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Perché il mondo vuole mangiare italiano

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Giu 24, 2026
Perché il mondo vuole mangiare italiano


Grazia FOOD

Dichiarandola Patrimonio dell’umanità l’Unesco ha preso atto dell’unicità della nostra cucina e della sua influenza a livello globale. Ma questo successo non è solo frutto di ricette e ingredienti. È il risultato di una memoria condivisa e di un modo di stare insieme che trasforma ogni pasto in un’esperienza indimenticabile

Quando si è lontani dall’Italia, basta un piatto di spaghetti al pomodoro fresco o al pesto, con basilico e pinoli, per evocare la dolce vita italiana. Che si tratti di pizza, di melanzane alla parmigiana o di risotti, la cucina italiana è tra le più apprezzate nel mondo. E il riconoscimento di Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco la celebra ben oltre il valore gastronomico.

Perché oltre al gusto e ai sapori c’è un grande senso di appartenenza, di identità, di memoria condivisa, anche se nel tempo la cucina italiana continua a trasformarsi e a essere reinterpretata.
È diventata insomma un linguaggio globale. Lo sa bene Francesco Panella, che da dieci anni, con il programma Little Big Italy – un programma del canale Nove del gruppo Warner Bros. Discovery. da settembre, sul Nove la nuova stagione in prima tv (tutte le puntate sono disponibili in streaming su Discovery+) – gira per il mondo alla ricerca dell’autentica cucina italiana. «Entro in ristoranti di ogni parte del globo e vedo ripetersi gesti profondamente nostri», racconta Panella. «Sono storie diverse, ma con un filo comune: portano tutte il nome dell’Italia».

Per Panella, ristoratore e imprenditore romano, i ristoranti italiani all’estero non sono semplici attività commerciali, ma «avamposti di un’identità precisa». «Quando vai in un ristorante italiano», spiega, «è per vivere un’esperienza». È questa, secondo lui, la forza della cucina italiana: la capacità di evocare immagini, ricordi, modi di stare insieme. «Essere italiani e mangiare italiano, nel mondo, sono diventati quasi sinonimi. Nel corso degli anni ho visitato centinaia di locali. Ho visto di tutto, qualcuno sbaglia, qualcuno meno, ma quasi tutti cercano, a modo loro, di rappresentare l’autenticità italiana, pur adattandosi alle esigenze del mercato locale. L’autenticità resta il valore più importante».

Secondo Panella, il successo globale della cucina italiana è legato anche alla storia dell’emigrazione. «Ha prodotto una delle più grandi forme di diffusione culturale e diplomatica che esistano. Questo è il vero soft power italiano». Un patrimonio fatto di ricette, prodotti, rituali e convivialità che continua a raccontare il Paese nel mondo. Anche l’immagine stereotipata della trattoria con la tovaglia bianca e rossa sta lentamente scomparendo. «La cucina italiana si è evoluta grazie a interpreti bravissimi, capaci di essere contemporanei pur rispettando la tradizione», conclude Panella. «E oggi non siamo più semplicemente “quelli degli spaghetti”. Oggi si può fare una buona cucina italiana ovunque, se la si conosce davvero. Certi cliché del passato, come la pasta scotta, appartengono a un’altra epoca. Grazie ai social e ai programmi gastronomici, il pubblico è molto più consapevole».

La forza della cucina italiana, dunque, sta anche nella sua natura aperta. E il riconoscimento dell’Unesco riguarda soprattutto il suo valore culturale e la capacità di essere patrimonio universale. Lo hanno spiegato bene nel libro Tutti a tavola (Laterza) i due studiosi che sono stati i principali promotori della candidatura, Massimo Montanari, professore all’Università di Bologna e tra i massimi esperti di storia dell’alimentazione, e Pier Luigi Petrillo, direttore della Cattedra Unesco UnitelmaSapienza e professore di Cultural Heritage alla Luiss Guido Carli. «Nel corso dei secoli la nostra cucina ha raccolto influenze, ingredienti e tecniche diverse, entrando continuamente in dialogo con altri popoli e altre culture», spiega Niccolò Vecchia, conduttore del programma C’è di buono su Radio Popolare. «La stessa pizza, oggi simbolo per eccellenza dell’italianità, è anche profondamente italoamericana. Nella candidatura Unesco si parla infatti anche delle comunità italiane all’estero, che hanno trasformato e reinventato tradizioni e ricette. Negli Stati Uniti, per esempio, la pizza si è evoluta in forme molto diverse: dalla New York style pizza a quella di Chicago, versioni che in Italia forse faticheremmo a riconoscere come “tradizionali”, ma che fanno ormai parte di altre identità culturali».

«La pizza non è più solo nostra», conferma lo chef scrittore Tommaso Melilli, autore di Cucina aperta (66thand2nd). «Quella newyorkese esiste da più di un secolo e appartiene pienamente a quel mondo. È più sottile, più croccante e “scrocchiarella” persino della pizza romana e racconta una storia diversa. L’ondata delle pizzerie gourmet è nata anche grazie ai pizzaioli napoletani emigrati all’estero, a Parigi o a Londra, che hanno iniziato a proporla in una forma nuova». E c’è un ulteriore vantaggio, secondo Melilli, a favore della cucina italiana rispetto ad altre tradizionieuropee. «La nostra è molto più basata sul vegetale. Pasta, ortaggi, legumi, olio d’oliva e cereali la rendono particolarmente contemporanea. Molte cucine del Nord Europa sono più centrate sulle proteine animali o sul pesce. La cucina italiana, invece, risponde meglio ai desideri alimentari di oggi».

Anche il cinema e la letteratura attingono spesso al cibo e alle tradizioni culinarie. «Nei miei romanzi i personaggi parlano spesso attraverso il cibo», racconta la scrittrice messinese Nadia Terranova, finalista al premio Strega con il romanzo Quello che so di te (Guanda). «Non inserisco mai un piatto a caso. Per scrivere Trema la notte, ambientato durante il terremoto di Messina del 1908, ho svolto molte ricerche anche sui pasti consumati all’epoca», sottolinea Terranova. «Ma il vero sapore di casa per me è la “pietanza”, una sorta di brodo preparato con la cucuzza lunga, una zucchina lunga verde chiaro, con patate, pomodoro, olio, poca cipolla e aglio. La preparava mia nonna nei venerdì di Quaresima. E quando la cucino oggi per me è memoria da rivivere».

Foto di Byron Mollinedo – styling di Selin Bursalioglu

Nella foto, GILET CON RICAMI SU PANTALONI AMPI; ORECCHINI E BRACCIALI (TUTTO GIORGIO ARMANI). COLLANA, BRACCIALE E ANELLO (TUTTO SWAROVSKI). CUCINA ALEA PRO DI POLIFORM (POLIFORM MILANO, PIAZZA DELLA SCALA 5). ALZATINA (BITOSSI). PROPS STYLIST: ORNELLA ROTA. HANNO COLLABORATO VIOLA BRUNELLI E IRMA MODONUTTI. TRUCCO: GIOVANNI IOVINO@ GREENAPPLE. PETTINATURE: MAURIZIO KULPHERK@ETOILE MNGMNT. MANICURE: ELISA GRIECO@ ETOILE MNGMNT. SI RINGRAZIA RISTORANTE DOMUS GARDEN CLUB, PIAZZALE DELLO SPORT 6, MILANO.

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