La fiscalità d’impresa si fa dialogando


La nuova frontiera della fiscalità d’impresa si chiama dialogo. Non potrebbe essere altrimenti in un ambito, quello dell’imposizione, nel quale domina l’eccezione e in un ordinamento, quello italiano, in cui prevale la complessità e mutevolezza delle norme.

L’idea della tassazione come automatismo di calcolo – lo sanno bene le imprese – è una semplificazione dei modelli classici, che però non coglie nel segno, per l’inevitabile distanza tra norma scritta e realtà economica. Così come appare superata l’idea che, per lo Stato, un indiscriminato esercizio dell’autorità e della deterrenza sia il miglior modo per massimizzare il livello di tax compliance. I più moderni approcci comportamentali dimostrano, piuttosto, come la scelta di adempimento, anche fiscale, dipende da politiche pubbliche in grado di agire da pungolo o spinta gentile, nonché dalla qualità delle relazioni istituzionali e dal clima di fiducia e leale collaborazione che si è in grado di costruire nei rapporti tributari.

Ed è proprio questo il presupposto su cui si innesta il nuovo paradigma della fiscalità d’impresa, quello della tax compliance collaborativa: un modello che ridisegna radicalmente i ruoli degli attori del rapporto tributario nella logica di uno scambio virtuoso.

Si potrebbe forse ritenere questo modello solo relativamente nuovo per il nostro ordinamento, dal momento che l’adempimento collaborativo (o cooperative compliance) ha in Italia più di dieci anni di vita, essendo stato istituito già nel 2015, sotto l’ispirazione di illuminate esperienze internazionali e la promozione in sede OCSE. In realtà, solo la riforma fiscale 2023 lo ha reso un istituto con ambizioni davvero di ampio respiro, per effetto dell’estensione massiccia della platea di soggetti interessati e del rafforzamento dell’appeal.

Infatti, superando la pregressa riserva a favore dei pochi grandissimi operatori nazionali dal fatturato miliardario, l’ultima riforma ha disegnato un percorso di “democratizzazione” dell’istituto che, dal 2028, potrà essere popolato da tutte le imprese, molto più numerose, con almeno 100 milioni di ricavi. E persino le PMI possono ora scegliere il nuovo regime opzionale, meno “spinto” rispetto alla cooperative compliance, ma comunque premiante.

Sul piano degli effetti, oltre a quelli indiretti (si pensi alla maggior certezza giuridica) e reputazionali, la riforma ha disegnato un vasto ventaglio di benefici espliciti della cooperative compliance: dalla riduzione dei termini di accertamento alla disponibilità di avanzati strumenti di interlocuzione con il Fisco (interpello abbreviato, comunicazioni di rischio), dall’esonero delle garanzie per i rimborsi fiscali fino al diritto al dissenso, alla possibilità cioè di discostarsi dalla posizione dell’Agenzia delle entrate (espressa in sede di interlocuzione preventiva) senza rischiare sanzioni. Una straordinaria concessione a quella “orizzontalità” di rapporti fiscali a cui aspira il regime della cooperative.

Affinché ciò sia consentito l’impresa deve però assumere un impegno esplicito di collaborazione e trasparenza verso l’Amministrazione finanziaria, la cui credibilità è garantita dall’adozione di un adeguato sistema di rilevazione, misurazione, gestione e controllo dei propri rischi fiscali, il Tax Control Framework (TCF). In questo senso, il TCF costituisce fulcro e presupposto del patto di fiducia che caratterizza il regime e il sottostante scambio virtuoso trasparenza-certezza giuridica. La promessa di dialogo e collaborazione costanti presuppongono infatti un giudizio di affidabilità sull’organizzazione e sulla capacità dell’impresa di gestire in modo professionale, consapevole e affidabile la variabile tax; insomma, sulla capacità di intercettare, presidiare e, quando occorre, condividere preventivamente con l’Autorità fiscale i propri rischi, soprattutto quelli interpretativi.

Anche al riguardo la riforma ha tracciato un significativo cambiamento, disegnando l’evoluzione da uno schema aperto di TCF, rimesso alla discrezionalità organizzativa delle singole imprese, a un modello in larga parte standardizzato e oggetto di certificazione professionale. Si è così attribuito un ruolo assai rilevante ai professionisti (commercialisti e avvocati dotati di specifici requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza), di fatto sostitutivo della pregressa funzione di validazione pubblica: attestare la conformità del sistema allo standard normativo e alle best practice in materia, verificando l’adeguatezza dell’impianto del TCF (certificazione di disegno o d’ingresso), ma anche la correttezza e continuità del suo funzionamento (certificazione di efficacia operativa). Il TCF, infatti, non è, o non dovrebbe essere, un pezzo di carta, ma un sistema vivo e vitale, con presidi di controllo operanti nel continuo, in grado di adattarsi con costanza ai mutamenti dell’ambiente interno ed esterno all’impresa.

In questo nuovo approccio si coglie allora il segno di una grande rivoluzione culturale in ambito fiscale, che alla logica della contrapposizione oppone quella della fiducia reciproca e del dialogo. Un cambio di paradigma che si auspica possa essere ulteriormente percorso senza ripensamenti, giacché l’adozione del TCF e l’adesione ai regimi di collaborazione che lo presuppongono, costituisce una formidabile occasione per tutti gli attori coinvolti. Lo è anzitutto per l’Amministrazione finanziaria, per l’opportunità di mettere “sotto controllo” una fetta consistente del gettito in un clima di fiducia e collaborazione, trasformando la percezione del proprio ruolo da controllore a partner dei contribuenti. È poi una grande opportunità per le imprese, data la possibilità di recuperare terreno sul piano della competitività grazie ai vantaggi della maggior certezza giuridica e alla possibilità di sfruttare il TCF come formidabile leva strategica: una gestione professionale, consapevole e affidabile dei processi aziendali costituisce, del resto, un moltiplicatore di opportunità e valore, anche reputazionale. Infine, si tratta di una irripetibile occasione di crescita per gli stessi professionisti, non solo per le nuove opportunità di mercato (dalla costruzione del TCF alla sua manutenzione e certificazione, passando per l’assunzione di ruoli di responsabilità nel sistema, come quello di TRO), ma anche per la possibilità di mutare il proprio approccio, da reattivo a proattivo.

Le circostanze lasciano ben sperare sulla diffusa consapevolezza dell’importanza del dialogo e del paradigma collaborativo come percorso irreversibile della compliance fiscale. Se le buone regole si muovono sulle gambe di chi deve applicarle, allora non può che guardarsi con ottimismo, da un lato, al diffuso interesse delle imprese e, dall’altro, all’impegno convinto e allo sforzo organizzativo al riguardo dell’Amministrazione finanziaria.


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 Giovanni Formica

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