Alla Presidenza del Consiglio parte la contrattazione, ma il messaggio è già scritto
La contrattazione per il triennio 2025-2027 del comparto Sicurezza e Difesa si apre con una cornice che sa più di avvertimento che di confronto. Nel corso dell’incontro con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, presieduto dal Dott. Eugenio Gallozzi, Direttore dell’Ufficio per le relazioni sindacali delle pubbliche amministrazioni, il quadro è stato subito tracciato con toni inequivocabili: il delicato momento inflattivo ed energetico, l’impatto sugli scenari macroeconomici e un contesto politico generale definito molto complicato renderebbero difficile attendersi ulteriori risorse.
Tradotto dal linguaggio istituzionale: il tavolo si apre, ma il portafoglio resta chiuso.
Ed è proprio qui che nasce il paradosso. Il Governo può presentare l’avvio anticipato della trattativa come un segnale di attenzione verso il personale in divisa, ma se l’apertura del confronto coincide con la premessa che non ci sono margini economici reali, il rischio è quello di trasformare la contrattazione in una passerella. Un taglio del nastro davanti a un cantiere senza mattoni.
L’anticipo del tavolo o l’inaugurazione del nulla
L’apertura anticipata e straordinaria del tavolo negoziale per il rinnovo 2025-2027 avrebbe potuto rappresentare un cambio di passo. Avrebbe potuto significare programmazione, rispetto, riconoscimento concreto della specificità del comparto. Invece, la prima comunicazione politica arrivata al personale sembra andare nella direzione opposta: non aspettatevi troppo.
Il punto non è solo contabile. È politico.
Perché convocare un tavolo se, prima ancora di entrare nel merito delle rivendicazioni, si mette già il recinto alle aspettative? Perché invitare le parti a discutere se il perimetro economico viene presentato come sostanzialmente invalicabile?
La sensazione è quella di una trattativa nata con il freno a mano tirato. Un negoziato in cui il risultato sembra già condizionato dalla premessa iniziale: il momento è difficile, le risorse sono quelle che sono, il quadro è complicato. Una formula ormai familiare, ripetuta ogni volta che si parla degli stipendi di chi indossa una divisa.
Inflazione, energia e geopolitica: quando le crisi diventano una scusa salariale
Il riferimento al momento inflattivo ed energetico e agli scenari macroeconomici è certamente un dato reale del contesto. Ma proprio qui emerge la contraddizione più bruciante.
Chi è chiamato a gestire, contenere e subire gli effetti concreti delle crisi internazionali? Chi presidia le strade, gli obiettivi sensibili, le frontiere, le carceri, i teatri operativi, le missioni all’estero? Chi viene mobilitato quando la sicurezza nazionale diventa terreno di pressione interna ed esterna?
La risposta è sempre la stessa: il personale del comparto Sicurezza e Difesa.
E allora la retorica diventa indigesta. Quando servono sacrifici, straordinari, turni massacranti, pattugliamenti, impieghi operativi e presenza nei contesti più difficili, le donne e gli uomini in divisa vengono definiti pilastro della Nazione. Quando però arriva il momento di riconoscere economicamente quel ruolo, gli stessi scenari internazionali diventano improvvisamente il motivo per cui bisogna stringere la cinghia.
È la specificità a senso unico: vale per i doveri, per i rischi, per le limitazioni personali e professionali. Ma quando si parla di diritti economici, quella specificità sembra dissolversi nei vincoli di bilancio.
Il potere d’acquisto non si difende con le pacche sulle spalle
Il nodo vero resta il salario. Perché l’inflazione non è una formula astratta da relazione tecnica: è la spesa quotidiana, il mutuo, l’affitto, le bollette, il carburante, i figli, le rinunce. È il potere d’acquisto che si assottiglia mese dopo mese.
Per questo il richiamo alle difficoltà macroeconomiche rischia di suonare come un insulto all’intelligenza di chi quelle difficoltà le vive sulla propria pelle. Le pacche sulle spalle istituzionali non pagano le utenze. Gli elogi pubblici non compensano la perdita salariale. Le cerimonie, i comunicati e gli applausi non sostituiscono un rinnovo contrattuale capace di dare risposte vere.
Da anni il personale in divisa ascolta la stessa musica: siete indispensabili, siete fondamentali, siete il volto dello Stato. Poi, quando si arriva alla cassa, il riconoscimento diventa prudenza, compatibilità finanziaria, fase complessa, risorse limitate.
Ma se la sicurezza è davvero una priorità nazionale, allora deve esserlo anche nei numeri. Non solo nei discorsi.
La trattativa o il diktat preventivo
Arrivare al tavolo con l’avvertimento che difficilmente potranno esserci ulteriori risorse significa condizionare l’intero confronto fin dall’inizio. È una trattativa, certo, ma con il perimetro già blindato. È un negoziato che rischia di trasformarsi in un prendere o lasciare.
Il messaggio implicito è pesante: accettate ciò che c’è, non alzate troppo la voce, comprendete il momento difficile del Paese. Una formula che scarica sulle rappresentanze del personale la responsabilità politica di non chiedere abbastanza o di chiedere troppo.
Così il confronto sindacale rischia di diventare una liturgia. Le parti si siedono, ascoltano, intervengono, verbalizzano. Ma il cuore della questione — le risorse — viene già collocato fuori portata. Come se il problema non fosse quanto riconoscere a chi garantisce sicurezza e difesa, ma come convincerlo che deve accontentarsi.
Le divise celebrate nei discorsi e dimenticate nei bilanci
La distanza tra narrazione pubblica e realtà contrattuale diventa sempre più evidente. Le divise vengono evocate nei momenti solenni, nei talk show, nelle campagne istituzionali, nelle giornate celebrative. Sono simbolo di ordine, sacrificio, legalità, presidio democratico.
Poi però, nei tavoli dove si decide il trattamento economico, tornano a essere una voce di spesa da comprimere.
È questa la frattura più profonda: l’uso retorico del personale in divisa come immagine rassicurante dello Stato e, al tempo stesso, la difficoltà cronica a riconoscerne in modo adeguato il valore economico e professionale.
Non si può chiedere al comparto Sicurezza e Difesa di essere sempre disponibile, sempre operativo, sempre pronto, e poi presentare il rinnovo contrattuale come un esercizio di compatibilità al ribasso. La sicurezza non può essere invocata come emergenza permanente e finanziata come capitolo secondario.
Contratto 2025-2027, il rischio è un rinnovo già insufficiente in partenza
Se il tavolo per il triennio 2025-2027 nasce sotto il segno delle risorse limitate, il rischio è che il rinnovo sia percepito come insufficiente prima ancora di entrare nel vivo. Non per capriccio sindacale, ma per una ragione semplice: il personale arriva a questa fase dopo anni segnati da aumento dei prezzi, carichi operativi crescenti e aspettative continuamente rinviate.
Un contratto che non recupera davvero il terreno perso rischia di essere non una risposta, ma l’ennesima toppa. E una toppa, quando il tessuto è logoro, non basta più.
La questione non riguarda solo gli stipendi. Riguarda la credibilità dello Stato nei confronti di chi lo rappresenta ogni giorno nei luoghi più esposti. Riguarda il rapporto tra parole e fatti. Riguarda la capacità della politica di stabilire priorità vere, non soltanto dichiarate.
La sicurezza non può essere sacrificata sull’altare del bilancio
Il personale del comparto Sicurezza e Difesa non chiede privilegi. Chiede che la propria funzione sia riconosciuta con coerenza. Chiede che la specificità non venga ricordata solo quando si tratta di imporre obblighi, rischi e sacrifici. Chiede che il rinnovo contrattuale 2025-2027 non diventi l’ennesimo rito al ribasso, confezionato con parole solenni e risorse insufficienti.
Perché la sicurezza dei cittadini ha un costo. La difesa dello Stato ha un costo. La presenza quotidiana delle donne e degli uomini in divisa ha un costo.
E se quel costo viene trattato come una voce sacrificabile, allora il problema non è la mancanza di risorse. È la mancanza di volontà politica.
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Andrea Valenti
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