C’è un documento che circola ai piani alti del Cremlino, mette nero su bianco una verità difficile da accettare e che bisognerà far digerire a Vladimir Putin. Nove fogli PowerPoint per iniziare a vendere come una vittoria la fine della guerra in Ucraina, non perché lo sia davvero, ma perché in quelle stanze hanno capito che non lo è, né mai potrà esserlo senza riportare la Russia all’Unione Sovietica di Stalin.
Il documento pubblicato da Dossier Center, il media che fa capo all’ex oligarca e dissidente Mikhail Khodorkovsky, sarebbe stato elaborato a febbraio nell’entourage di Sergej Kirienko, il più ascoltato consigliere dello zar, l’uomo che il New York Times ha definito «il tecnocrate che trasforma la spietata agenda di Vladimir Putin in azione». Un insieme di slide, bullet point, parole d’ordine suddivise per pubblico-target in cui si parla della fine della guerra come si farebbe con un nuovo prodotto da lanciare sul mercato. La banalità dello strumento è già una notizia, e insospettisce chi non si fida né di Kirienko né della maestria dei russi nelle tecniche di guerra ibrida, ma smonta l’idea coltivata in Europa che il potere putiniano sia guidato da un’ideologia imperscrutabile.
Il documento svela, invece, il lavorio di comunicatori di mestiere (piarščiki, come si chiamano in russo) alle prese con il problema tipico di ogni ufficio stampa in difficoltà: come faccio a far passare una brutta notizia per buona?
Il documento non fa sconti sulle concessioni territoriali previste: la Russia terrebbe le regioni di Donetsk e Lugansk fino alla linea del fronte (non più per intero come rivendicato fino a pochi mesi fa) e le zone occupate di Kherson e Zaporizhzhia, ma si ritirerebbe dalle regioni di Sumy e Kharkiv. I redattori scrivono che «bisogna sapersi fermare in tempo» e che spingersi oltre «sarebbe una vittoria di Pirro».
In definitiva, scrive Dossier, si tratta di un insieme di «narrazioni propagandistiche che convincerebbero i russi ad accettare un accordo di pace con l’Ucraina, nonostante le pesanti perdite tra le truppe e la mancanza di risultati significativi». Fino al triplo salto carpiato meritevole di una medaglia olimpica: il Cremlino non avrebbe mai pianificato di conquistare Kyjiv. Il cuore del documento è la sezione dedicata ai “pubblici problematici”, che va letta con la stessa attenzione riservata ai manuali di comunicazione delle crisi elaborati delle grandi agenzie di public relations.
Ci sono gli «ultra-patrioti da divano», schiere di odiatori da tastiera simil Napalm51, personaggio caro ai fan di Maurizio Crozza, emotivi e non combattenti, che si erano fatti la facile idea della presa di Kyjiv e della resa incondizionata ucraina. Costoro, suggeriscono le slide, vanno «riorientati emotivamente». Ci sono i veterani, i più pericolosi, perché hanno pagato davvero sulla propria pelle l’ubriacatura della Grande Russia, hanno i loro «trigger personali» e la capacità di mobilitare l’opinione pubblica: questi andrebbero “incanalati” in associazioni di ex combattenti, reinseriti in attività pseudo-sociali, fino alla proposta surreale di tornare ad arruolarli, ma nell’Africa Corps, e spedendoli chissà dove.
Infine, c’è la massa della popolazione stanca della guerra, a cui promettere il ritorno alla normalità, magari un minimo di benessere, senza trascurare la reazione dei dipendenti del complesso militare-industriale, che sull’“operazione speciale” ci campano, spaventati di perdere il posto e a cui vendere la storia della loro sicura riconversione.
Ogni categoria ha il suo messaggio su misura, con risultati in qualche caso paradossali: nel documento si sostiene che Putin ha sempre perseguito soluzioni pacifiche, ma si ammette con candore che la parola “pace” non sia la più in voga nella Russia di oggi.
In un documento elaborato da ambienti prossimi ai servizi segreti, non possono mancare le contro-verità. Anzi: abbondano. L’esercito russo si sarebbe rivelato «il più operativo del mondo», la presa di Kyjiv (come detto) non sarebbe mai stata un obiettivo e la “denazificazione”, l’intento principe di un’aggressione scriteriata fin dal febbraio 2022, viene derubricata a una «denazificazione limitata», visto che in Ucraina c’è poco da denazificare o «certamente meno che in Russia». Frase, quest’ultima, presente nel documento, scritta da chi lavora per Putin e altro passaggio che non convince chi teme si tratti di disinformatia.
Tutto fa ritenere, però, che a Mosca siano fin troppo consci della situazione. «La retorica ampollosa e la spavalderia hanno lasciato il posto all’introspezione, alla paura e, soprattutto, a un crescente desiderio che la guerra, che non osa pronunciare il suo nome, finisca» ha scritto Adrian Bloomfield, corrispondente del Telegraph. Le ragioni sono molte e sempre più visibili. Mosca è ormai oggetto di attacchi prolungati, l’ultimo ha ucciso tre persone, danneggiato un quartiere residenziale, costretto alla chiusura di tutti e quattro gli aeroporti della capitale. Il conflitto è arrivato nel cuore di un Paese attraversato dai droni ucraini come un panetto di burro, con obiettivi colpiti anche a mille e seicento chilometri dal confine.
Putin si trova ad affrontare una serie di problemi interconnessi: l’avanzata sul campo di battaglia si è esaurita e per la prima volta dal 2023 i russi perdono più territorio di quanto riescano a conquistarne, i dati disponibili fanno ritenere agli analisti che i momentanei benefici derivati dalla chiusura di Hormuz non basteranno a risollevare l’economia. Soprattutto, la Russia ha creato «un’economia di guerra, ma non una società di guerra», come spiega Nigel Gould-Davies, ricercatore dell’International Institute of Strategic Studies (Iiss), il principale think-tank britannico.
Un recentissimo rapporto dell’Institute for the Study of War (Isw) conferma la nuova fase in cui è entrata la guerra e che vede Kyjiv in posizione di forza. Gli ucraini «stanno superando in innovazione quelle russe sia nelle tecnologie militari sia nell’applicazione di queste nuove tecnologie» ha scritto George Barros, uno degli autori del report, nel quale si legge: «Le forze ucraine stanno creando le condizioni per uscire dalla guerra posizionale, reintroducendo elementi limitati di manovra meccanizzata a livello tattico. L’Ucraina ha riacquistato un vantaggio complessivo in termini di droni e ha schierato sistemi in grado di ostacolare le forze russe in tutta la loro profondità operativa».
Linguaggio per iniziati, ma che possiamo provare a semplificare. Gli ucraini hanno trovato la quadra per far male ai russi non solo lungo la linea del fronte, ma in profondità, colpendone la logistica, le ferrovie, rendendo un percorso a ostacoli persino la blindatissima autostrada per la Crimea. Non sono più costretti solo a difendersi, attaccano e dispongono di droni e tecnologie superiori. I nemici hanno pagato pesantemente lo spegnimento di Starlink, ma anche la decisione di Putin di oscurare Telegram: uno strumento di comunicazione cruciale per i suoi soldati.
Si stima che i russi perdono trentacinquemila uomini al mese: per la prima volta dall’invasione è un numero di gran lunga superiore a quello dei nuovi arruolati.
Le cose non vanno meglio in economia. La guerra in Iran ha liberato la Russia da alcune sanzioni e le ha permesso di vendere gas e petrolio al ritmo più veloce possibile, con entrate superiori ai 45 miliardi di euro in tre mesi. Questo contribuirà a stabilizzare il bilancio, ma non a migliorare la vita quotidiana delle persone. I numeri restano impietosi. Per la prima volta da tre anni l’economia russa mostra una contrazione nel primo trimestre, il governo ha previsto al ribasso le previsioni di crescita e la potente governatrice della banca centrale, Elvira Nabiullina, ha lanciato l’allarme sulla carenza di manodopera, definendola «la peggiore nella storia della Russia moderna». Putin ha dato inutilmente in pasto alla guerra un milione e trecentocinquantamila individui, ma ha svuotato le fabbriche e, secondo Gould-Davies interpellato dal Telegraph, entro un anno dovrà prendere la decisione che ha cercato di evitare in ogni modo: giungere a un accordo o rompere quello non scritto col popolo russo, chiamando a una mobilitazione di massa.
Sarebbe il passo definitivo verso un modello economico di stampo stalinista, con un’ulteriore rinuncia da parte dei russi a libertà fondamentali, e con una chiusura delle frontiere per evitare la fuga dei reclutabili.
Perfino Xi Jinping (secondo Brett McGurk, analista della Cnn dopo una carriera diplomatica al servizio di quattro presidente americani) durante i colloqui con Trump si sarebbe spinto ad affermare che Putin un giorno potrebbe pentirsi di aver invaso l’Ucraina. Detto dal leader cinese è più di un messaggio in codice.
Ecco perché il lancio del missile Oreshnik su Kyjiv di domenica scorsa o le nuove minacce di Putin potrebbero essere un segno di debolezza più che di forza. Il tentativo di alzare la posta in gioco: e quei nove fogli PowerPoint un esercizio di realismo.
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Massimo Arcidiacono
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