L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più nei luoghi di lavoro e nelle attività professionali, interessando una pluralità di contesti e di funzioni, ma i rischi sono dietro l’angolo. Senza una vera formazione e una “bussola” all’interno delle aziende che la utilizzano, infatti, i rischi sono molteplici: minore richiesta di collaborazioni e confronto ed erosione silenziosa delle competenze con ricadute negative sull’occupazione e per chi non convertirà la sua attività. Queste sono solo alcune delle evidenze che emergono dalla ricerca “Come l’IA sta cambiando il lavoro: opportunità rischi e scenari”, realizzata dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, che è stata presentata nel corso della 17esima edizione del Festival del Lavoro, svolto a Roma al Centro Congressi La Nuvola dal 21 al 23 maggio. L’indagine è stata realizzata su un campione di 840 lavoratori nei mesi di aprile e maggio: il 68,7% ne fa un uso quotidiano e, di questi, il 21,6% dichiara di usarla costantemente. Dunque, da strumento inizialmente impiegato per esigenze puntuali, l’IA viene oggi incorporata in un insieme sempre più ampio di attività e fasi operative, fino a configurarsi come una componente centrale e stabile dei processi professionali.
Ricerca e sintesi di informazioni (79%) ed elaborazione di documenti e report (67,1%) – emerge dall’analisi – sono le attività per le quali viene più frequentemente utilizzata, seguite da scrittura di testi, e-mail e traduzioni (55,3%) e, in misura minore, da organizzazione delle idee, supporto alle decisioni, preparazione di presentazioni e analisi dei dati. A fare la differenza è certamente la frequenza di utilizzo. Utilizzandola stabilmente, è la natura stessa delle attività professionali svolte ad essere trasformata: da supporto occasionale a vero e proprio collaboratore digitale, al quale vengono affidati compiti di natura esecutiva e redazionale, ma soprattutto ideativa e decisionale. Usa l’IA per l’elaborazione di documenti e report il 76,2% degli utilizzatori quotidiani contro il 47% degli occasionali, per l’organizzazione delle idee e il supporto alle decisioni il 40,5% contro il 25,9% e per le attività di brainstorming e generazione di nuove idee il 31,3% contro l’11,5%. Gli effetti sul lavoro sono visibili. A detta di chi la sperimenta, e ancora di più di chi ne fa un uso quotidiano, a beneficiarne è innanzitutto la rapidità dei tempi con cui vengono evasi i carichi di lavoro (60,2%), la capacità di generare nuove idee e soluzioni (40,4%) e, complessivamente, la qualità stessa del lavoro e degli output prodotti (34,6%).
Ancora, il 71,4% afferma di essere più produttivo, mentre per più di un terzo (il 34,3%) gli effetti dell’IA si riverberano anche a un livello più intimo e soggettivo, traducendosi in un aumento della soddisfazione e dell’interesse per il proprio lavoro; percentuale che sale al 44,6% tra gli utilizzatori quotidiani. L’IA, dunque, sembra offrire numerosi vantaggi in termini di motivazione, benessere e crescita, che i contesti organizzativi odierni non sempre sono in grado di valorizzare, rendendo il lavoro più stimolante e gratificante. Non mancano però i limiti e i rischi connessi ad un uso sempre più diffuso. E cresce la necessità per le aziende di governare questo cambiamento, così come per i lavoratori l’esigenza di formarsi per elevare le proprie competenze e la qualità del proprio lavoro. Il principale dato che emerge dall’analisi è il senso di insicurezza che ne deriva tra i suoi utilizzatori. All’efficienza infatti si accompagna la vulnerabilità (54,4% del campione, una percentuale che cresce con la sua diffusione, arrivando al 56,6% tra gli utilizzatori più assidui). Incertezza che non riguarda solo i possibili rischi di errori (52,6%), di uso improprio di dati o informazioni sensibili (41,8%), di dipendenza dallo strumento (40,6%), di riduzione delle capacità critiche e autonomia di giudizio (35,3%), di perdita di professionalità (28,9%), di standardizzazione e spersonalizzazione del lavoro (26,2%): tutti aspetti di cui gli utilizzatori sono pienamente consapevoli, tanto che il 91,8% ha ben presenti i rischi dell’utilizzo dell’IA. Ma riguarda anche il non pieno governo di uno strumento a cui la stragrande maggioranza degli utilizzatori (92,5%) si è avvicinata informalmente, testando e sperimentando sul campo le sue innumerevoli applicazioni.
Si tratta di una modalità che ha favorito una rapida diffusione della tecnologia, ma che non sempre si accompagna a un pieno controllo delle implicazioni operative: solo il 14,5% dichiara, infatti, di sentirsi pienamente in grado di utilizzare l’IA in modo efficace, mentre il 47% si considera abbastanza preparato. C’è poi anche un altro aspetto da tenere in considerazione. La possibilità che la crescente delega all’IA possa, nel tempo, tradursi in un’erosione di competenze e capacità. Circa sette intervistati su dieci ritengono che un utilizzo sempre più intenso dello strumento possa indebolire alcune delle abilità che costituiscono il nocciolo duro della loro professionalità. Timori che poggiano anche sull’intima incertezza riguardo l’affidabilità di uno strumento che molti maneggiano, ma pochi conoscono nei suoi meccanismi più complessi di funzionamento.
Ad essere colpita è poi la dimensione relazionale del lavoro, sia verticale sia orizzontale. La delega ai collaboratori e il confronto con superiori e colleghi cedono progressivamente il passo all’interazione con l’IA. Dall’analisi emerge che il 57,8% degli intervistati dichiara di svolgere spesso (20,7%) o talvolta (37,1%) attività che, prima dell’introduzione dell’IA, avrebbe affidato a collaboratori o consulenti; solo il 18,4% afferma di non essersi mai trovato in questa situazione. Analogamente, il 52,4% riferisce di confrontarsi spesso (14,4%) o talvolta (38,0%) con l’IA per sviluppare idee e soluzioni, in luogo del confronto con superiori e colleghi, mentre appena il 25,5% dichiara di non aver mai adottato questo comportamento.
Ma anche la sostanziale assenza delle organizzazioni nell’indirizzare l’adozione e lo sviluppo dell’IA lascia i lavoratori soli a gestire, con i propri limitati strumenti, un’innovazione che avrebbe bisogno di ben altre dinamiche di governo. Solo il 31,6% degli intervistati dichiara che, nella propria organizzazione, l’uso dell’IA è accompagnato da regole, linee guida, formazione o altri strumenti di indirizzo. Nel restante 68,4% dei casi, l’adozione avviene in modo sostanzialmente informale e privo di un quadro strutturato di governance. In assenza di adeguati strumenti di governo, il rischio è che una tecnologia percepita come potente alleata si trasformi progressivamente in un fattore di ridefinizione silenziosa degli equilibri professionali e organizzativi.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Raffaella Gargiulo
Source link

