TERMOLI. I rapporti semestrali della Dia, le recenti dichiarazioni del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, le ultime interdittive disposte dalla Prefettura, sono tutti sintomi di un malessere, legato al fenomeno delle infiltrazioni criminali in Molise, e in particolare nella zona costiera e nell’area di Termoli e Campomarino.
Nel giorno in cui le istituzioni si confrontano proprio sul litorale, in vista della stagione estiva, approfondiamo la questione col professor Vincenzo Musacchio, criminologo forense, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Riacs di Newark e presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise.
Professor Musacchio, per anni il Molise è stato descritto come un territorio impermeabile alle grandi dinamiche criminali. Qual è la realtà fotografata dai vostri studi sul Basso Molise?
«La retorica dell’isola felice è stata, a mio parere, il più grande alleato delle mafie in questa regione. Il Molise non è mai stato un’isola e, men che meno, felice. In particolare, il Basso Molise, per la sua contiguità geografica con la Puglia (la Capitanata e il Foggiano) e la Campania, e per la presenza di uno snodo industriale e turistico importante come Termoli, è da decenni un territorio di forte attrazione per la criminalità organizzata. Non parliamo di una mafia che “arriva” oggi, ma d’infiltrazioni che hanno radici profonde, inizialmente legate al soggiorno obbligato di vecchi boss e poi sfociati in una colonizzazione economica silenziosa».
Ecco, lei parla spesso di “mafia silente”. Come operano i clan in quest’area? C’è il rischio d’infiltrazioni violente?
«Le moderne consorterie criminali hanno compiuto una vera e propria metamorfosi genetica: sono diventate silenti. La violenza di strada e il controllo militare del territorio sono considerati dai boss l’extrema ratio, perché attirano l’attenzione dello Stato e delle forze dell’ordine. Nel Basso Molise la mafia non spara perché non ne ha bisogno. Preferisce infiltrare il tessuto economico legale: acquista alberghi, ristoranti, attività commerciali, aziende agricole e immobili. Sfrutta la crisi di liquidità delle imprese locali, offrendo denaro facile che poi si trasforma in usura o nell’acquisizione forzata delle quote societarie. È un processo di “cyber-riciclaggio” e colonizzazione commerciale che non fa rumore, ma distrugge la concorrenza leale».
Quali sono le consorterie criminali più attive sulla costa molisana e nell’entroterra limitrofo?
«Storicamente assistiamo a una forte convergenza d’interessi. Da un lato c’è la camorra, in particolare i clan del casertano, che da sempre vedono nel Basso Molise un luogo ideale per lo smaltimento di rifiuti pericolosi, il riciclaggio di denaro e l’investimento immobiliare. Dall’altro c’è la criminalità pugliese, in particolare la mafia foggiana e la malavita della vicina San Severo, che gestisce principalmente il traffico di stupefacenti e i reati predatori. Più di recente, la ‘ndrangheta ha dimostrato un interesse specifico per il settore degli appalti e per il controllo di flussi finanziari legati alle energie rinnovabili. Il Basso Molise è diventato una sorta di terra di mezzo e di snodo logistico commerciale per i traffici illeciti che collegano l’Adriatico al Tirreno».
A proposito di flussi finanziari, oggi l’attenzione degli studiosi è tutta sui fondi pubblici, a partire dal Pnrr. Qual è il livello di allerta per l’economia del Basso Molise?
«L’allerta è massima. Come ho ripetuto più volte, i milioni dei fondi pubblici rappresentano un “grande banchetto” per le mafie. Il rischio non è che arrivino, ma che siano già sedute a tavola a banchettare. Nei cantieri e nei grandi appalti infrastrutturali, i clan utilizzano professionisti compiacenti — i cosiddetti “colletti bianchi” (avvocati, commercialisti, ingegneri) — per aggirare le interdittive antimafia attraverso la tattica del frazionamento. Un’azienda pulita vince la gara principale e poi parcellizza i lavori in mille piccoli subappalti sotto la soglia dei controlli più rigidi, affidandoli a microimprese riconducibili ai clan per il movimento terra o la fornitura di calcestruzzo. Se non digitalizziamo i controlli in tempo reale con l’intelligenza artificiale, rischiamo di accorgercene quando i fondi saranno già stati interamente drenati».
Che cosa pensa delle azioni di contrasto e delle interdittive antimafia recentemente irrogate del prefetto Michela Lattarulo in provincia di Campobasso?
«Condivido in pieno l’azione rigorosa condotta dalla Prefettura di Campobasso guidata in maniera eccellente da Michela Lattarulo. Riflette in parte la mia visione scientifica del contrasto alla “mafia silente”. Bloccare le aziende sospettate d’infiltrazioni mafiose prima che possano contrarre con la Pubblica Amministrazione, è un eccellente strumento di prevenzione. Le interdittive antimafia sono uno degli strumenti preventivi più efficaci a disposizione dello Stato. L’attivismo e il monitoraggio stringente da parte del prefetto Lattarulo trovano il mio pieno supporto scientifico anche quando finemente riunisce forze di polizia e sindaci per far fronte all’aumento d’infiltrazioni nel periodo di maggiore pressione turistica nel litorale adriatico».
Oltre all’economia legale, il basso Molise soffre storicamente per il corridoio dello spaccio. Qual è la situazione sul fronte del narcotraffico?
«Il corridoio adriatico è una delle autostrade del narcotraffico in Italia. Il Basso Molise soffre di una forte penetrazione di droghe pesanti, e la preoccupazione più recente è legata all’ingresso nel mercato delle nuove sostanze sintetiche. Le organizzazioni criminali stanno già testando la penetrazione di oppioidi sintetici anche nelle province più piccole. C’è una domanda interna drammatica che s’incrocia con la capacità logistica dei clan pugliesi e campani di stoccare e muovere la merce lungo le dorsali stradali e ferroviarie della costa».
Professore, qual è la ricetta per invertire questa rotta in una regione piccola che spesso si sente priva di strumenti sufficienti?
«Le risposte esclusivamente giudiziarie o di polizia arrivano quando il reato è già stato commesso. La vera sfida è socioculturale ed economica. Serve una forte trasparenza amministrativa da parte degli enti locali nel monitoraggio dei subappalti e delle licenze commerciali. È necessaria anche la piena consapevolezza dei cittadini e degli imprenditori: accettare i soldi facili della criminalità significa cedere le chiavi del proprio territorio. La legalità non è un concetto astratto; significa proteggere il lavoro, difendere le imprese oneste e impedire che l’economia di una terra splendida come il Molise sia inquinata dalle multinazionali del crimine».
Emanuele Bracone
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