I dati sulla prima prova confermano la preferenza dei maturandi per le tracce di attualità e per il testo argomentativo, mentre l’analisi poetica resta in fondo alla classifica. Non è una colpa degli studenti, ma un segnale su cui la scuola dovrebbe interrogarsi
I dati sulle scelte dei maturandi nella prima prova di italiano sono arrivati e permettono di rileggere le tracce nel modo in cui sono state accolte dagli studenti. La traccia più scelta è stata quella di Mario Calabresi sulla fatica, seguita da Frank Furedi sui confini e da Wenke Husmann sull’incanto e la meraviglia, mentre l’analisi del testo poetico dedicata a Cesare Pavese, con Passerò per Piazza di Spagna, è finita in coda, scelta appena dal 5,3 per cento dei candidati, con percentuali praticamente ininfluenti negli istituti tecnici e professionali.
Il dato non va letto con moralismo, perché non esiste una traccia più nobile di un’altra e perché la tipologia C, come la tipologia B, fa pienamente parte della prova, risponde a competenze previste e può dare origine a elaborati maturi, personali e ben argomentati. Sarebbe dunque sbagliato contrapporre la letteratura all’attualità, come se chi sceglie Pavese fosse automaticamente più colto e chi sceglie Calabresi, Furedi o Husmann cercasse soltanto una scorciatoia.
La questione, semmai, è un’altra, ed è più interessante: quando una poesia abbastanza abbordabile, firmata da un autore noto, viene scelta da una percentuale così bassa di studenti, bisogna chiedersi se quella fuga dica qualcosa non solo dei ragazzi, ma anche della didattica proposta nel triennio e, più ampiamente, del posto che è riservato alla poesia nella nostra quotidianità.
La traccia su Pavese, che probabilmente molti studenti avranno riconosciuto come presenza familiare, portava con sé una difficoltà sottile, perché oltre alla riconoscibilità dell’autore e dietro l’apparente immediatezza sentimentale della poesia si muoveva uno dei nuclei più dolorosi della sua opera, cioè l’amore come esperienza cercata, inseguita, immaginata, spesso non ricambiata e destinata a trasformarsi in solitudine, secondo quella linea biografica e poetica che i versi dedicati a Constance Dowling rendono particolarmente evidente. La lettura attenta del testo bastava a inquadrare questo mondo interiore, felicemente esposto parola dopo parola.
E chissà se, tra i candidati più pronti a costruire collegamenti personali, qualcuno avrà pensato ad Alice di Francesco De Gregori e a quel Cesare perduto nella pioggia/sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina, immagine che rimanda proprio a un Pavese consegnato a un amore vissuto come attesa, ferita, mancanza, impossibilità. Forse nessuno, perché insieme alla poesia anche la canzone d’autore fatica a trovare posto nelle nostre giornate e, soprattutto, nelle nostre aule, se non in modo episodico e per nulla strutturato. La traccia letteraria di Pavese consentiva di passare una mattina impegnativa, con l’ansia della prova d’esame, certamente, ma in compagnia di un testo capace di far riflettere sulle parole, termine per termine, senza presentare complessità eccessive.
Eppure, pare che la sola presenza di un testo in versi abbia scoraggiato molti candidati, disabituati a leggere testi poetici e a considerarli come oggetti vivi, presenti, necessari. Se la poesia è sempre più marginale nella società e se a scuola viene affrontata soprattutto come palestra su cui esercitare parafrasi, figure retoriche e tecnica, ecco che difficilmente sarà frequentata se non quando viene esplicitamente richiesta. Un vero danno per l’arte, per la complessità e per intere generazioni. Il successo delle tracce di attualità, invece, segnala una tendenza opposta.
Calabresi, con Alzarsi all’alba, offriva una riflessione sulla fatica concreta e quotidiana, mentre Husmann, con il tema dell’incanto, apriva uno spazio più morbido e personale sulla meraviglia e sulla capacità di restare disponibili alla sorpresa. Sono tracce accessibili e vicine a un lessico generazionale che permette allo studente di entrare subito nel discorso, e proprio per questo possono diventare ottime occasioni di scrittura, purché non si trasformino in un elenco di considerazioni generiche sulla vita, sull’impegno, sulla bellezza o sul bisogno di emozionarsi ancora, magari adoperando un lessico colloquiale e senza un vero tentativo di approfondimento culturale.
La traccia su Saragat e sull’Assemblea Costituente, scelta da una quota più contenuta di studenti, chiedeva forse una familiarità più solida con il lessico civile, storico e istituzionale della democrazia. Sorprende, almeno in parte, anche il risultato non brillante della traccia scientifica costruita a partire da Piero Bianucci e dalla divulgazione, perché il tema della creatività nella scienza avrebbe permesso di ragionare su un nodo molto attuale, cioè il rapporto tra metodo, intuizione, comunicazione pubblica, linguaggio pop e socializzazione del sapere. Il fatto che sia rimasta nelle retrovie può indicare che, quando la scienza viene proposta come discorso culturale e non soltanto come contenuto disciplinare, molti studenti faticano ancora ad apprezzarla e a ragionarci su, come se sapere umanistico, cioè il tema da scrivere, e sapere scientifico, cioè il contenuto richiesto, appartenessero a due mondi separati.
Nel complesso, le scelte dei maturandi sembrano raccontare una ricerca di sicurezza, più che una semplice preferenza tematica. Sicurezza non significa necessariamente opportunismo, va ribadito soprattutto in tempi di facile fraintendimento, perché uno studente può scegliere Calabresi o Husmann perché ha davvero qualcosa da dire sulla fatica o sull’incanto. Tuttavia, quando le tracce più testuali, più letterarie o più specifiche vengono sistematicamente evitate, è legittimo domandarsi se la scuola, nel triennio, abbia lavorato abbastanza sulla lettura come competenza viva, interpretativa, rischiosa, e non soltanto come esercizio di riconoscimento di autori, correnti e figure retoriche.
La sfida per la scuola sta qui: fare in modo che, davanti a una poesia di Pavese, si percepisca l’occasione per un’analisi di un testo e di sé, senza che prevalga la sensazione di entrare in un territorio polveroso e minato.
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Marcello Bramati
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