di Mariagrazia Costantino* – Tutti parlano dello strapotere delle immagini, del culto dell’apparire, della società dello spettacolo, ma raramente si avventurano nel mare aperto di un’analisi più approfondita delle implicazioni.
La fotografia nasce con la necessità di documentare meglio la realtà. Meglio di cosa? Della pittura, ovviamente. E non solo meglio, ma anche più in fretta.
Per decenni la fotografia è stata lo strumento di documentazione dei fatti per eccellenza: se sappiamo dei campi di sterminio, delle camere a gas, delle fosse comuni e di tutte le mostruosità dell’Olocausto, è proprio grazie alle foto rubate di nascosto da qualche coraggioso o dai fotografi americani come Lee Miller (grande fotografa già musa di Man Ray) andati in Germania e in Polonia a documentare l’orrore; sì perché i nazisti continuavano a insabbiare le prove: non volevano che il mondo sapesse. Grazie ai reportage fotografici e alle riprese satellitari, siamo venuti a conoscenza delle nefandezze dell’esercito russo in Ucraina: il massacro di Buča, i bambini rapiti, i prigionieri violentati e torturati, e altre fosse comuni …
E nonostante tanti, troppi, ritengano Putin un grande leader, è comunque difficile negare lo scempio di cui è stato mandante in Ucraina e prima ancora in Cecenia, anche se gli ammiratori di cui sopra riescono a giustificare anche quello (dicono “gli ucraini sono nazisti”: quindi tu usi metodi realmente nazisti per eliminare presunti nazisti …).
Le cose diventano ancora più complicate quando sono gli ebrei, o israeliani (tanto è lo stesso), ad andare di mezzo: per esempio molti italiani sono assolutamente convinti che l’11 settembre sia una false flag architettata dagli ebrei, o israeliani (tanto è lo stesso 2), per non si sa bene quale motivo. Bisognerebbe chiedere all’amico/cugino che conosce un agente della CIA di stanza a Guantanamo. Similmente, milioni di primati con la patente sono convinti che il 7 ottobre, ovvero la più grande strage di ebrei, o israeliani (tanto è lo stesso 3) dopo l’Olocausto – più di 1200 in un solo giorno, tra cui anziani e neonati – sia un piano architettato da Benjamin Netanyahu o dal suo governo per restare al potere, e che il primo ministro d’Israele abbia pagato Hamas per eseguirlo, anche se non si capisce perché Hamas e i leader palestinesi dovrebbero prendere ordini proprio dagli ebrei, loro nemici giurati, o che bisogno avrebbero di essere pagati da Israele, visti tutti i soldi che ricevono dal Qatar e dal civilissimo Occidente – Italia compresa – nella forma di aiuti alla popolazione palestinese “genocidiata”; soprattutto, non si capisce il bisogno di costruire tunnel per nascondere armi, ricchezze, sé stessi e gli ostaggi israeliani, se Israele sapeva già tutto…
C’è gente che continua a negare gli stupri e le torture compiuti da Hamas e dalla nobilissima resistenza palestinese, nonostante siano stati proprio i “partigiani” a riprenderli con le go-pro che indossavano. Certo quelle sono immagini talmente crude da essere mostrate con discrezione; talmente brutali che non ci si crede. Non si vuole credere, però si crede ai video fatti con l’intelligenza artificiale/artigianale di rifugiati palestinesi con sei dita che muoiono di freddo e di stenti in una tenda allagata, mentre da qualche parte a Gaza si festeggia l’apertura dell’ennesimo ristorante.
Dove voglio andare a parare con questa lunga premessa? Quello che sto suggerendo è che dopo l’11/9, e con ancora maggiore evidenza dopo il 7/10, siamo entrati in una nuova fase della storia (della fotografia): quella in cui l’immagine fotografica non è più usata con la finalità precipua di documentare, ma per rafforzare la distorsione cognitiva chiamata “bias di conferma” – meccanismo per il quale un cervello pigro sarà naturalmente attratto da ciò che conferma le sue certezze, per quanto erronee e sconclusionate possano essere. La fotografia è appunto il coadiuvante per eccellenza di questo meccanismo, tanto che oggi ha smesso di documentare la realtà e ha iniziato a crearne tante fittizie. Tante irrealtà inesistenti o al massimo esistenti solo in un certo immaginario psichico o psicotico. Le frequenti manipolazioni dell’AI e i deep fake rafforzano l’effetto, perché insinuano l’idea che ogni immagine vera possa essere falsa, ma soprattutto il contrario, cioè che ogni immagine falsa possa essere vera. Sempre a seconda di quello che si preferisce credere.
Poi c’è la solita vanitas vanitatum, che fornisce ai drogati di visibilità un pretesto per apparire e per costruire un’immagine pubblica su misura (del loro ego smisurato e dell’ambizione che non conosce limiti). Così Salvini che bacia salumi diventa il paradigma dell’amore per il mad(e) in Italy; the late Silvio Berlusconi e i suoi tanti cloni nazionali sono inappuntabili padri di famiglia e amorevoli proprietari di barboncini perché questo mostrano le foto ufficiali; Mamdani, il sindaco musulmano di New York, sorride così tanto da sembrare colto da paresi facciale permanente (e quando non è l’obiettivo di qualcuno a inquadrarlo può sempre farsi un selfie): lui è un sindaco vicino alla gente comune e ai poveri perché si fa ritrarre nella metropolitana o con i senzatetto. Anche il neoeletto sindaco di Reggio Calabria – mi rendo conto che passare da New York a Reggio Calabria possa sembrare un po’ azzardato – è “uno di noi” o almeno ci/si illude di esserlo, perché abbraccia con lo stesso trasporto immigrati africani e Berlusconi, che nella nuova veste di spirito guida e talismano portafortuna sembra godere di una salute migliore di quella di tanta gente viva.
La fotografia – inclusi cinema e video – ci ha portato il mondo a casa; però il mondo che ci porta adesso è on-demand, non esattamente a nostra immagine e somiglianza, ma piuttosto a nostra richiesta. Come una pizza sulla quale facciamo mettere quello che ci pare.
La fotografia continua a essere una gran bella cosa che riesce a creare mondi: purtroppo per noi, la legge dell’entropia esige che per ogni mondo creato uno venga distrutto. È il famoso negativo. Quello che oggi non esiste più, nell’era digitale del positivo e basta, che rende tutto facile, veloce, ingannevole.
*Sinologa e docente universitaria. Ha un Master e Dottorato in Cinema e scrive di Global Media e Geopolitica
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claudio
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