Accordo tra Stati Uniti e Iran: riaperto lo Stretto di Hormuz, ma il ritorno alla normalità sarà lento


Gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato il 17 giugno un atteso memorandum d’intesa, segnando una tregua nel conflitto mediorientale che negli ultimi mesi ha destabilizzato i mercati petroliferi mondiali.

Nell’ambito dell’accordo, l’Iran ha accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo che conduce al Golfo Persico e attraverso il quale transita una parte significativa delle esportazioni energetiche dei principali produttori di petrolio della regione.

La decisione di Teheran di chiudere lo stretto, unita al blocco statunitense delle esportazioni petrolifere iraniane e agli attacchi contro infrastrutture energetiche, aveva provocato una forte contrazione delle forniture globali di carburante.

Il peso della crisi sui mercati emergenti asiatici

La crisi ha colpito in modo particolarmente duro i mercati emergenti del Sud-Est asiatico. Diversi governi sono stati costretti ad adottare misure straordinarie, tra cui: settimane lavorative di quattro giorni; razionamento del diesel; riattivazione di centrali a carbone; accelerazione dei programmi di miscelazione dell’etanolo nei carburanti; limitazioni alle esportazioni di greggio. Nelle Filippine, il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha addirittura dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale alla fine di marzo.

Il petrolio non tornerà subito a fluire normalmente

Nonostante la riapertura dello Stretto di Hormuz, gli esperti invitano alla prudenza. “L’approvvigionamento di petrolio non tornerà immediatamente alla normalità”, spiega Chen Chien-Ming, professore associato di gestione delle operazioni presso la Nanyang Technological University (NTU) di Singapore. “Un viaggio di andata e ritorno di una petroliera tra Singapore e i Paesi del Golfo può richiedere da uno a due mesi, mentre molte nazioni asiatiche stanno già affrontando scorte ai minimi degli ultimi anni e prezzi in forte aumento”.

Proprio a causa dei lunghi tempi di trasporto, analisti come Sushant Gupta di Wood Mackenzie prevedono che le riserve regionali di greggio continueranno a diminuire almeno fino ad agosto, prima di iniziare lentamente a ricostituirsi. “Negli ultimi tre mesi le scorte di carburante sono scese al minimo indispensabile in molti Paesi. Non ci aspettiamo che tornino ai livelli precedenti alla guerra almeno entro quest’anno”, afferma Gupta.

Infrastrutture danneggiate e ripresa graduale

Anche il pieno recupero del mercato potrebbe richiedere tempo perché alcune infrastrutture di trasformazione energetica hanno subito danni durante il conflitto.

Tra queste figura Ras Laffan, in Qatar, il più grande terminal mondiale per il gas naturale liquefatto (GNL). Inoltre, raffinerie e impianti energetici non possono ripristinare immediatamente la produzione di petrolio e gas dopo una chiusura forzata.

Tuttavia, Pushan Dutt, professore di economia presso INSEAD, ritiene che la crescente urgenza sia da parte degli acquirenti asiatici sia da parte dei produttori mediorientali possa accelerare il ritorno alla normalità. “Se il cessate il fuoco reggerà e non verrà interrotto da nuove ostilità tra Israele e Hezbollah, possiamo aspettarci un ritorno più rapido alla normalità per quanto riguarda la ripresa dei flussi petroliferi”, osserva.

Prezzi dell’energia ancora elevati

La ripresa delle esportazioni non comporterà automaticamente un calo immediato dei prezzi dell’energia. Secondo Gupta, la crisi energetica iraniana ha rappresentato una vera lezione per molti Paesi. Le aree maggiormente colpite, come l’Asia meridionale e il Sud-Est asiatico, potrebbero decidere di aumentare significativamente le proprie riserve strategiche di petrolio, portandole persino oltre i livelli precedenti alla guerra.

“La Cina e gli Stati Uniti vorranno ricostituire le loro riserve petrolifere, mentre i Paesi asiatici cercheranno di allentare il razionamento. Domanda e offerta cresceranno contemporaneamente, limitando la velocità del calo dei prezzi”, aggiunge Dutt.

Anche gli investitori, inoltre, avranno bisogno di prove concrete sulla stabilità della situazione, sulla bonifica delle aree interessate dal conflitto e sulla chiarezza riguardo alle sanzioni internazionali. Per questo motivo, i prezzi potrebbero restare elevati ancora per diverso tempo.

“I mercati devono capire che la firma dell’accordo di pace è soltanto il primo passo», sottolinea Gupta. «È irrealistico aspettarsi una significativa riduzione dei prezzi nel breve termine”.

L’accordo di pace è davvero sostenibile?

Le relazioni tra Stati Uniti e Iran restano fragili e alcuni osservatori temono che l’accordo — in realtà un memorandum d’intesa articolato in 14 punti — possa facilmente naufragare. Dopo la firma, l’ex presidente Donald Trump ha già minacciato di riprendere gli attacchi e di “bombardare pesantemente l’Iran” in caso di violazioni dell’intesa.

Anche Kim Fustier, analista globale senior del settore petrolio e gas presso HSBC, invita alla cautela. “L’accordo è chiaramente una notizia positiva, ma dobbiamo vedere prove concrete della sua tenuta”, ha scritto in una nota diffusa martedì. “Ad aprile l’Iran aveva dichiarato aperto lo Stretto di Hormuz per poi richiuderlo successivamente. A maggio ha istituito la Persian Gulf Strait Authority (PGSA) per formalizzare il proprio controllo sul passaggio. Il futuro della PGSA non è ancora chiaro e, se dovesse rimanere in vigore, i flussi potrebbero stabilizzarsi su livelli inferiori rispetto al periodo precedente al conflitto”.

Giovedì, inoltre, la Casa Bianca ha comunicato che il viaggio del vicepresidente JD Vance in Svizzera per un nuovo ciclo di colloqui tecnici con l’Iran è stato rinviato. “La logistica di questi negoziati non è mai stata semplice né prevedibile”, si legge nel comunicato.

Un primo passo, ma la pace resta lontana

Secondo Chen, il principale limite del memorandum è che non contiene strumenti vincolanti per imporre il rispetto degli impegni presi. “Il memorandum non obbliga le parti ad agire, il che significa che i negoziatori possono ritirare le loro promesse in qualsiasi momento”, spiega.

Tra i punti più controversi figurano le richieste iraniane di risarcimenti di guerra e di sblocco dei beni congelati all’estero. Teheran chiede inoltre che Israele si ritiri dal Libano e interrompa tutte le operazioni militari, condizioni che molti osservatori ritengono difficilmente accettabili.

“È un passo nella giusta direzione, ma non credo che il memorandum si tradurrà in una pace duratura”, conclude Chen.

L’articolo originale è disponibile su Fortune.com.


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 Angelica Ang

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