“Quel che resta dei giorni”: l’Hospice di Larino, storie di vita e l’umanità straordinaria di Mariano Flocco


TERMOLI-LARINO. Ieri sera, quasi per caso, durante uno zapping tra un canale e l’altro, mi sono imbattuto nella nuova stagione di Che ci faccio qui, il programma ideato e condotto da Domenico Iannacone su Rai 3. Una trasmissione che affronta alcuni dei grandi temi dell’esistenza umana: la fragilità, il limite, la malattia, la violenza, la cura e la morte. La prima puntata, dal titolo “Quel che resta dei giorni”, è stata dedicata all’Hospice Madre Teresa di Calcutta e si è interrogata su cosa significhi accompagnare una persona nel tempo del fine vita, su cosa accada quando la guarigione non è più possibile e quando la medicina può soltanto alleviare la sofferenza. Confesso che sono rimasto profondamente colpito. Anzi, impietrito. Ascoltare persone molto più giovani di me, consumate da malattie ormai giunte all’ultimo stadio, parlare con una dignità e una serenità difficili persino da immaginare, è stata un’esperienza che lascia il segno. Erano autentici combattenti. Uomini e donne che guardavano in faccia il proprio destino senza rabbia, senza recriminazioni, ma con una forza d’animo straordinaria
Alla fine della trasmissione, nei titoli di coda, abbiamo appreso che molte delle persone incontrate durante il racconto non ci sono più. La malattia ha avuto il sopravvento, ma il ricordo della loro testimonianza resterà vivo in chi ha avuto la fortuna di ascoltarli. Come dimenticare la fioraia che, nonostante il corpo devastato dalla malattia e le continue cure antidolore, aveva riempito l’Hospice di fiori e piante, quasi a voler continuare a regalare bellezza agli altri fino all’ultimo giorno. Oppure il professore di matematica che ricordava con affetto la sua carriera, i suoi anni di insegnamento e gli studenti ai quali era rimasto profondamente legato. E ancora il restauratore, il pittore edile, il camionista che, sapendo di essere ormai arrivato al capolinea della vita, aveva voluto accanto a sé tutti i suoi fratelli e le sue sorelle per festeggiare serenamente quello che sarebbe stato il suo ultimo compleanno. Particolarmente toccante è stata anche la storia della bambina che aveva perso il papà in giovane età e che chiedeva alla madre di accompagnarla alla “casa di papà”, quell’Hospice dove lui aveva trascorso gli ultimi giorni della sua vita. Sono storie che, a meno di essere cinici o insensibili, non possono lasciare indifferenti. Sono storie che fanno scendere lacrime sincere, che commuovono e che costringono a riflettere. Una trasmissione bellissima, certamente, ma anche profondamente dolorosa e per certi aspetti angosciante, perché ci mette davanti alla realtà più difficile da accettare: la nostra fragilità. Eppure, in mezzo a tutto questo dolore, c’è una figura che sembra illuminare ogni stanza dell’Hospice con la sua presenza. Una persona che molti definirebbero semplicemente un medico, ma che per chi lo conosce e per chi ha visto la trasmissione rappresenta molto di più. Parlo del dottor Mariano Flocco. Già da tempo la sua fama di professionista eccezionale era nota in Molise, ma questa trasmissione ha mostrato a tutti ciò che tanti già sapevano: Mariano Flocco è una persona straordinaria. Ha scelto di dedicare la propria vita ad alleviare la sofferenza di chi è arrivato all’ultimo tratto del proprio cammino terreno. Quando non si può più guarire, lui continua a curare. Quando non esistono più speranze terapeutiche, lui offre vicinanza, ascolto, conforto e dignità.

Nell’Hospice di Larino i ricoverati non sono semplicemente pazienti. Sono persone, storie, famiglie. E lui li considera proprio così: parte di una grande famiglia umana. Ha una parola buona per tutti, un gesto affettuoso, un abbraccio sincero. Li accoglie, li ascolta, li conforta. Li abbraccia, li bacia sulla fronte, restituisce loro quel briciolo di dignità che talvolta la malattia sembra voler cancellare. E quando qualcuno non riesce a raggiungere l’Hospice, è lui stesso che, terminato il lavoro in struttura, sale in auto e percorre le strade del Molise per effettuare visite domiciliari, portando assistenza e sollievo nelle case dei malati. L’Hospice di Larino, pur essendo spesso l’ultima dimora terrena per chi vi entra, grazie a lui e ai suoi collaboratori diventa un luogo di serenità, un’oasi di pace dove nessuno viene lasciato solo.
Anche il conduttore Domenico Iannacone sembrava colpito da tanta disponibilità e umanità. In più di un momento traspariva lo stupore davanti a una dedizione così autentica e disinteressata. In un’epoca in cui spesso si parla di eccellenze per risultati economici o successi professionali, questa puntata ha mostrato un’eccellenza diversa: quella dell’umanità.
Personalmente fui colpito dal dottor Flocco anche in un’altra occasione. Uomo profondamente credente e devoto, durante l’esibizione di un coro religioso nella cappella dell’Hospice rimase inginocchiato in preghiera per tutta la durata del recital musicale e spirituale. Un’immagine semplice ma potentissima, che racconta molto della sua sensibilità e della sua concezione della missione che svolge ogni giorno.
Forse è proprio per questo che riesce a trasmettere tanta serenità a chi soffre. Perché vede nei malati non soltanto una diagnosi, ma una persona. Perché considera ogni vita degna di rispetto fino all’ultimo istante.
Se esistesse un Premio Nobel per l’umanità, per la disponibilità verso il prossimo e per la capacità di alleviare la sofferenza umana, il nome del dottor Mariano Flocco meriterebbe sicuramente di essere preso in considerazione. Non per i titoli o per la notorietà, ma per ciò che fa ogni giorno, lontano dai riflettori, accanto a chi affronta il momento più difficile della propria esistenza. La puntata di Che ci faccio qui non ha soltanto raccontato il dolore e il fine vita. Ha consacrato agli occhi del grande pubblico una delle più autentiche eccellenze umanitarie del nostro territorio. Una di quelle persone che rendono migliore il mondo semplicemente con la loro presenza.
Per questo motivo credo che il Molise debba sentirsi fortunato ad avere tra i suoi figli un uomo come il dottor Mariano Flocco. Un professionista straordinario, ma soprattutto una persona capace di trasformare la cura in amore, la medicina in vicinanza e la sofferenza in dignità.
Un uomo che, per molti, non è soltanto un medico. È un angelo sceso sulla terra per fare del bene al prossimo.

Michele Trombetta




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