Dal 3 all’11 luglio la Riviera Romagnola sarà il palcoscenico della seconda edizione di Italian Global Series, il festival internazionale dedicato alle Serie Tv e alla Fiction in programma tra Rimini e Riccione con la direzione artistica di Marco Spagnoli. Un evento ideato da Chiara Sbarigia (presidente APA – Associazioni Produttori Audiovisivo) e sostenuto dal MIC sotto l’egida del Sottosegretario Lucia Borgonzoni, per celebrare una filiera fortemente legata al rapporto con il pubblico, in tutti questi anni intercettato, ascoltato e sorpreso con contenuti spesso sopra gli standard (si pensi al prodotto di oggi rispetto ai vari medici e marescialli degli anni 90). Qualche anticipazione, il racconto della prima edizione e l’attesa della “seconda stagione” nell’intervista esclusiva con Marco Spagnoli, giornalista e regista (tra i documentaristi più apprezzati in Italia), direttore artistico della manifestazione dedicata al piccolo schermo.
Spagnoli, la seconda edizione dell’Italian Global Series sta per iniziare. Si dice che “l’opera seconda” sia quasi più difficile della prima. Ma per fortuna questo non è un film e sicuramente, da un anno all’altro, il percorso è di crescita e di conferme, magari ritocchi. Cosa ha funzionato, cosa pensate di migliorare, cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo Italian Global Series da un punto di vista logistico e organizzativo?
Così come per un regista di successo è più facile farsi ‘commissionare’ un nuovo film, per noi è stato certamente più semplice proseguire nel nostro rapporto con gli Studios che erano rimasti dichiaratamente alla finestra e che poi hanno letto la straordinaria rassegna stampa italiana e internazionale del 2025 e hanno compreso la portata dell’evento. Questo ha generato un sostegno più ampio, più convinto, più strutturato. Grazie a questo nuovo slancio abbiamo potuto costruire un’edizione più ambiziosa, più complessa e più ricca. Abbiamo mantenuto ciò che aveva funzionato, migliorato ciò che poteva essere perfezionato e introdotto elementi nuovi che renderanno l’esperienza ancora più fluida e coinvolgente. Il nostro obiettivo resta lo stesso: offrire un festival che sia insieme spettacolo, industria e cultura, capace di parlare al pubblico e agli addetti ai lavori con la stessa forza. Un’idea sostenuta da sempre da Chiara Sbarigia, presidente dell’APA che punta a dare grande spazio ai produttori italiani in un contesto sempre più internazionale.
Il programma è particolarmente ricco: ci vuole ricordare alcuni titoli di punta, la partecipazione dei talent e le eventuali novità dell’ultima ora?
La conferma dell’ultima ora di Richard Gadd, Titus Welliver, David Boreanaz e Álvaro Rico dà un’ulteriore spinta a un programma che era già particolarmente ricco. Sono presenze che non solo attirano l’attenzione, ma che portano con sé mondi narrativi, fanbase globali e un dialogo diretto con il pubblico. Accanto alle star americane, però, c’è un elemento che rivendichiamo con forza: la grande presenza europea. Camille Razat, le superstar turche Ozge Gurel e Serkan Cayoglu, Bertie Carvel, John Hannah, Robert Powell… È un mosaico di talenti che riflette la vocazione internazionale del Festival e la sua capacità di essere un ponte tra culture, linguaggi e mercati diversi. Ogni giorno sarà un piccolo “evento nell’evento”, con incontri, conversazioni, anteprime e momenti di confronto che rendono l’Italian Global Series un’esperienza viva, pulsante, partecipata.
Perché, secondo lei, le serie TV hanno conquistato così profondamente il pubblico, diventando fenomeni di costume e di massa?
Carlo Freccero sosteneva che oggi la serialità svolge la funzione che il romanzo storico aveva alla fine dell’Ottocento: è un vettore e un contenitore di idee, personaggi, temi e immaginari che parlano direttamente alla sensibilità collettiva. Le serie sono diventate un linguaggio comune. Le consigliamo come un tempo consigliavamo i libri che ci hanno interessato e talora perfino cambiato la vita. La tecnologia ha amplificato tutto. Se un tempo “content was king”, oggi gli streamer sono veri e propri king maker: decidono cosa vediamo, come lo vediamo e spesso anche di cosa parliamo attraverso una proposta continua, ampia e articolata. E poi c’è un elemento decisivo: le serie vivono di storie. Non di nomi, non di mode, non di ritualità produttive. E le storie, quando sono forti, quando sono lunghe, quando scavano nei personaggi, creano un legame emotivo che il cinema — almeno quello più industriale — fatica sempre più spesso a generare.
Le serie hanno saputo essere “alte e basse”, popolari e sofisticate. Il cinema italiano, invece, sembra vivere una crisi cronica. Come interpreta questa differenza?
Serie e documentari vivono un’epoca d’oro perché rispondono a una committenza che conosce il pubblico, ne studia i comportamenti, analizza i dati e calibra le scelte con precisione. Il cinema, in particolare ma non solo quello italiano, invece, spesso si affida a filoni, volti noti, ritualità produttive che funzionano fino a un certo punto ma che, oltre una soglia, mostrano limiti evidenti. Il processo decisionale — autore, produttore, finanziamento pubblico, distributore — non sempre garantisce rigore, visione, coraggio. Il risultato è un sistema che produce troppo, spesso senza un reale bisogno, e che fatica a intercettare il pubblico. La qualità ne risente, la tenitura in sala crolla, e gli spettatori semplicemente non arrivano più. Le serie, invece, hanno imparato a essere “alte e basse” allo stesso tempo: popolari quando serve, sofisticate quando necessario. Il cinema italiano, salvo tante significative eccezioni, non ha ancora trovato questo equilibrio.
Lei è anche un documentarista prolifico. Che stagione vive oggi il documentario e può essere un punto di contatto tra cinema e serie?
Il successo dei documentari nasce dal fatto che spesso si legano a IP riconoscibili: raccontare la vita di un personaggio noto, di un artista, di una figura famosa significa parlare a un pubblico che ha già un legame emotivo con quella storia. Il documentario richiede un processo produttivo più complesso, più rigoroso, più profondo. Non basta una sceneggiatura: serve un lavoro di ricerca, di verifica, di costruzione narrativa che avvicina molto questo linguaggio alla serialità. Il pubblico italiano, poi, è cresciuto con un cinema che lo raccontava. Oggi, con l’imborghesimento delle storie e la perdita di quel “graffio” che ci ha accompagnato da Roma città aperta, Ladri di Biciclette, Riso Amaro in poi, il racconto della realtà è passato soprattutto ai documentari e alle serie. Sono loro, oggi, a riflettere chi siamo diventati.
Da Rai Fiction a Netflix: c’è consapevolezza che questi dieci giorni tra Rimini e Riccione possano diventare — ora o in prospettiva — la Cannes o la Venezia del piccolo schermo?
Credo che oggi sia prematuro pensare di avere già raggiunto questo potenziale, ma spero che alla fine di questa edizione qualcuno inizi a considerare l’Italian Global Series come un appuntamento irrinunciabile. Le centinaia di serie arrivate da tutto il mondo ci dicono che siamo sulla strada giusta. Servirà tempo, certo, ma la direzione è questa e va seguita con un processo razionale e organico per aumentare sempre più tale potenziale. La nostra forza è un’altra: Rimini e Riccione non sono Cannes o Venezia, e offrono un approccio meno elitario, più accessibile, più popolare. E poi c’è la nostra Summer School voluta fortemente dal MIC e dalla Sottosegretaria Lucia Borgonzoni per una progettualità che guarda al futuro: 100 studenti da tutta Italia che vivono il Festival dall’interno, dialogano con i talent, partecipano attivamente. Puntiamo sui giovani, che altrove non hanno un ruolo da protagonisti. Sulla nostra “croisette” — per ora più sognata che reale — “sfilano” queste ragazze e ragazzi che incontreranno showrunner, attori e attrici con la loro energia e la loro (ma anche nostra) magnifica ossessione per la serialità.
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Pier Paolo Mocci
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