Ci risiamo, ma non che non ce lo aspettassimo. Adesso per potere partecipare al più grande raduno fieristico della piccola editoria italiana (che, e sembra una trovata da film comico, si chiama “Più libri più liberi”) è richiesto, pena l’esclusione, una sorta di “patentino” antifascista. Il che indica che l’atteggiamento frignone incellofanato di nobili propositi di certi antifascisti à la page come Zerocalcare sta cominciando a dare i suoi frutti. Non poteva essere diversamente; la stampa aveva dato ampia enfasi a certi ricatti ammantati di nobile sentire e quindi subito erano stati imitati da tutto un intellettualismo nostrano che non voleva restare indietro (in Italia restare fuori dal gruppo è la cosa più pericolosa se non vuoi perdere visibilità). Ed ecco i primi risultati.
Ci viene da rabbrividire sui chiarimenti degli organizzatori
Gli organizzatori hanno subito chiarito che non si tratta di un vero e proprio “patentino” (che è un termine antipatico dal passato oscuro) ma riguarda piuttosto una dichiarazione etica, come dire l’assicurazione che le proprie pubblicazioni rispettano determinati canoni di pensiero e di pulizia politica. E ci viene da rabbrividire. Insomma, siamo sempre là; dichiarazioni di questo genere, così a memoria, ci fanno venire in mente quelle richieste dalle nostre parti proprio dal fascismo se per esempio si voleva continuare ad insegnare. Ad indicare che il vero problema non è in una precisa ideologia, ma nelle intenzioni (e nell’ipocrisia: i fascisti almeno ci mettevano la faccia) antilibertarie di certa gente che poi si copre la coscienza (e qualcos’altro) con la Costituzione, che in realtà ha più di qualche pecca.
Ma per il resto non si preoccupino gli organizzatori. Ognuno, come allora, darà il suo assenso, perché in Italia mancando gli uomini liberi manca anche la capacità di indignarsi, e ognuno come sempre non avrà difficoltà a firmare qualunque cosa pur di partecipare. E firmeranno adesso il patentino di antifascisti come ieri hanno firmato il giuramento al partito e domani, all’occorrenza come gira il vento, si starà sempre con la penna pronta. Tanto chi se ne frega, basta che ci si faccia partecipare.
Gli intellettuali più seri e in vista della sinistra non hanno potuto fare a meno di distaccarsi
Per una volta, avvertendo anche come questo eccesso di zelo servile alla morale dominante si stesse rivelando un regalo alla destra, gli intellettuali più seri e in vista della sinistra non hanno potuto fare a meno di distaccarsi. E si voleva ben vedere. Pur cercando di relegare l’episodio nell’ambito di una idiozia mentre ci sarebbe ben altro a cui pensare mentre il mondo fa a sfacelo, da Massimo Cacciari a Luciano Canfora si è parlato di squallida demenzialità e si è si fatto presto a ricordare come la cultura (almeno quella) deve andare oltre questo tipo di censure. Ma noi crediamo che si vada ben oltre un piccolo episodio di demenzialità.
Crediamo anzi che il problema sia piuttosto serio e che riguardi qualcosa di più che una manifestazione di piccoli editori dove, con la consueta finezza, Andrea Scanzi ha sottolineato che poiché si tratta di una “festa privata” (anche se si svolge in una struttura del Comune ed è sponsorizzata dal Ministero, dalla Rai, dal Comune e da quant’altro di istituzionale ci possa essere) e che quindi quando “una regola, giusta o sbagliata, viene fatta da una direzione artistica di un festival privato, quella direzione artistica può decidere il gran ca**o che vuole, anche se è sbagliato. È casa loro e tu non devi rompere i co**ioni” (ma ci sarebbe piaciuto sapere cosa avrebbe detto se a una manifestazione simile avessero escluso gay, o ebrei, o neri o quant’altro, gente da sempre abituata a rompere i coglioni con le loro recriminazioni).
Continuiamo a credere, dunque, che non sia solo una sciocchezza, sia pure in mezzo alle bombe e alle varie crisi del mondo. E questo perché da tempo in Occidente sta avanzando, silenziosamente ma disinvoltamente, una corrente antilibertaria e autoritarista.
Si avverte un po’ il puzzo della costruzione di una dittatura silenziosa
Spesso ancora più infida in quanto abilmente nascosta dietro le più aggraziate e rassicuranti definizioni, come può essere appunto quella dell’antifascismo (curato però dai peggiori “fascisti”), che è un po’ come affidare le pecore a lupi travestiti da pastori. Insomma, si avverte un po’ il puzzo della costruzione di una dittatura silenziosa. Ma le dittature, appunto, non si creano così tutte in una volta, secondo i modelli africani dove ogni tanto c’è qualche generale che si affaccia in televisione con la divisa sgargiante e qualche soldato dal volto truce alle spalle ad avvertire di avere preso il controllo dello Stato (ma lì ormai è talmente scontato che non ricordano neanche chi c’era prima). Qui siamo nel mondo civile, ci vuole almeno un po’ di savoir faire, bisogna fare le cose con stile, e i dittatori si devono presentare con giacca da sartoria e linguaggio affettato.
E quindi le dittature bisogna edificarle con calma, con un po’ di pazienza, e sapere preparare la situazione per evitare che qualcuno magari scenda poi in piazza a protestare (accorgimenti eccessivi, probabilmente, considerando che in Italia in fondo nessuno si è mai preso il disturbo di gridare per la libertà neanche quando gliela hanno poi tolta davvero, come nel recente passato). E quindi bisogna abituare la gente alla perdita di libertà un poco alla volta, con parole suadenti, condite di buoni propositi. Togliere un po’ qua e un po’ là, sempre con un bel sorriso tranquillizzante. Ma sempre rassicurando che lo si fa per il bene di tutti; che se qualcuno si è escluso si è fatto bene perché quello era cattivo e noi siamo buoni; che talvolta si censura, sì, ma in realtà quelli se lo meritavano e quindi si è fatto un favore a tutti. Insomma, qualche volta siamo costretti a usare le catene, ma solo per stare tutti più comodi.
Fino a che, improvvisamente, non si scopre che la libertà se ne è bell’e andata, e con quelle catene abbiamo perso la capacità di muoverci tutti mentre prima camminavamo tranquillamente, e d’un tratto cominciamo a chiederci come sia potuto accadere. E come sia potuto accadere è grazie a queste cose, piccole banalità o forse idiozie, demenzialità come le apostrofa Cacciari, che prese singolarmente forse non vogliono dire nulla, ma che sommate cominciano a farci capire da che parte stia il vero fascismo (inteso come atteggiamento mentale di prevaricazione, non quello storico dietro cui tutti si cullano ma che non c’entra nulla e che sarebbe morto e sepolto se non servisse da paravento). Stiamo bene attenti allora quando questi atteggiamenti servono per censurare anche la cosa che dovrebbe essere più libera e più critica di tutte, la cultura, e che qui invece ipocritamente e vigliaccamente viene usata come pretesto.
Il fascismo si servì di professori che avevano giurato per consolidare un regime che faceva comodo a tutti
Il fascismo si servì di professori che avevano giurato per consolidare un regime che faceva comodo a tutti. Qui questo sistema si serve di editori e di influencer che fanno esibizione, e che adesso sono disposti anche a firmare patentini di antifascismo per portare avanti un sistema asfittico, dietro cui c’è solo ipocrisia e perbenismo di maniera. E che come firmerebbero quello non avrebbero difficoltà, all’occorrenza, a firmare anche per il peggiore dei totalitarismi. Perché, come diceva Longanesi, non è che in Italia manchi (per ora) la libertà; quello che manca sono solo gli uomini liberi.
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Emiliano Scappatura
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