Chissà se gli europei ora hanno capito che lusingare Trump non serve a niente


Può Mark Rutte, per favore, smettere di parlare? Il segretario generale della Nato, che l’anno scorso ha ridotto un intero continente al ruolo di bambino definendo Donald Trump «papà», ha proseguito la sua campagna di adulazione anche durante l’ultimo vertice del G7: «L’azione degli Stati Uniti per neutralizzare la minaccia di un Iran dotato di armi nucleari e ridurne le capacità missilistiche balistiche rende tutti noi più sicuri», ha dichiarato ai giornalisti.

I diplomatici sono pagati per difendere gli interessi del proprio Paese, anche quando ciò richiede una certa elasticità con la verità. Ma questa potrebbe essere una delle affermazioni più palesemente false mai pronunciate da un diplomatico che non si chiami Sergej Lavrov. Nemmeno i più convinti sostenitori della guerra voluta da Trump credono davvero a una simile tesi. Se c’è una cosa di cui possiamo essere certi, è che l’intervento statunitense non ha aumentato la sicurezza di nessuno, forse nemmeno quella dell’Iran, e certamente non quella degli europei.

Gli europei non solo hanno dovuto fare i conti con un aumento dei prezzi dell’energia, ma si trovano ora di fronte a una conseguenza ancora più grave: l’Iran controlla lo Stretto di Hormuz e continuerà a farlo nel prossimo futuro. Questo significa che gli Stati europei, al pari delle monarchie del Golfo e di tutti i Paesi che dipendono da quel passaggio marittimo, saranno di fatto nelle mani di Teheran. Senza nemmeno considerare le nuove «tariffe» che tutti dovranno versare all’Iran per transitare nello stretto. Qualsiasi Paese che mantenga ancora sanzioni contro Teheran sarà costretto a rivederle rapidamente. Quando l’Iran dirà, per esempio, al Regno Unito che le procedure di ingresso e uscita dallo stretto sono particolarmente lente e che la documentazione presentata all’autorità di controllo, gestita dai Pasdaran, presenta qualche problema burocratico che potrebbe essere risolto con la revoca delle sanzioni, cosa farà Londra?

Se almeno l’umiliante adulazione di Rutte nei confronti di Trump producesse qualche risultato, sarebbe un altro discorso. Il segretario generale giustifica questo atteggiamento con la necessità di preservare la ato. Il problema è che Trump considera la deferenza un suo diritto acquisito. Soddisfare il suo bisogno di sentirsi dominante può appagarne l’ego, ma non garantisce nulla in cambio. Trump può rivoltarsi contro un alleato o un amico nel giro di poche ore e con una durezza sorprendente. L’ultima vittima è, naturalmente, Benjamin Netanyahu, che aveva molte più ragioni di Rutte o di qualsiasi leader europeo per ritenere Trump un alleato affidabile. L’ennesima manifestazione di ossequio da parte di Rutte è arrivata proprio mentre gran parte dell’opinione pubblica israeliana reagiva con sgomento a quello che percepiva come un improvviso abbandono da parte della Casa Bianca.

E quale è stata la risposta dell’amministrazione Trump alle lodi di Rutte? Il giorno successivo, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, parlando dalla sede della NATO, ha annunciato l’avvio di una revisione semestrale della presenza militare statunitense in Europa, finalizzata a riesaminare il dispiegamento delle forze e delle basi americane sul continente. L’intenzione dichiarata è proseguire un ridimensionamento già significativo e costante della presenza militare degli Stati Uniti in Europa. Nella stessa occasione, Hegseth ha nuovamente rimproverato gli alleati europei per non aver sostenuto la guerra contro l’Iran, un conflitto che l’amministrazione Trump ha deciso di intraprendere senza consultare i partner e che nel frattempo si è trasformato in un fiasco. La risposta di Rutte? «Sono contento che lo faccia».

Tutti comprendono il difficile momento che sta attraversando l’Europa. Il continente ha bisogno di tempo per adattarsi alla realtà di un’America che, per usare un eufemismo, non può più essere considerata un partner affidabile sul piano della sicurezza. Nessuno vuole aprire uno scontro diretto con Washington e rischiare ritorsioni ancora più pesanti proprio mentre affronta questa transizione e mentre la minaccia proveniente dalla Russia appare in crescita. Soprattutto, gli europei non vogliono compromettere quel poco di sostegno che gli Stati Uniti continuano a garantire all’Ucraina. Inoltre, i governi europei temono nuove misure tariffarie punitive.

Eppure una cosa dovrebbe ormai essere evidente: Trump tende a fare marcia indietro quando si trova di fronte a un’opposizione determinata, che si tratti delle contromisure commerciali adottate dalla Cina, della fermezza mostrata dall’Iran o persino delle proteste dei cittadini americani. Chi sceglie invece la strada dell’accomodamento finisce intrappolato in una spirale infinita di concessioni e umiliazioni, perché ciò che hai fatto per Trump ieri viene puntualmente dimenticato oggi.

Fin dall’inizio, la strategia europea è stata quella dell’acquiescenza. Quando, lo scorso anno, Trump ha annunciato i dazi del cosiddetto «Liberation Day», invece di rispondere compatta con misure di ritorsione, l’Europa – un blocco economico comparabile per dimensioni alla Cina – ha ceduto. Invece di reagire alle intimidazioni e agli insulti dell’amministrazione Trump con la dignità e la fermezza proprie di nazioni sovrane, l’atteggiamento prevalente è stato quello di chi risponde: «Grazie, signore. Posso averne ancora?».

Questa strategia non funzionerà. Anzi, sta producendo l’effetto opposto, come dimostrano le ultime dichiarazioni di Hegseth.

Gli europei devono comprendere che, almeno per i prossimi anni, vivono in un mondo dominato da tre grandi potenze predatorie. Trump ha tante probabilità di tentare un’azione contro la Groenlandia quante ne ha Xi Jinping di muoversi contro Taiwan. L’Europa dovrà scegliere se trasformarsi in una periferia subordinata a questi imperi oppure imparare a camminare con le proprie gambe.

E ciò che farà l’Europa riguarda anche il resto del mondo. Mentre gli Stati Uniti scivolano sempre più verso forme di autoritarismo – un processo che potrebbe culminare nel tentativo dell’amministrazione Trump di svuotare di significato l’esito delle prossime elezioni parlamentari – l’Europa rappresenta oggi forse l’ultima grande speranza per la democrazia liberale.

Chiunque abbia a cuore la sopravvivenza dei valori liberaldemocratici ha bisogno che gli europei inizino a difenderli con maggiore determinazione contro tutti i loro avversari: a Mosca, a Pechino e a Washington.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sull’Atlantic.


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 Robert Kagan

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