Il mercato globale dei semiconduttori attraversa una perdurante fase di deficit strutturale. Ma la crisi attuale non assomiglia a quella che si è verificata durante la pandemia, quando mancavano componenti per auto, console, computer e smartphone. Allora il problema era soprattutto l’interruzione della filiera, oggi la domanda cresce perché è cambiata la scala del calcolo.
L’accordo di Nvidia
L’intelligenza artificiale generativa ha trasformato Nvidia nel centro dell’economia tecnologica e ha spostato il baricentro dell’intero settore verso gli acceleratori per data center. Ma una Gpu, da sola, non basta. Per addestrare e far funzionare modelli sempre più grandi servono memorie ad alta banda, packaging avanzato e una capacità produttiva che non si costruisce in pochi mesi. Jensen Huang, amministratore delegato dell’azienda di Santa Clara, ha ribadito che la domanda di chip supererà l’offerta ancora per diversi anni. E ha siglato qualche giorno fa un accordo pluriennale con la coreana SK Hynix per sviluppare memorie di nuova generazione destinate alle AI factory e accelerare progettazione e produzione di semiconduttori. SK Hynix svilupperà memorie per i futuri supercomputer Vera Rubin, le CPU Vera, i PC equipaggiati con soluzioni RTX Spark e le piattaforme robotiche Jetson Thor, coprendo data center, dispositivi personali e “AI fisica”. Nvidia acquista già da SK Hynix “miliardi e miliardi di dollari” di prodotti ogni anno, soprattutto memorie ad alta banda (HBM), e la spesa crescerà in modo significativo.
La memoria è il punto più sensibile perché nell’AI i dati non devono solo essere conservati: devono muoversi a velocità altissima, restare vicini ai processori, alimentare di continuo calcoli enormi. È una delle ragioni per cui i grandi clienti del cloud, da Microsoft a Google, da Amazon a Meta, possono assorbire quote crescenti della produzione mondiale. Firmano contratti lunghi, pagano prezzi più alti, garantiscono volumi. Tutti gli altri arrivano dopo.
https://x.com/getpeid/status/2011264565598912657
L’allarme di Carl Pei
Fra gli altri ci sono anche computer e smartphone. Per anni il mercato dei telefoni ha beneficiato della discesa dei costi dei componenti: più memoria, più spazio, più fotocamere, più potenza, senza grandi aumenti di prezzo. Con il boom dell’intelligenza artificiale, questo meccanismo si è inceppato. Carl Pei, cofondatore e amministratore delegato di Nothing, lo ha scritto su X: la memoria sta diventando molto più cara e il rincaro continuerà anche il prossimo anno. Secondo Pei la Ram è ormai il componente più caro di uno smartphone e può pesare oltre il 50% del costo hardware totale, più del processore e più del display. Il rialzo è notevole: i prezzi di alcuni tipi di memoria sono saliti fino al 300%, e moduli che un anno fa costavano meno di 20 dollari potrebbero superare i 100 dollari sui modelli premium entro fine 2026. Pei ha citato il caso concreto del Nothing Phone (4a): i costi di memoria sono raddoppiati durante lo sviluppo del dispositivo e poi raddoppiati di nuovo nei mesi successivi al lancio. Lo scenario, ha avvertito, lascia ai produttori solo due strade: alzare i prezzi del 30% o più, oppure ridurre le specifiche per difendere i margini. La situazione, secondo le stime citate dallo stesso Pei, non dovrebbe migliorare prima del 2028, segnando di fatto la fine della corsa alle specifiche nelle fasce entry e media.
Il problema non riguarda solo Nothing, ma tutto il mercato Android, soprattutto nella fascia media e bassa. Se un telefono costa 250 o 300 euro, pochi dollari in più sulla memoria possono cambiare il conto economico del prodotto. Il produttore può ridurre i margini, tagliare la configurazione, rinunciare a qualche funzione oppure aumentare il prezzo. Nei modelli da oltre mille euro, invece, l’aumento viene ammortizzato più facilmente perché i margini sono maggiori e i miglioramenti tecnologici sono distribuiti su più fronti: telecamera, batteria, processore principale, aggiornamenti software e altro.
I numeri
I dati del mercato globale degli smartphone confermano lo spostamento verso l’alto. Secondo Counterpoint Research, nel primo trimestre 2026 le spedizioni globali di chip sono calate dell’8% su base annua a causa della stretta sulle memorie. A pagare il conto sono i fornitori più impegnati nelle fasce economiche: MediaTek resta il primo produttore mondiale di chipset, ma la sua quota è scesa dal 38% del primo trimestre 2025 al 32% di un anno dopo, mentre Qualcomm, seconda, è passata dal 27% al 23%. In controtendenza i vertici alti del mercato: Apple è salita al 19% (dal 15%), trainata dalla domanda per la gamma iPhone 17, mentre Samsung ha portato la quota dei processori Exynos al 7% grazie ai Galaxy S26 e all’adozione di chip proprietari. Il paradosso è che, pur con meno unità vendute, il fatturato dei SoC è atteso in crescita a doppia cifra nel 2026, perché circa uno smartphone su tre sarà un dispositivo premium. La pressione, intanto, non si allenta: i prezzi delle memorie sono saliti del 50-55% trimestre su trimestre nel Q1 e sono attesi in ulteriore rialzo nel Q2, con una normalizzazione della filiera non prevista prima dell’inizio del 2028.
Il caso
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L’Europa
Per fronteggiare la carenza di chip si è mossa anche l’Unione europea. Il 3 giugno 2026 la Commissione ha presentato il Chips Act 2.0, parte del più ampio Technology Sovereignty Package, con l’obiettivo di rafforzare la sovranità tecnologica e ridurre la dipendenza dai mercati asiatici e statunitensi. La nuova proposta poggia sui risultati del primo Chips Act, che ha contribuito a mobilitare oltre 52 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati e a creare circa 46.000 posti di lavoro diretti e indiretti, pur lasciando l’Europa ancora dipendente da paesi terzi nella manifattura avanzata e nel design dei chip. Sul fronte dell’offerta, il testo punta a un sistema più snello: l’iter per le autorizzazioni verrebbe accelerato, con approvazioni in non più di 12 mesi, e sarebbe ampliato il sostegno ai progetti innovativi lungo l’intera catena del valore, dalle materie prime al packaging. La Commissione otterrebbe inoltre poteri d’emergenza per intervenire sulle decisioni commerciali dei produttori durante una crisi, fino a sovrascrivere i contratti esistenti e imporre la priorità agli ordini critici per l’UE. Il provvedimento, però, non è ancora legge: dovrà essere negoziato con gli Stati membri e il Parlamento europeo prima di entrare in vigore.
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Bruno Ruffilli
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