Il Festival Tabula Rasa accende al Sun Space il dibattito sul futuro della città. Dai loro rispettivi punti di osservazione, gli interventi di Pisano, Moretti, Merlo e Ciulli: il porto come spazio politico e infrastrutturale, le sfide del cambiamento climatico e le opportunità di una nuova pianificazione del mare.
Con il panel “Come la vedi La Spezia nel 2050?” si è chiuso il primo fine settimana del Festival Tabula Rasa al Sun Space. “L’idea nasce dalla domanda che mi sono posto nel mio racconto, teatralizzato con tutto esaurito da Roberto Alinghieri il primo giorno di festival”, spiegherà Milo Campagni in apertura d’evento. E, dopo aver ascoltato storie di spezzini nel mondo, la voce dei bambini, la musica dei ragazzi del Conservatorio, il primo weekend di Festival si è concluso guardando al mare. Perché sì, il futuro della città passa (anche) dal porto, limite e risorsa, tra visioni, sostenibilità e rigenerazione. “A chi scrive è tutto consentito, a chi amministra no”, ricorda il moderatore della serata Matteo Barreca, il quale ha ricordato come l’idea del panel sia nata da una provocazione dell’ideatore del festival, Milo. “Mi ha detto: le chiavi sono tue, prova a ragionare sul futuro di una città di porto e di mare”. Provocazione che è anche ambizione: Tabula Rasa vuole candidarsi a ripetersi negli anni.
Protagonista della prima parte dell’incontro di domenica è stata Beatrice Moretti, architetta e ricercatrice, che ha proposto una lettura innovativa del nome della rassegna. “Tabula rasa è un concetto forte e provocatorio; si può avvicinare ad un altro concetto, quello di “speculare”, inteso non come esercizio sterile, ma nel significato anglosassone di “approccio speculativo” inteso in senso non negativo, ma con l’accezione positiva costituita dalla possibilità di immaginare scenari possibili. Quando ci si avvicina al tema urbanistico e architettonico sulle città portuali si guarda alla terra ma il porto è anche tanto acqua. Non è uno spazio solido ma è un fluido ed è quindi difficile da concepire spazialmente. Eppure, dobbiamo immaginare gli scenari possibili per costruire il futuro. Oltre al cancello del porto”. Largo all’immaginazione, quindi, mentre il trio musicale suona “Blue Bossa” ci si immerge tra le note nel blu del mare e in ciò che nasconde. Il mare come tabula rasa? No. Moretti invita a superare la visione terrestre: “In moltissime scuole del nord Europa l’urbanizzazione del mare e il mare come territorio sono tematiche molto studiate. Il porto è il punto d’incontro tra terra e mare. Al di qua e al di là dalla costa: inshore e offshore. Sono termini difficili da tradurre con una sola parola in italiano. Abbiamo a lungo pensato al mare come a uno spazio vuoto. Tabula rasa, appunto. Falso! È uno spazio pieno”. Moretti elenca i numeri del Grande, profondo Blu: l’oceano ricopre circa il 71% della superficie della Terra, estendendosi per circa 360 milioni di km². L’acqua è al 97% salata. Ancora oggi i traffici commerciali si svolgono nella più grande percentuale su traffico marittimo. E, sempre sotto al mare, attraverso cavi sottomarini passa il traffico internet di tutto il mondo.
“L’oceano è il più grande spazio infrastrutturale del nostro pianeta. Per secoli oceani e mare sono stati concepiti come infiniti, omogenei, privi di proprietari e disponibili all’occupazione: una superficie neutra su cui proiettare rotte, confini e colonizzazioni”. Davanti alla proiezione di una mappa colorata che ne evidenzia le aree di influenza, emergono le densità nascoste dell’azzurro: “ci sono corridoi migratori, territori di pesca, zone minerarie, aree militari,… spazi tangibili ma invisibili alla vita quotidiana”, chiosa Beatrice Moretti, che arriva a citare l’istituzione dell’International Sea Bed Authority nel 1994. “I fondali sono diventati uno spazio governato”. Un territorio costruito, politico, infrastrutturale. “L’oceano profondo è oggi oggetto di studio e attenzione e il mare è entrato nella pianificazione territoriale. Gli oceani si stanno espandendo: stando agli studi entro il 2100 il mare potrebbe aumentare 40/60 centimetri. È un dato che possiamo vedere anche noi stessi che abitiamo nelle città di mare: l’innalzamento è tangibile a occhio nudo”. Due i progetti portati a esempio di misura di contrasto: uno è in corso di realizzazione a Staten Island, negli Stati Uniti. “Living Breathwaters è un progetto di resilienza costiera in atto dal 2014 attraverso barriere frangiflutti che riducono l’erosione costiera e allo stesso tempo trasformano la struttura in senso ecologico: ostriche e mitili trovano possibilità di colonizzare infrastruttura e ripopolarla”. Il secondo progetto è concluso a Groningen, in Olanda. “Boulevard Delfzijl integra la protezione costiera con il fronte mare attraverso un sistema di dighe inglobate, con il ridisegno della linea costiera. L’intervento d’infrastruttura idraulice ha unito fisicamente ed emotivamente il centro cittadino con il mare, fungendo da porta d’accesso al sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO del Mare di Wadden”.
Il riferimento all’Olanda è tornato anche nelle parole di Barreca, che ha mostrato la città di Rotterdam come modello di resilienza urbana. Dopo il devastante bombardamento del 14 maggio 1940, appena quattro giorni più tardi il Comune affidò all’architetto municipale il compito di ripensare completamente la città. “Una forza rigenerativa pazzesca”, ha osservato Barreca, introducendo le immagini della città che ha saputo subito reinventarsi dalle macerie belliche. Indi ha passato la parola a tre persone che tutti i giorni hanno a che fare con il mare. Dall’internazionale al locale, dallo spunto teorico si è passati alle testimonianze di chi il porto lo vive quotidianamente.
Il commissario dell’Autorità di Sistema Portuale, Bruno Pisano, ha ricordato come negli ultimi decenni sia profondamente cambiato il rapporto tra la città e il porto. “Quando iniziai a lavorare qui in città le campagne elettorali si sfidavano a slogan ‘via il porto dalla Spezia’. Oggi nessuno lo direbbe più. Non era poi tanto tempo”. Un cambiamento culturale accompagnato dalla crescita della Blue Economy, che vede la Spezia tra le principali realtà italiane grazie a portualità, cantieristica, nautica, turismo crocieristico e mitilicoltura. “Siamo secondi di poco rispetto a Livorno o Trieste”, ha evidenziato Pisano che ha proseguito a illustrare gli investimenti dell’Autorità Portuale in corso: elettrificazione delle banchine per ridurre le emissioni delle grandi navi, dragaggi, rialzo delle banchine a Le Grazie, interventi nella fascia di rispetto a Fossamastra e opere dedicate alla mitilicoltura. “Siamo in una fase di integrazione e consapevolezza. La ricchezza prodotta dal porto dovrà tradursi in una migliore qualità della vita per tutti”. E, riprendendo il concetto di porto come confine di Moretti, chiude “È vero che il porto è luogo inaccessibile, si entra solo se autorizzati, c’è un’area doganale,… ma magari lì inizia un mondo”.
Più critico lo sguardo di Luigi Merlo, già sindaco della Spezia ed ex presidente dell’Autorità Portuale di Genova. Secondo Merlo, ciò che è mancato negli ultimi anni è una vera discussione sul futuro della città. Ha ricordato il progetto del waterfront lanciato nel 2004 “io ero assessore all’urbanistica e oggi vedo in quel luogo ancora container. Duemilaequattro”. Ha evidenziato altresì come l’Italia sia ancora in ritardo nella pianificazione marittima e nelle strategie di resilienza costiera, portando l’esempio di pale eoliche offshore poco gradite. “Non mi sorprende che siano stati citati i casi virtuosi olandesi e statunitensi. Loro sì che mettono in atto piani di resilienza. L’innalzamento del mare interesserà direttamente la nostra città e spesso nemmeno ce ne rendiamo conto”, ha osservato, ricordando come il mare visto dal ponte Revel raggiunga già le banchine. “E vorrei anche dire ai balneari: il tema dell’innalzamento delle acque e quello dei fenomeni straordinari faranno sì che tra dieci anni quegli stabilimenti non ci saranno più”.
A chiudere la serata è stato Daniele Ciulli, amministratore di La Spezia Cruise Terminal, che ha illustrato le prospettive del traffico crocieristico. “Spezia registra numeri nel settore crocieristico che la posizionano tra le venti città d’Europa. Il nuovo terminal, destinato a entrare progressivamente in funzione, rappresenterà un investimento da circa 40 milioni di euro e sarà il primo edificio del nuovo waterfront. Una struttura iconica, in parte realizzata sulla terraferma e in parte sul mare, concepita come porta di accesso alla città”. Per il 2027 sono previsti circa 825 mila passeggeri, mentre a regime si punta a raggiungere il milione di crocieristi. “La crescita dovrà essere graduale e sostenibile”, ha spiegato Ciulli, sottolineando l’importanza di tre infrastrutture fondamentali: il nuovo terminal, i dragaggi e soprattutto l’elettrificazione delle banchine, destinata a ridurre drasticamente l’impatto ambientale delle navi in sosta. L’obiettivo è anche destagionalizzare il turismo, valorizzando un pubblico invernale più interessato agli aspetti culturali del territorio e capace di generare nuove opportunità economiche. “Quest’anno il molo Garibaldi è stato occupato per 150 giorni. L’anno prossimo i giorni saranno 160. Da novembre a marzo il periodo è più scarico. Il crocieristico invernale ha caratteristiche diverse da quello che vediamo nelle nostre banchine”. Intanto per il 2 luglio si attende l’ormeggio della nave ammiraglia della Royal Caribbean, la nuovissima Legend of The Seas, che porterà circa 7600 passeggeri. “Si dice che ogni passeggero porti circa 100 euro. Ecco: il nuovo terminal crociere sarà il triplo di quello attuale. Speriamo di crescere assieme senza conflitti”. Per la realtà bisognerà attendere, ma in Tabula Rasa si può ancora immaginare. Il Festival continua il prossimo fine settimana con musica, reading e mare il 26, 27 e 28 giugno, sempre al Sun Space, a partire dalle 18.
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Fabio Lugarini
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