Obsession – Attenti a ciò che si desidera



In Obsession, Curry Barker trasforma il desiderio romantico in un atto di regia: la protagonista, Nikki, perde la volontà, i gesti, gli abiti e perfino il diritto di occupare lo spazio secondo le proprie intenzioni. L’orrore non nasce dall’essere amati troppo, ma dalla fantasia di poter essere scelti senza accettare la possibilità del rifiuto.

Il suono decisivo è un piccolo schianto: un oggetto economico, acquistato in un negozio esoterico, si spezza e rende irrevocabile una frase pronunciata da un uomo solo. Il One Wish Willow ha l’aspetto di una merce costruita per il fondo di uno scaffale: promette l’impossibile con la disinvoltura di un giocattolo, ha un nome grazioso, quasi infantile, e riduce il desiderio a un servizio disponibile. Basta rompere qualcosa e formulare la richiesta.

Bear è appena un ragazzo, e come tutti i giovani non comprende la portata di ciò che desidera: lui chiede che Nikki lo ami più di chiunque altro al mondo.
La formulazione è proprio questa, e contiene già l’intero film. Non chiede che Nikki lo conosca, che possa innamorarsi di lui o che tra loro nasca una relazione. Non chiede neppure di diventare una persona capace di essere amata da lei. Stabilisce una gerarchia. Vuole occupare il primo posto, rendere secondari tutti gli altri legami, eliminare dal campo ogni concorrente reale o immaginario. Il desiderio non riguarda Nikki come soggetto. Riguarda la posizione di Bear nella vita di Nikki.
Il meccanismo soprannaturale non tradisce la richiesta attraverso una cavillosità demoniaca. La prende alla lettera. Se Nikki deve amare Bear sopra ogni altra persona, qualsiasi relazione capace di limitarne la devozione diventa un ostacolo. Se deve desiderarlo in modo assoluto, la prudenza, il pudore, il disagio e la facoltà di dire “no” vengono eliminati. Se la sua esistenza deve ruotare intorno a lui, non può conservare una volontà indipendente. La magia si limita a eseguire il programma.

La tradizione di The Monkey’s Paw di W. W. Jacobs ha spesso trasformato il desiderio in una trappola semantica. Si chiede denaro e lo si riceve attraverso la morte di un figlio; si chiede il ritorno di una persona amata e qualcosa bussa alla porta. Il prezzo nasce dallo scarto tra la fantasia del richiedente e la precisione spietata della sua realizzazione. In Obsession, però, la conseguenza più grave non ricade anzitutto su chi formula il desiderio. Il pagamento viene prelevato dal corpo di un’altra persona.

Questo mutamento basta a spostare il racconto dal territorio della fiaba morale a quello della violenza sociale. Bear non ha desiderato ricchezza, successo o immortalità. Ha usato il soprannaturale sulla volontà di Nikki. Il film può così assumere la struttura familiare del desiderio esaudito e introdurvi una domanda che il genere ha spesso lasciato ai margini: cosa significa “ottenere” un essere umano?
La risposta di Curry Barker non è affidata soltanto all’escalation narrativa. Attraversa il modo in cui Nikki viene illuminata, vestita, collocata dentro l’inquadratura, costretta a muoversi e trattenuta nella durata di una scena. Il desiderio di Bear agisce come un atto di regia. Riscrive un personaggio, piuttosto che limitarsi a indurre un sentimento.

Prima che il Willow si spezzi, Nikki conserva zone alle quali Bear non ha accesso. Il film non le concede una biografia particolarmente ampia, e questa reticenza rimane uno dei suoi limiti, ma le riconosce almeno un’opacità. Nikki possiede altri legami, un proprio gusto, tempi e reazioni che non servono a confermare l’identità del protagonista. Può non rispondere come lui spera. Può sottrarsi.
Bear vive questa distanza come una mancanza. Michael Johnston gli conferisce una goffaggine che disarma il sospetto, un modo di stare al mondo da uomo che sembra subirlo invece di tentare di dominarlo. I vestiti troppo larghi gli abbassano le spalle e ne fanno una figura dimessa. Non appare come qualcuno capace di imporre la propria volontà. La sua sofferenza sembra privata, quasi innocua.
La magia rivela che insicurezza e controllo non sono termini opposti. Bear non pensa di voler cancellare Nikki. Pensa di voler essere finalmente scelto. Proprio questa autoimmagine gli impedisce di riconoscere la violenza contenuta nella richiesta. Chi si considera fragile fatica a immaginarsi come agente di coercizione.

Dopo l’incantesimo, Nikki diventa improvvisamente leggibile. Ogni sguardo, parola e gesto conferma ciò che Bear desiderava sapere. La distanza tra amare qualcuno e voler essere amati da quella persona viene abolita. La relazione non contiene più rischio.
L’orrore nasce da questa chiarezza. Un rapporto reale implica margini di incertezza: silenzi che non sappiamo interpretare, desideri che possono cambiare, parti dell’altro che non ci riguardano. Nikki viene ridotta a un sistema di segni rivolti a Bear. Tutto nel suo comportamento esprime la stessa frase: ti amo, ti voglio, non esiste niente fuori di te.

Un amore simile non può appartenere a Nikki. La possibilità di scegliere include quella di rifiutare. Eliminato il rifiuto, anche il consenso diventa impossibile. Bear non dispone più di alcun criterio per distinguere un gesto autentico da un gesto imposto dal Willow. La magia gli offre una certezza assoluta e, nello stesso movimento, distrugge il valore di quella certezza. Nikki lo sceglie perché non può fare altrimenti.
I costumi rendono materiale questa espropriazione. Prima della magia, il guardaroba di Nikki suggerisce una ragazza che si veste per se stessa. Dopo il desiderio, la sua immagine comincia a rispondere a ciò che potrebbe piacere a Bear. Cambiano dettagli, associazioni cromatiche e riferimenti. Nikki viene progressivamente avvicinata a Sarah, fino alla duplicazione del vestito viola a fiori.
Il film mostra così una donna che perde anche l’autorialità della propria apparenza. Il suo corpo viene rivestito secondo una fantasia esterna. L’identità femminile diventa un montaggio di elementi intercambiabili: la donna che mi rassicura, quella che mi desidera, quella che corrisponde a ciò che so riconoscere come amore.

Bear crede di desiderare Nikki come individuo. La magia gli consegna una versione costruita attraverso categorie che appartengono a lui. Non ottiene la persona amata, ma una rappresentazione che gli permette di sentirsi amato.
Obsession entra così in collisione con una convenzione persistente della romantic comedy. In molte storie sentimentali, lo spettatore riconosce la coppia prima dei personaggi. L’insistenza del protagonista viene giustificata dalla certezza che l’altra persona non abbia ancora compreso ciò che prova davvero. Il rifiuto iniziale diventa un errore destinato a essere corretto dal racconto.
Barker conserva questa struttura e ne elimina la reciprocità. Bear sa già quale dovrebbe essere il ruolo di Nikki. Il Willow trasforma la sua interpretazione in realtà. La fantasia romantica rivela il proprio sottotesto coercitivo: amare qualcuno significherebbe capire meglio di lui ciò che dovrebbe desiderare.

La performance di Inde Navarrette rende visibile la frattura. Nei momenti in cui riemerge, il suo corpo sembra contenere due sistemi incompatibili. La postura continua ad appartenere alla creatura devota, mentre gli occhi o la voce lasciano filtrare il terrore della persona imprigionata. Non è una possessione nel senso tradizionale. Nessuna entità estranea occupa il corpo dall’esterno. La forza invasiva è il desiderio di Bear stesso, divenuto comportamento.
Questo scarto distingue Nikki dalle figure femminili di molti film sulla possessione. In Possession di Andrzej Żuławski, la metamorfosi di Anna rimane opaca, legata a un desiderio e a una sofferenza che il personaggio maschile non riesce a contenere nella propria comprensione. Il corpo di Isabelle Adjani eccedeva la relazione, sfuggiva alla comprensione maschile e diventava il luogo di un desiderio irriducibile. In Obsession, il corpo di Nikki viene invece chiuso dentro la relazione, programmato affinché non abbia più un altrove.
Navarrette lavora su una corporeità che deve apparire simultaneamente eccessiva e vuota. I sorrisi sono troppo lunghi, gli occhi troppo fermi, i movimenti troppo diretti. La performance non imita una donna innamorata con maggiore intensità. Imita l’idea che Bear possiede di una donna innamorata: presenza costante, disponibilità senza residui, attenzione incapace di distrarsi. La sua mostruosità non eccede la relazione. Ne rappresenta la forma terminale.
Il film denuncia la trasformazione di Nikki in immagine e dipende dall’intensità di quell’immagine. Inoltre, la Nikki precedente all’incantesimo riceve uno spazio limitato. Possiamo sostenere che questa scarsità riproduca l’incapacità di Bear di conoscerla, ma una scelta formalmente coerente può continuare a produrre una perdita. Sappiamo che una vita è stata cancellata senza aver avuto il tempo di conoscerla pienamente.

Sul piano dei tempi di regia, la formazione di Barker nella comicità breve emerge probabilmente nel controllo delle pause. Le conversazioni vengono trattenute oltre il punto di equilibrio. Una risposta tarda ad arrivare. Un sorriso resta sul volto. L’imbarazzo, inizialmente comico, comincia a sembrare una minaccia. È sintomatico che un horror così cruento sia riuscito a strappare più risate in sala.
Comicità e orrore condividono l’attesa di un rilascio. Nella battuta, la tensione si scioglie in una risata; nello spavento, esplode. Barker mantiene le scene nella zona intermedia, quando il pubblico non sa più quale reazione stia preparando.
Questa grammatica serve prima di tutto ad avvicinarci a Bear. La sua goffaggine è riconoscibile. Non sa come esprimersi, interpreta male i segnali, trasforma ogni tentativo di spontaneità in un piccolo fallimento sociale. Il pubblico non deve approvarlo per condividere il suo disagio.
Se Bear fosse apertamente minaccioso fin dall’inizio, il desiderio si limiterebbe a confermare una colpa già evidente. Barker sceglie invece un uomo inoffensivo e lascia emergere la violenza dalla distanza tra ciò che Bear pensa di essere e ciò che le sue scelte producono.
La figura del “nice guy” non coincide in questo caso con un uomo gentile che nasconde una natura malvagia. Descrive semmai qualcuno che trasforma la propria gentilezza in credito. Ho aspettato, ho sofferto, non mi sono comportato come gli uomini peggiori, dunque merito una possibilità. Il rifiuto non viene accettato come espressione della libertà altrui, ma vissuto come giudizio ingiusto sul proprio valore.
La frase “What’s so bad about being with me?” pronunciata da Bear mentre Nikki “emerge” dal profondo della possessione (mentre “l’altra” sta dormendo) concentra questa logica. Bear non chiede che cosa stia accadendo a Nikki. Non tenta di comprendere la sofferenza di una persona intrappolata nel proprio corpo. Riporta la questione alla propria adeguatezza: perché stare con me dovrebbe essere tanto terribile? La domanda rivela quanto il suo desiderio continui a essere autoreferenziale anche dopo la scoperta dell’incantesimo. Il problema, per Bear, non è ancora ciò che Nikki vuole. È ciò che il rifiuto di Nikki dice di lui.

La responsabilità del personaggio raggiunge il punto più grave quando comprende che la vera Nikki è ancora presente e decide comunque di conservare la relazione. Il desiderio iniziale era egoista, ma formulato senza conoscere le conseguenze. Dopo la rivelazione, Bear sa che ogni gesto affettuoso nasce dalla coercizione. Continuare significa accettare consapevolmente la cancellazione di Nikki in cambio della propria soddisfazione.
Bear resta dunque responsabile della condizione di lei. Eppure il film lo trasforma anche in vittima del desiderio che ha messo in moto. Non una vittima equivalente a Nikki, né un uomo assolto dalla punizione che subisce. Il Willow gli restituisce la sua ossessione in forma esterna, visibile e incontrollabile.
All’inizio è Bear a osservare Nikki, interpretarne i gesti e cercare accessi alla sua vita. La magia rovescia la direzione dello sguardo. Ora è Nikki a seguirlo, aspettarlo, occupare ogni suo spazio e leggere ogni altra relazione come una minaccia. L’ossessione che Bear viveva come sofferenza privata diventa un corpo che lo insegue.

Il rovesciamento possiede una precisione crudele. Bear viene costretto a sperimentare la logica del proprio desiderio dalla posizione di chi la subisce. Voleva essere il centro assoluto della vita di Nikki; quando lo diventa, scopre che la centralità assoluta non somiglia all’amore, ma alla prigionia. Voleva eliminare la possibilità che lei si allontanasse; ora è lui a non poter creare alcuna distanza.
La maledizione realizza quindi un doppio movimento. Cancella Nikki trasformandola nella proiezione di Bear e intrappola Bear dentro quella proiezione. Lui non può più incontrare la donna che desiderava, perché al suo posto esiste soltanto il desiderio che ha imposto. La vittoria coincide con la perdita definitiva dell’oggetto amato.

Anche lo spazio partecipa a questo rovesciamento. Taylor Clemons fotografa Bear dentro composizioni statiche e zone scure che sembrano amplificarne la solitudine. Prima del desiderio, il vuoto appare come la forma di ciò che manca. Dopo, ogni area buia può contenere Nikki.
Lo spazio negativo cambia significato senza cambiare aspetto. Da assenza diventa minaccia. Bear voleva riempire il vuoto e ottiene una presenza senza intervalli. Nikki aspetta davanti alla porta, invade la casa, occupa la stanza, trasforma la vicinanza in sorveglianza.
La richiesta di spazio formulata da Nikki acquista così un peso concreto. Avere spazio significa mantenere una distanza nella quale una volontà può ancora esistere. Bear interpreta quell’intervallo come privazione. Il Willow lo abolisce e condanna entrambi a una prossimità senza libertà.

Gli stalker movie hanno spesso rappresentato la donna ossessiva come una minaccia che penetra nell’ambiente domestico maschile. Obsession conserva l’immagine e ne rovescia l’origine. Nikki non invade lo spazio di Bear per effetto di un desiderio femminile incontrollabile. È Bear ad aver prodotto la donna che ora lo perseguita.
La “crazy girlfriend” diventa il risultato di una fantasia maschile realizzata senza limiti. Bear desiderava esclusività, disponibilità, presenza. Quando queste qualità vengono separate dall’autonomia di Nikki, assumono inevitabilmente la forma dello stalking.
Le camere statiche rafforzano la sensazione di una minaccia che non ha bisogno di essere inseguita. L’inquadratura resta ferma e attende che Nikki si manifesti al suo interno. Le zone nere costringono il pubblico a cercarla, proprio mentre Bear tenta di capire se la persona che conosce sia ancora presente.
Il volto, quando emerge dall’oscurità, non restituisce una verità stabile. Il cinema ha spesso usato il primo piano femminile come promessa di accesso emotivo. Qui l’espressione continua a comunicare, ma non sappiamo a chi appartenga l’emozione. Nikki può mostrare desiderio, paura o sofferenza senza possedere pienamente nessuno di quei gesti.

D’altro canto, la comicità coinvolge lo spettatore nello stesso circuito. La goffaggine di Bear può spingerci a desiderare che riesca a conquistare Nikki. La prima reciprocità ottenuta attraverso il Willow conserva per qualche istante la forma di una soluzione narrativa. Finalmente la storia va nella direzione che la commedia romantica ci ha insegnato ad attendere.
L’orrore obbliga poi a riesaminare quel sollievo. Quanto a lungo interpretiamo la possessività come eccentricità? In quale momento smettiamo di trovare Bear innocuo? Il film colloca queste domande nella durata delle scene, facendo continuare la battuta finché la risata non diventa la prova di una complicità.
La violenza d’immagine rende infine impossibile ignorare la logica del desiderio. L’omicidio di Sarah porta alle conseguenze materiali la gerarchia contenuta nella richiesta iniziale. Se Nikki deve amare Bear più di chiunque altro, ogni relazione alternativa diventa una minaccia. Il vestito viola condiviso dalle due donne trasforma l’omicidio in una forma di sostituzione: Nikki ha già incorporato l’immagine di Sarah prima di eliminarne il corpo.

Barker contamina brutalità e slapstick, sfruttando rumore, ripetizione ed eccesso. La risata può ancora affiorare, ma non offre tregua. Espone quanto facilmente la violenza possa essere montata come gag e quanto a lungo il pubblico resti vicino al punto di vista di Bear.

Facendo qualche ricerca, ho letto che il finale originariamente pensato da Barker prevedeva la morte di entrambi i protagonisti. Bear e Nikki avrebbero concluso la storia insieme, secondo una geometria tragica vicina a Romeo e Giulietta (reference molto chiara nell’ending). Sarebbe stata una soluzione più ordinata e meno severa. La morte comune avrebbe trasformato la coercizione in un amore eccessivo che distrugge entrambi, attribuendo al loro legame una nobiltà postuma. Due vittime dello stesso sentimento.
Nel finale distribuito, Bear si uccide e interrompe la maledizione. Nikki sopravvive. Recupera il controllo del corpo e conserva il ricordo di ciò che è accaduto mentre non poteva governarlo.
La sopravvivenza spezza la simmetria. Bear conclude il proprio arco; Nikki deve vivere dentro le sue conseguenze.

L’intero film è costruito su due ossessioni che non coincidono mai davvero. All’inizio Bear vuole Nikki e Nikki può sottrarsi. Dopo il desiderio, Nikki viene costretta a volere Bear proprio mentre lui comincia a temere ciò che ha ottenuto. Quando uno dei due cerca la prossimità, l’altro desidera distanza. La magia non crea reciprocità. Li mantiene costantemente fuori fase.

***SPOILER ALERT – SALTA QUESTA PARTE***

Solo nel finale le due traiettorie sembrano toccarsi. Bear comprende ormai la portata del proprio desiderio e sceglie di morire per liberare Nikki; lei, ancora soggetta all’incantesimo, continua a orientare verso di lui ogni gesto. Sono entrambi concentrati sullo stesso legame, ma da posizioni inconciliabili: Nikki perché non può fare altrimenti, Bear perché ha finalmente deciso di distruggere ciò che aveva voluto creare.
Non è una riconciliazione romantica. È il punto in cui le due forme dell’ossessione si congiungono prima di annullarsi. L’ossessione di Bear, trasferita nel corpo di Nikki, torna verso di lui nel momento prima della morte. Il circuito si chiude sul proprio autore.
Il suicidio può essere letto come il primo gesto nel quale Bear rinuncia a occupare il centro. Non riceve una ricompensa, non conserva Nikki, non protegge la propria vita. Per la prima volta accetta che amarla significhi restituirle la possibilità di non amarlo.
Ma il gesto mantiene anche la struttura unilaterale che ha governato il loro rapporto. Bear decide ancora per entrambi. Non affronta le conseguenze, non può testimoniare, non aiuta Nikki a spiegare perché il suo corpo sia circondato da vittime. Le restituisce la volontà e le lascia il mondo devastato dalla propria.

***FINE SPOILER***

Sacrificio e fuga convivono. La morte interrompe il comando, ma sottrae Bear alla durata della responsabilità. Diventa vittima della propria ossessione perché deve distruggere se stesso per fermarla, pur restando una vittima responsabile. Il circuito che lo uccide è quello che ha attivato; Nikki vi è stata trascinata senza scelta.
Quando Bear muore, l’ossessione che si era trasferita da lui a Nikki perde il proprio oggetto e si dissolve. Per un istante erano stati uniti dalla stessa forza: lui nel gesto di rinunciarvi, lei nell’impossibilità di farlo. La morte spezza questa comunione rovesciata.

A Nikki torna il corpo, non il tempo.
Dovrà ricordare movimenti che non ha scelto, parole che non voleva pronunciare, desideri che non ha provato. Il suo corpo è stato autore materiale di azioni delle quali lei resta vittima e testimone. La liberazione arriva quando il danno è già stato prodotto.

Il titolo Obsession sembra inizialmente indicare la condizione della donna trasformata. È Nikki a inseguire, attendere, invadere e uccidere. Poco a poco, il termine ritorna verso Bear. La sua ossessione è meno visibile perché assume la forma della sofferenza, del bisogno di certezza, dell’incapacità di tollerare che Nikki possieda una vita fuori dal suo sguardo.
Il Willow rende questa ossessione visibile consegnandole il corpo di lei. Poi obbliga Bear a viverci dentro.
Alla fine può smettere di essere l’autore della vita di Nikki, ma non può cancellare ciò che ha già scritto. Lei ricade dentro il proprio corpo come qualcuno che rientra in una casa dopo che un estraneo vi ha vissuto, indossato i vestiti, spostato i mobili e lasciato sangue nelle stanze.

Ora può muoversi di nuovo.

Il primo gesto libero è un urlo che arriva quando ogni gesto precedente le è già stato attribuito.


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 Gero Miccichè

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