Le imprenditrici donne gestiscono i soldi meglio dei loro colleghi uomini. Ma il 76% subisce ancora pregiudizi


Il dato, letto da solo, sembra quasi contraddittorio. Qualsi l’80% delle imprenditrici italiane dichiara un livello medio-alto di sicurezza nella gestione finanziaria della propria impresa. Eppure, il 76% percepisce stereotipi o commenti legati al genere da parte di investitori, clienti o partner.

È il paradosso fotografato dall’indagine condotta da GammaDonna e wamo su 223 titolari d’impresa italiane: le donne che fanno impresa dichiarano di saper gestire i soldi, i conti e le scelte finanziarie dell’azienda, ma continuano a misurarsi con un deficit di credibilità che non dipende necessariamente dai numeri.

Il punto, infatti, non riguarda soltanto l’equità, ma il modo in cui il mercato valuta il merito, assegna fiducia e decide dove allocare capitale. E se una parte dell’imprenditoria viene letta attraverso stereotipi anziché attraverso dati, competenze e risultati, il problema non è solo culturale. È anche economico.

Perché quando un’impresa guidata da una donna viene considerata meno credibile a parità di competenze, il sistema non sta solo discriminando. Sta potenzialmente allocando peggio risorse, credito, attenzione e opportunità di crescita.

Il paradosso della credibilità

La ricerca GammaDonna-wamo restituisce un quadro molto chiaro. Quasi un’imprenditrice su due, il 46%, dichiara di non essere stata riconosciuta subito come titolare dell’attività. La stessa quota afferma di essersi sentita almeno qualche volta meno considerata rispetto ai colleghi uomini nel rapporto con istituti di credito e investitori.

Il dato diventa ancora più significativo se lo si confronta con la percezione che le imprenditrici hanno delle proprie competenze finanziarie. Il 79% si dichiara “molto” o “abbastanza” sicura nella gestione economica dell’impresa. Non emerge, quindi, una fragilità dichiarata nella capacità di amministrare il denaro. Emerge piuttosto una frattura tra competenza percepita e credibilità riconosciuta.

Questo è il punto più interessante dal punto di vista economico. Il problema non è soltanto che molte imprenditrici si sentano sottovalutate. Il problema è che questa sottovalutazione può incidere sulle decisioni di finanziamento, sull’accesso a bandi e capitali, sulla disponibilità a esporsi in contesti competitivi.

Non a caso, il 38% delle intervistate afferma di aver evitato di candidarsi a bandi, premi o finanziamenti per timore di non essere all’altezza. È un dato che racconta una perdita potenziale difficile da misurare: progetti che non vengono presentati, capitali che non vengono richiesti, imprese che crescono meno di quanto potrebbero.

Il gender gap come inefficienza di mercato

Spesso il divario di genere nell’imprenditoria viene raccontato come un tema di rappresentanza. È certamente anche questo. Ma fermarsi qui rischia di ridurre una questione economica esclusivamente a un problema di sensibilità sociale.

In Italia, secondo Unioncamere, le imprese femminili sono circa 1,3 milioni e rappresentano oltre il 22% del totale delle imprese italiane. Non si tratta quindi di una nicchia, ma di una parte rilevante del sistema produttivo nazionale.

Eppure, le imprese guidate da donne incontrano ancora ostacoli specifici nell’accesso al capitale. Il rapporto Unioncamere sull’imprenditoria femminile evidenzia che molte realtà femminili fanno maggiore affidamento su capitale personale o familiare per avviare l’attività, una scelta che può limitare la propensione a investire, innovare e crescere. Lo stesso rapporto indica però un dato importante: quando le imprese femminili utilizzano capitale finanziario, attraverso incentivi o credito bancario, il loro livello di produttività cresce del 33% e arriva al 40% se a questo si aggiunge anche la formazione.

Questo passaggio è decisivo. Significa che il problema non è la mancanza di potenziale, ma la difficoltà di trasformare quel potenziale in crescita, anche per effetto di un accesso meno fluido a capitali, competenze e strumenti.

Letto così, il gender gap non è solo una disuguaglianza. È una forma di inefficienza del mercato: capitale che non arriva dove potrebbe generare valore, imprese che restano sottodimensionate, competenze che vengono riconosciute più tardi o con più fatica.

Le founder di startup pagano il prezzo più alto

Il paradosso diventa ancora più evidente nel mondo dell’innovazione. Secondo l’indagine GammaDonna-wamo, le imprenditrici digitali e le founder di startup sono quelle che dichiarano di subire più pregiudizi da venture capitalist o stakeholder: il 52% li percepisce “spesso”, contro il 36% della media.

Anche nel rapporto con i finanziatori emerge una distanza significativa. Il 37% delle founder di startup si sente sottovalutata rispetto ai colleghi uomini, contro il 22% del totale del campione.

Questo aspetto non è soltanto simbolico. Le startup vivono di fiducia anticipata: devono convincere investitori, partner e mercato prima che i risultati siano pienamente consolidati. Se la credibilità iniziale viene distribuita in modo diseguale, anche l’accesso alle opportunità può diventare diseguale.

A confermare questa fragilità contribuisce anche l’OCSE, che nel report “Bridging the Finance Gap for Women Entrepreneurs” sottolinea come il rapporto tra imprenditrici e sistema finanziario resti un nodo rilevante, anche per la tendenza di molte donne a evitare la richiesta di finanziamenti per aspettativa di rifiuto.

Bridging the Finance Gap for Women Entrepreneurs | Full Report

OECD/GWEP (2025), OECD Studies on SMEs and Entrepreneurship, OECD Publishing

Il nodo non è solo finanziario

L’indagine mostra però anche un altro aspetto: le difficoltà delle imprenditrici non si esauriscono nel rapporto con banche e investitori.

Le criticità operative superano spesso quelle finanziarie. L’ostacolo alla sopravvivenza dell’azienda più citato è l’insoddisfazione o difficoltà nella gestione del business, indicata dal 46% delle intervistate, seguita dalla burocrazia e complessità normativa al 40%. Trovare e trattenere i collaboratori giusti è invece l’ostacolo principale alla crescita per il 59%.

A questo si aggiunge il tema della conciliazione. Con l’arrivo di un figlio, il 41% delle madri-imprenditrici dichiara di aver subito un rallentamento dell’attività. Nel dettaglio, una parte parla di riduzione temporanea dell’attività e una quota segnala una riduzione significativa del fatturato.

Sono dati che aiutano a evitare una lettura troppo semplice. Non basta dire che le imprenditrici hanno bisogno di più capitali. Hanno bisogno anche di un ecosistema che renda sostenibile la crescita: accesso a competenze, reti, servizi, strumenti finanziari adatti alle PMI, semplificazione amministrativa e modelli organizzativi meno costruiti intorno all’idea che chi guida un’impresa debba poter assorbire ogni carico da solo.

Cosa deve cambiare

Il primo cambiamento riguarda lo sguardo degli investitori, degli istituti di credito e degli stakeholder. Se un’imprenditrice deve dimostrare più volte di essere titolare, competente o credibile, il problema non è la sua capacità di fare impresa. È il filtro con cui viene valutata.

Serve quindi spostare la valutazione su elementi più misurabili: solidità del modello di business, capacità di generare ricavi, gestione dei flussi finanziari, qualità del team, prospettive di mercato, sostenibilità organizzativa. In altre parole, meno impressioni e più dati.

Il secondo cambiamento riguarda le stesse imprese. Il fatto che molte imprenditrici si dichiarino sicure nella gestione finanziaria non significa che non servano strumenti migliori. Al contrario, proprio perché esiste una base di competenze, l’accesso a formazione, servizi fintech, consulenza e reti qualificate può diventare un acceleratore di crescita.

Il terzo cambiamento riguarda il racconto dell’imprenditoria femminile. Continuare a parlarne solo come di una categoria fragile rischia di oscurarne la dimensione economica. Le imprese guidate da donne non sono solo soggetti da sostenere. Sono una parte rilevante del sistema produttivo, con capacità, competenze e potenziale di crescita ancora non pienamente riconosciuti.

Il dato più importante, forse, è proprio questo: nonostante il peso dei pregiudizi, metà delle imprenditrici intervistate non ha mai pensato di rinunciare alla propria azienda e consiglierebbe ad altre donne di avviare un’impresa.

La resilienza, però, non dovrebbe essere il prerequisito per accedere alle stesse opportunità. Un mercato efficiente non dovrebbe chiedere ad alcune imprese di dimostrare più delle altre per essere prese sul serio.

Per questo il tema dell’imprenditoria femminile non riguarda solo le donne. Riguarda la capacità del sistema economico di riconoscere valore dove già esiste, invece di lasciarlo ai margini per effetto di stereotipi, prudenza selettiva o vecchie abitudini di valutazione.

Se le imprenditrici sanno gestire i soldi, ma faticano ancora a essere credibili davanti a chi quei soldi dovrebbe allocarli, allora il problema non è solo di chi chiede capitale. È anche di chi decide a chi darlo.


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 Giorgia Paccione

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