L’aspra battaglia sui nostri miliardi di tasse e lo scandalo delle pensioni in Spagna: i nostri sussidi europei stanno scomparendo anche qui?
La disputa sul nuovo bilancio UE si sta intensificando: per il periodo 2028-2034, la Commissione europea prevede spese per quasi duemila miliardi di euro, un aumento storico che graverebbe pesantemente sulla Germania, il maggiore contributore netto dell’Unione. Mentre il Cancelliere Friedrich Merz chiede tagli sostanziali e respinge categoricamente un nuovo debito comune, a Bruxelles si sta formando una forte resistenza. Almeno 16 Stati membri premono per il mantenimento, o addirittura per l’ampliamento, dei generosi sussidi. In questo contesto di lotta di potere fiscale, una richiesta inattesa del Primo Ministro italiano Giorgia Meloni sta creando scompiglio nella coalizione di governo, mentre le notizie di miliardi di euro di fondi UE sottratti illecitamente in Spagna stanno esacerbando gli animi dei contributori netti. Si tratta di un’immersione profonda nel gioco a poker delle negoziazioni europee, dove sono in gioco centinaia di miliardi di euro per i contribuenti tedeschi e niente meno che la futura sopravvivenza dell’UE.
Nota del redattore: questo articolo fa luce sui conflitti profondamente radicati e sulla situazione precedente al vertice UE.
Pagatori contro beneficiari: la battaglia solitaria della Germania per il bilancio dell’UE
Quando una persona paga per tutti e tutti sono contrari: l’aritmetica dello squilibrio
Il Consiglio europeo si riunirà a Bruxelles il 18 giugno 2026 e il dibattito più acceso non riguarderà la guerra, il clima o la competitività, bensì il denaro. Un sacco di denaro. Nel luglio 2025, la Commissione europea ha presentato un quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2028-2034 con un volume di quasi duemila miliardi di euro. Ciò corrisponde a un aumento annuo del bilancio UE da circa 199 miliardi di euro a circa 285 miliardi di euro, un incremento del 43% rispetto all’attuale quadro finanziario. Per la Germania, in quanto maggiore contributore netto all’Unione, questo significa un potenziale e drastico aumento del suo onere finanziario.
Le cifre rendono tangibile il conflitto: la Germania finanzia attualmente circa il 23,6% del bilancio dell’UE, il che corrisponde a un contributo lordo annuo di circa 47 miliardi di euro. Se questa percentuale venisse mantenuta, il contributo annuo della Germania salirebbe a circa 67 miliardi di euro – nell’arco di un quadriennio legislativo, ciò si tradurrebbe in un onere totale di circa 269 miliardi di euro e in un onere aggiuntivo assoluto di oltre 81 miliardi di euro. Secondo i calcoli della Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), il contributo totale della Germania per l’intero periodo del Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) potrebbe addirittura raggiungere una cifra compresa tra 420 e 450 miliardi di euro, soprattutto considerando che la Commissione europea intende anche abolire completamente lo sconto sui contributi tedeschi.
L’Istituto economico tedesco (IW Colonia) conferma che nel 2024, nonostante la persistente debolezza economica, la Germania ha versato al bilancio dell’UE 13,1 miliardi di euro in più di quanto abbia ricevuto – la cifra più alta tra tutti gli Stati membri, sia in termini assoluti che pro capite (157 euro per abitante). Sebbene il contributo netto si sia ridotto rispetto al picco di 19,7 miliardi di euro raggiunto nel 2022, un dato che l’Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza (SWP) attribuisce alla continua recessione economica in Germania, nessun altro Paese ha registrato contributi netti così elevati, sia in termini assoluti che relativi.
Un cancelliere alle prese con venti contrari: Merz contro 16 Stati membri
Il cancelliere Friedrich Merz ha chiarito inequivocabilmente la sua posizione a Bruxelles: l’attuale progetto di Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) è “insostenibile” e la Germania esige “tagli significativi alla spesa in tutti i settori”. Per il cancelliere, l’emissione di nuovi debiti a livello europeo è fuori discussione, così come l’emissione di obbligazioni europee comuni. Nella sua dichiarazione al Bundestag, Merz è stato categorico: le sfide del XXI secolo non possono essere affrontate con un bilancio del XX secolo, ma ciò significa modernizzazione e riallocazione delle risorse, non aumento della spesa.
Il problema principale del Cancelliere, tuttavia, è di natura matematica: si trova in una posizione di svantaggio nei negoziati. Almeno 16 dei 27 Stati membri dell’UE si oppongono al suo approccio e desiderano mantenere o addirittura aumentare la spesa europea. I cosiddetti “Amici della Coesione” – Spagna, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia e Slovenia – hanno chiesto, in una dichiarazione congiunta, un aumento dei finanziamenti per l’agricoltura e la politica regionale. Persino l’Italia, pur essendo un contributore netto, ha di fatto appoggiato questa richiesta sotto la guida del Primo Ministro Giorgia Meloni, complicando notevolmente i calcoli di coalizione di Berlino.
La Germania è sostenuta da Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Svezia: una classica coalizione di conservatori fiscali che si è già battuta contro la spesa eccessiva nei precedenti cicli del quadro finanziario pluriennale. La Svezia si spinge particolarmente oltre, chiedendo non il taglio del 2% offerto da Cipro come compromesso – che Michael Jäger della Federazione europea dei contribuenti ha definito una “brutta barzelletta” – ma una riduzione del 20% rispetto alla proposta della Commissione.
Il paradosso di Meloni: l’alleato come piantagrane
La premier italiana Giorgia Meloni illustra in modo singolare la complessità della politica fiscale europea. Da un lato, governa con una dichiarata politica di austerità – il bilancio italiano per il 2026 è stato adottato con l’obiettivo di ridurre il nuovo indebitamento al di sotto del tre per cento del prodotto interno lordo. Dall’altro, persegue a Bruxelles una linea che indebolisce significativamente l’alleanza di Merz.
Meloni chiede l’abolizione degli attuali rimborsi contributivi per i paesi contribuenti netti. Se l’anacronistico sistema di rimborsi venisse mantenuto, l’Italia, in quanto terzo maggiore contributore netto dell’UE, dovrebbe godere dello stesso beneficio. Questa richiesta ribalta completamente il processo negoziale: la questione dei rimborsi viene solitamente affrontata solo alla fine dei negoziati sul quadro finanziario pluriennale, una volta definita la struttura complessiva. Sollevarla fin dall’inizio rende meno probabile un rapido accordo. La Germania riceve attualmente un rimborso annuo di 3,671 miliardi di euro sul suo contributo all’UE: eliminarlo aggraverebbe ulteriormente il suo già crescente onere finanziario.
Allo stesso tempo, Meloni chiede maggiori investimenti nella difesa e nella competitività, ma non a scapito di pescatori e agricoltori. Questo è esattamente l’opposto di ciò che Merz e la sua alleanza si prefiggono: vogliono smantellare le vecchie strutture di sussidi nei settori agricolo e della coesione a favore di investimenti moderni e orientati al futuro. Il consenso intraeuropeo sulla riforma è quindi più fragile di quanto la retorica pubblica spesso lasci intendere.
Politica di coesione tra solidarietà ed egoismo
Al centro del conflitto c’è la politica di coesione europea: il sistema di fondi regionali e strutturali concepito per ridurre gli squilibri economici tra gli Stati membri dell’UE. A tale scopo sono stati stanziati complessivamente 373 miliardi di euro nell’attuale Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2021-2027, pari a circa un terzo dell’intero bilancio dell’UE. Questa enorme somma è la ragione principale per cui i paesi beneficiari più poveri si battono con tanta veemenza per mantenerla o ampliarla.
La valutazione scientifica delle politiche di coesione, tuttavia, presenta una complessità che fa riflettere. I ricercatori dello ZEW di Mannheim osservano che, sebbene tali politiche abbiano effetti positivi misurabili sulla crescita e sull’occupazione, questi effetti sono spesso di breve durata e diminuiscono con l’aumentare dei finanziamenti. Particolarmente significativo è il dato che, nonostante trent’anni di politiche di coesione, le disparità regionali nell’Europa meridionale si sono ridotte solo marginalmente. Esiste un problema strutturale che un semplice aumento dei finanziamenti non può risolvere.
Allo stesso tempo, i paesi che contribuiscono indirettamente al sistema di coesione beneficiano indirettamente di questo meccanismo: le economie orientate all’esportazione, come la Germania o i Paesi Bassi, traggono vantaggio da mercati di vendita meglio attrezzati nell’Europa centrale e orientale. Studi precedenti hanno dimostrato che la spesa per la coesione può generare un ritorno a lungo termine di almeno il due percento del PIL per i paesi donatori, attraverso effetti a cascata sulla produzione e sulla produttività. Tuttavia, questa giustificazione economica perde di validità quando i sussidi non vengono utilizzati per investimenti produttivi, bensì per coprire deficit di bilancio strutturali, come dimostra in modo eclatante l’attuale caso della Spagna.
Lo scandalo che circonda i miliardi delle pensioni spagnole
Nessun singolo episodio illustra meglio le debolezze del sistema di bilancio europeo dello scandalo spagnolo relativo all’appropriazione indebita di fondi per la ripresa post-COVID-19. Oltre dieci miliardi di euro del programma NextGenerationEU – destinato alla trasformazione digitale e alla transizione verde – sono finiti nel sistema di sicurezza sociale spagnolo: circa 2,38 miliardi di euro nel 2024 sono confluiti nel fondo pensionistico dei dipendenti pubblici e nei sussidi per le pensioni minime, e si stima che almeno altri 8,5 miliardi di euro siano confluiti nel sistema di sicurezza sociale nel 2025. Il Ministero delle Finanze spagnolo ha confermato la transazione.
La situazione giuridica rimane complessa: un portavoce della Commissione europea ha spiegato che i pagamenti per le spese correnti non sono generalmente ammissibili ai finanziamenti del Fondo per la ripresa e la resilienza (RRF), ma gli Stati membri potrebbero utilizzare temporaneamente la liquidità del RRF per coprire altre spese di bilancio. La Commissione europea si è infine schierata dalla parte della Spagna, affermando che non vi erano prove di una violazione delle norme. Questo esito rivela una debolezza strutturale: i controlli sono meno efficaci laddove manca la volontà politica di imporre sanzioni.
Andreas Schwab, esperto di bilancio della CDU, l’ha definita un processo che mina la fiducia: se questa pratica si diffondesse, la solidarietà tra gli Stati membri finirebbe. Ciò rivela un dilemma politico-economico fondamentale: la solidarietà che è alla base del sistema di redistribuzione dell’UE presuppone la fiducia nel corretto utilizzo dei fondi. Laddove questa fiducia si erode, diminuisce anche la volontà politica dei paesi contribuenti netti di continuare a versare contributi al sistema.
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Konrad Wolfenstein
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