CON L’11,8% DEGLI OCCUPATI SOTTO LA SOGLIA DI DIGNITÀ, SI ACCENDE LO SCONTRO SULLA RICETTA ECONOMICA. STIPENDI AL PALO PER 4 LAVORATORI SU 10.
In Italia, la povertà assoluta tocca 5,7 milioni di persone, con un ceto medio in difficoltà e lavoratori che, nonostante l’impiego, scivolano verso il disagio, registrando un aumento del 62,6% delle richieste di aiuto alla Caritas in dieci anni. Il Lazio evidenzia profonde disuguaglianze, con il 75% dei lavoratori dipendenti sotto i 35.000 euro lordi annui, spingendo il dibattito tra l’introduzione di un salario minimo a 9 euro orari e il taglio del cuneo fiscale.
C’era una volta una promessa non scritta, un patto sociale che ha tenuto in piedi l’Italia dal dopoguerra in poi: studia, trova un lavoro e la tua vita sarà al sicuro. Oggi, quel patto è andato in frantumi. L’Italia si riscopre spaccata in due, ma non più solo tra Nord e Sud o tra chi ha un impiego e chi non lo ha. Oggi ci si può svegliare ogni mattina per andare in fabbrica o in ufficio e, nonostante questo, scivolare lentamente sotto la soglia di povertà.
I dati Istat fotografano una realtà cronica. In Italia, oltre 5,7 milioni di persone e 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta. Significa che il 9,8% della popolazione non ha i soldi necessari per condurre una vita dignitosa.
Il dato più allarmante è la tendenza: nell’ultimo decennio, l’esercito dei nuovi poveri è cresciuto di un milione e mezzo di unità. Ma come siamo arrivati a questo punto? La risposta sta nel fenomeno dei working poor, ovvero chi è povero pur lavorando. Tra il 2019 e i primi anni successivi, l’inflazione e i rincari energetici hanno divorato il potere d’acquisto reale degli italiani, riducendolo di oltre il 10%. Questa stagnazione ha posizionato l’Italia agli ultimi posti per dinamica salariale. Mentre nel resto del mondo gli stipendi, seppur lentamente, adeguavano il passo al costo della vita, in Italia sono rimasti al palo.
Oggi, la povertà colpisce l’11,8% del totale dei lavoratori. La situazione diventa drammatica nei nuclei familiari monoreddito, dove la percentuale schizza al 20,4%: basta un solo stipendio standard per non farcela. Di conseguenza, il ceto medio – la storica spina dorsale del Paese – sta scomparendo. Circa il 16% dichiara di fare fatica ad arrivare alla fine del mese, schiacciato dall’aumento dei costi fissi come l’affitto, le bollette di luce e gas, e le spese mediche, che sempre più spesso vengono rinviate o saltate.
Chi bussa alla Caritas. In dieci anni, le richieste di aiuto ai centri di ascolto sono aumentate del 62,6%. La vera notizia, però, non è solo quanti chiedono aiuto, ma chi. Fino a qualche tempo fa, le mense e i centri di assistenza erano frequentati quasi esclusivamente da persone marginalizzate, senza fissa dimora o disoccupati di lungo corso. Oggi in fila ci sono impiegati, addetti ai servizi di pulizia o di ristorazione, e persino famiglie bi-reddito. Marito e moglie lavorano entrambi, ma la somma dei loro stipendi non basta più a coprire un canone di locazione sul mercato libero e le spese per i figli. È una povertà silenziosa, che spesso si nasconde per vergogna, e che sta colpendo duramente i giovani adulti tra i 26 e i 35 anni, i quali rappresentano ormai il 14,4% di chi si rivolge alla rete diocesana.
Nel Lazio, una ricchezza apparente tra multinazionali e precariato. A prima vista, la regione mostra numeri invidiabili, con un valore medio delle retribuzioni private tra i più alti d’Italia, trainato dalla presenza dei ministeri, delle grandi aziende pubbliche e delle multinazionali. Ma dietro questa media matematica si nasconde una profonda disuguaglianza di reddito.
Nell’area metropolitana di Roma e nei comuni sopra i 50.000 abitanti, la soglia di povertà assoluta per un singolo adulto è fissata a 902,62 euro mensili. Al di sotto di questa cifra, è impossibile acquistare i beni e i servizi minimi essenziali. Ebbene, i dati INPS rielaborati dalla Cgil regionale svelano che, a fronte di un aumento medio degli stipendi del 4%, quasi 4 lavoratori su 10 (oltre 660 mila persone) rimangono intrappolati sotto i 15.000 euro lordi annui.
Questo accade perché l’economia laziale soffre di un’ipertrofia del terziario tradizionale (commercio, turismo, servizi), che assorbe ben l’84% del valore aggiunto regionale, contro una media nazionale già alta del 73%. È un immenso bacino frammentato in appalti e subappalti, logistica, cooperative di pulizia e contratti stagionali nella ristorazione. Qui dominano il part-time involontario (lavorare poche ore non per scelta, ma perché l’azienda offre solo quello) e i contratti precari. Il risultato?
Il 75% dei lavoratori dipendenti del Lazio guadagna meno di 35.000 euro lordi annui, mentre i rincari immobiliari di Roma trasformano questi stipendi in una condanna all’insolvenza. Al contrario, la crescita salariale ha premiato solo le figure apicali e i settori protetti, lasciando gli operai stabili a una crescita piatta dell’8% complessivo nell’arco di ben quattordici anni.
Come si esce da questa palude sociale? Il dibattito politico ed economico è bloccato su due ricette opposte, entrambe con forti timori di fondo: la proposta del salario minimo a 9 euro lordi l’ora sostenuta dalle opposizioni e in linea con i principi della Direttiva Europea 2022/2041, questa misura punta a fissare una soglia legale inderogabile sotto la quale nessun contratto può scendere. I sostenitori spiegano che questo intervento immetterebbe immediata liquidità nelle tasche delle fasce a basso reddito.
Poiché queste persone hanno una propensione al consumo vicina al 100% (ovvero spendono tutto ciò che guadagnano per sopravvivere, senza poter risparmiare), il denaro tornerebbe subito in circolo nell’economia reale, sostenendo i consumi interni e le imprese stesse. Sul fronte opposto, il governo e le associazioni datoriali (come Confindustria) ritengono che il salario minimo per legge sia un’arma a doppio taglio. Privilegiano la contrattazione collettiva tra sindacati e imprese, unita a interventi statali come il taglio del cuneo fiscale per lasciare più soldi in busta paga senza aumentare i costi per le aziende.
Il timore principale riguarda la tenuta delle piccole e medie imprese di fronte ad un incremento forzato e improvviso dei costi orari che potrebbe alimentare il lavoro sommerso. L’Italia resta così sospesa in questo limbo: da un lato l’urgenza di dare dignità a milioni di lavoratori che non vedono il futuro, dall’altro la paura di frenare una macchina produttiva già appesantita. Nel frattempo, i numeri della Caritas ci ricordano che il tempo delle discussioni, per molti, è già scaduto.
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Redazione OrticaWeb
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