita la Francia, forte di una lunga esperienza nel nucleare navale, e la Corea, che sta investendo molto sui reattori di nuova generazione.
Il punto, per Fincantieri, è non arrivare tardi. Tutti i grandi Paesi della cantieristica stanno studiando queste tecnologie e la finestra per entrare nella nuova filiera potrebbe non restare aperta a lungo.
Per questo Folgiero insiste sull’urgenza: partire adesso significa posizionarsi in una trasformazione che potrebbe cambiare non solo il modo in cui le navi si muovono, ma anche gli equilibri industriali della cantieristica mondiale.
La scommessa industriale dietro il mini nucleare
Dietro la prospettiva delle navi nucleari non c’è soltanto il tema ambientale. Per Folgiero, il nucleare di quarta generazione, insieme all’automazione in cui Fincantieri rivendica una posizione di leadership, può aprire un nuovo capitolo per la crescita, le filiere industriali e l’autonomia energetica.
È una scommessa ambiziosa e politicamente sensibile. Ma il messaggio del ceo è netto: il mare potrebbe diventare il primo terreno concreto su cui misurare il ritorno del nucleare italiano, non nelle centrali tradizionali, ma nelle tecnologie compatte e avanzate per la propulsione navale.
E se davvero una nave potrà restare operativa per 20-25 anni senza rifornimento, la questione non sarà più se il mini nucleare farà discutere. Sarà quanto rapidamente il resto del mondo deciderà di correre.
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