Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della tecnologia delle emozioni, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

In una teca universitaria è conservato ciò che resta di un satellite. Metallo deformato, superfici annerite, cavi interrotti: un oggetto nato per orbitare e diventato testimonianza di un’anomalia, di una traiettoria spezzata. Lo spazio, per decenni sinonimo di progresso e conquista, oggi è anche questo: materia che fallisce e si accumula. Continuiamo a guardarlo con meraviglia, ma quali emozioni suscita oggi un cielo attraversato da migliaia di oggetti artificiali? Stupore, ancora. E insieme una sensazione più terrestre: la percezione che perfino l’orbita possa intasarsi e che lo spazio stia diventando un settimo continente dove riproporre le stesse dinamiche già sperimentate sulla Terra, comprese quelle più tossiche.
Le orbite attorno alla Terra sono sempre più popolate. Secondo i rapporti più recenti dell’Agenzia Spaziale Europea, gli oggetti tracciati superiori ai 10 cm sono nell’ordine delle decine di migliaia; i frammenti più piccoli ma comunque pericolosi superano il milione. Anche un pezzo di pochi centimetri, a velocità che sfiorano i 28 mila km orari, può danneggiare un satellite operativo. La cosiddetta sindrome di Kessler – la reazione a catena di collisioni che potrebbe rendere alcune orbite inutilizzabili – non è più soltanto un’ipotesi teorica evocata nei manuali di astrodinamica.
È da questa consapevolezza che prende avvio Drifting Shadows, progetto della fotografa italiana Fiorella Baldisserri che guarda allo spazio attraverso i prodigi della tecnica, gli occhi delle persone, le aziende che muovono l’economia spaziale italiana, tra meraviglia e preoccupazione. Baldisserri resta sulla Terra per raccontare ciò che avviene sopra le nostre teste. Documenta osservatori che monitorano traiettorie, aziende che progettano ottiche per costellazioni di satelliti, startup che sviluppano sistemi per intercettare e rimuovere detriti, persone (spesso giovani e molto ben istruite) che hanno scelto di dedicare allo spazio le loro energie.


L’Italia appare come un laboratorio diffuso: dalle camere bianche di un’azienda come D-Orbit, impegnata nella logistica orbitale e nei servizi in-orbit, alle integrazioni ottiche di Officina Stellare per programmi di osservazione come Iride; dai centri di controllo del Fucino ai team universitari che testano materiali in condizioni estreme. I numeri aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno. Oggi in orbita attorno alla Terra operano oltre 9000 satelliti, una cifra che è cresciuta nell’ultimo decennio, trainata soprattutto dalle grandi costellazioni private per la connettività globale. I lanci annuali sono passati da poche decine a diverse centinaia, con una quota sempre più rilevante affidata a operatori commerciali che hanno ridotto i costi di accesso allo spazio e accelerato il ritmo delle missioni. In questo scenario l’Italia occupa una posizione non marginale: il comparto aerospaziale nazionale vale circa 19 miliardi di euro, con oltre 50000 addetti, e rappresenta una delle filiere tecnologiche più avanzate del Paese, con una forte integrazione tra grandi gruppi, piccole e medie imprese specializzate e start-up.
Una parte significativa di questa economia è legata direttamente ai servizi satellitari – osservazione della Terra, telecomunicazioni, navigazione, applicazioni downstream – che incidono in modo crescente anche su settori tradizionali come agricoltura, logistica, assicurazioni, energia. Come osserva il giornalista e divulgatore scientifico Emilio Cozzi, «Lo spazio non è più “altrove”, ma un’estensione funzionale della Terra: un’infrastruttura da cui dipendono economia, sicurezza e governance globale». Numeri che raccontano una realtà industriale strutturata, inserita in un mercato internazionale sempre più competitivo e dominato da attori pubblici e privati con capacità di lancio e investimento senza precedenti.
Baldisserri rileva alcune contraddizioni. Da un lato lo spazio resta il territorio della sperimentazione e dell’eccellenza tecnologica, anche nel nostro paese; dall’altro, la crescita rapidissima rischia di sfuggire di mano: «I satelliti, che sono imprescindibili per la nostra vita, sono gestiti in modo ancora poco attento alla conservazione dello spazio, che deve restare un bene comune», dice Baldisserri. La sua preoccupazione nasce dall’osservazione diretta di un settore che si espande tumultuosamente, dove il confine tra ricerca e interessi economici e militari è sempre più labile, anche a causa della presenza sempre più massiccia di operatori privati, come SpaceX. Per Baldisserri il satellite rappresenta simbolicamente l’occhio umano, una protesi che estende la nostra curiosità oltre le possibilità fisiche di percezione. Senza quella rete invisibile che orbita sopra le nostre teste molte funzioni quotidiane – dal monitoraggio degli incendi alla gestione delle emergenze – si fermerebbero.


Lo spazio è diventato infrastruttura critica. Ma ogni infrastruttura produce effetti collaterali. Le mega-costellazioni per la connettività globale hanno moltiplicato i lanci e aumentato la densità dell’orbita bassa. Le agenzie spaziali lavorano a linee guida per la mitigazione dei detriti e a sistemi di rimozione attiva, ma la crescita resta rapida. Qui emerge una dicotomia che Baldisserri coglie con lucidità: da un lato i cosiddetti “cimiteri orbitali” dove i satelliti a fine vita vengono parcheggiati; dall’altro aziende come D-Orbit che promettono di intervenire direttamente in orbita per riparare, spostare, prolungare la vita dei satelliti rendendo il sistema più sostenibile. Un ambiente del pensiero raccontato, per esempio, dal documentario Wild Wild Space (2024), che segue l’ascesa delle startup spaziali e mostra come la corsa commerciale acceleri innovazione e competizione, spesso lasciando alla regolazione il compito d’inseguire.
Dall’altra parte, il saggio A City on Mars (2023) di Kelly e Zach Weinersmith smonta con rigore scientifico l’idea che basti colonizzare nuovi mondi per risolvere problemi politici e sociali: ogni infrastruttura porta con sé diritto, conflitto, responsabilità. Le immagini di Baldisserri catturano precisione tecnica e scene di osservazione notturna, ma non si fermano agli apparati: ritrae anche le persone che lo spazio lo progettano e lo monitorano. Sono ragazzi spesso giovanissimi, molti con due lauree, una preparazione impressionante e una passione autentica per quello che fanno: tra loro, sempre più donne, alcune di assoluta eccellenza, come Alessia Gloder, che con Adaptronics – spin-off dell’Università di Bologna – sta progettando un “polpastrello artificiale” capace di afferrare oggetti nello spazio e rimuovere detriti.
In una delle immagini finali della serie, un’applicazione mostra in tempo reale la mappa dei satelliti sopra le nostre teste. Il cielo diventa interfaccia, un gesto quotidiano che sintetizza la trasformazione in atto: ciò che era distante e misterioso è ora accessibile. C’è ancora spazio in orbite sempre più affollate? C’è spazio per una governance condivisa in un ambiente conteso? C’è ancora spazio emotivo per considerare lo spazio un bene comune, o ci stiamo abituando a trattarlo come un’estensione delle logiche terrestri? Drifting Shadows non offre facili risposte, ma spazio alla riflessione.


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Paolo Patrito
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