“Mia madre ha sempre avuto una preghiera in serbo per coloro che difendevano Robert Brasillach, avevano chiesto la grazia per lui, ne tramandavano il ricordo, perché così facendo era come se difendessero e chiedessero la grazia anche per suo padre Georges”. Lo racconta Emmanuel Carrère in Kolchoz (Adelphi), il romanzo familiare di cui l’illustre genitrice è protagonista assoluta.
In realtà, contravvenendo alla preghiera della madre di non parlarne finché lei fosse rimasta in vita, lo scrittore francese aveva già svelato il passato da collabo del nonno materno con la pubblicazione di Un roman russe (2007). Discendente da una casata aristocratica georgiana ridotta in povertà dalla rivoluzione bolscevica, Georges Zourabichvili aveva lavorato come interprete per i tedeschi durante l’Occupazione per poi scomparire in circostanze mai chiarite dopo la liberazione di Bordeaux. Nata apolide a Parigi il 6 luglio 1929, Hélène Carrère d’Encausse cognome che prenderà dal marito Louis temeva che quella rivelazione potesse comprometterne l’inappuntabile reputazione. A coronamento di una prestigiosa carriera di storica dell’Unione Sovietica, proprio nell’anno della dissoluzione dell’impero russo, il 1990, è la terza donna a fare ingresso all’Académie française dopo Marguerite Yourcenar e Jacqueline de Romilly. Dal 1999 è anche la prima donna a guidarla, nel ruolo di segretario perpetuo. Aveva pretesto di non femminilizzare la funzione. Perché, spiegò, “da tre secoli e mezzo c’è un solo segretario perpetuo. È questa idea di continuità che deve prevalere”.
Il figlio le aveva inferto un bel dispiacere, ma non ne aveva intaccato la conquistata autorevolezza. Kolchoz, infatti, parte dall’ultimo omaggio nazionale che il 3 ottobre 2023 le viene rivolto dal presidente Macron nel cortile d’onore di Les Invalides (dove riposano le spoglie di Napoleone Bonaparte, per intenderci). Sono passati meno di due mesi dalla sua morte. Se Macron in quella occasione non omise di ricordarne il padre collaborazionista, Carrère in Kolchoz non tace l’importanza che la lettura delle opere di Brasillach e la stretta frequentazione con la sorella Suzanne, “mia madre la adorava”, e il marito Maurice Bardèche ebbero nell’educazione sentimentale e nella formazione intellettuale di Hélène. E anche nella sua: “A casa avevamo i due volumi della Histoire du cinéma di Brasillach e Bardèche, e dalla loro lettura è nato il mio amore per il cinema”.
Il giorno prima della cerimonia, lo scrittore e le sorelle Marina e Nathalie avevano lasciato l’appartamento di rappresentanza in Quai Conti: “In occasione del trasloco ho ritrovato e riletto la copia consunta de Il nostro anteguerra scrive Carrère il libro di memorie di Brasillach. Ho una lettera in cui mia madre confida alla suocera quanto sia stata felice di trovarlo sulla bancherella di un bouquiniste poco dopo il suo arrivo a Parigi nel 1948. Ha portato con sé come un tesoro quel libro, allora maledetto, oggi completamente dimenticato. E come un tesoro lo ha custodito”. Carrère non lesina ammirazione per la dignità mostrata da Brasillach durante il processo farsa per collaborazionismo: “Davanti al protone di esecuzione, il 6 febbraio 1945, rifiuta la benda sugli occhi. Durante la detenzione a Fresnes, scrive poesie davvero belle. Mia madre ne conosceva diverse a memoria”. Ricostruisce il primo incontro della madre con Maurice Bardèche: avviene il 6 febbraio 1949 al cimitero di Saint-Germain de Charonne. È il piccolo cimitero parigino in cui è sepolto Robert Brasillach e il 6 febbraio è la ricorrenza del giorno della sua esecuzione al forte di Montrouge. Un luogo dettagliatamente descritto ne Il nostro anteguerra e nel romanzo I sette colori. “Quando Brasillach ne scriveva sottolinea Carrère non immaginava che pochi anni dopo anche lui vi sarebbe stato seppellito, né che ancora oggi, ogni 6 febbraio, la sua tomba sarebbe stata coperta di fiori da tutti i simpatizzanti dell’estrema destra che annovera Parigi. Nell’immediato dopoguerra era già divenuta un punto di ritrovo dei collaborazionisti che non erano stati giustiziati o incarcerati, e non mi entusiasma dire che a vent’anni mia madre frequentava questa compagnia di reprobi, ma aveva le sue ragioni e comunque è la verità”.
La giovane diventa così ospite abituale di Maurice e Suzanne. “Hanno adottato quella ragazza russa brillante scrive lo scrittore che era capace di tenere testa a Maurice in agguerrite discussioni intellettuali, di capire le battute da normalisti che giravano nella loro piccola cerchia, di far addormentare i bambini della coppia recitando loro la Giovanna d’Arco di Péguy”. C’è un libro che Hélène “trovava incantevole e amava quanto Il nostro anteguerra” e che Carrère non riesce a ritrovare nella biblioteca familiare: Suzanne et le taudis, “Suzanne e il tugurio”. È il nomignolo dato dalla coppia al piccolo alloggio, i cui habitué “formavano un corteo di epurati poetici, fascisti bonaccioni, pittoreschi condannati a morte in contumacia, una piccola cerchia di cui Maurice Bardèche era una delle star”. Una cronaca degli anni del dopoguerra di cui la madre è stata testimone diretta: “Quasi tutte le persone che vi sono descritte, lei le ha, se non conosciute, incrociate”.
Bardèche, in realtà, diventa fascista solo dopo la Liberazione. “Gli si possono rimproverare molte cose, ma non l’opportunismo: fra tanti partigiani dell’ultima ora, chi scopre di essere fascista dopo il crollo del fascismo merita una paradossale forma di rispetto”. Lo scrittore ebbe modo di conoscerlo a metà degli anni Settanta, quando la madre lo mandò da lui “per avere qualche consiglio per una ricerca su Balzac che dovevo presentare in classe”. I rapporti tra Bardèche e la madre si raffreddarono, per un malinteso, solo a metà degli anni Novanta. Nel pubblicare le sue ultime memorie, Bardèche “si rallegra che la ragazza con le trecce arrotolate sulle orecchie, che si presentava al Tugurio a ogni ora del giorno, abbia fatto tanta strada”.
E di strada indubbiamente la figlia di poveri esuli dal cognome impronunciabile ne aveva fatta tantissima. Si era affermata come storica quando non era facile studiare l’Unione Sovietica con gli archivi sbarrati, le fonti frammentarie e la propaganda del regime. Era salita all’Académie e aveva guidato il comitato nazionale per il Sì al trattato di Maastricht sino a essere eletta al Parlamento europeo, nel 1994, nelle liste di centrodestra.
“Si risentì non perché Bardèche ne avesse parlato male, ma al contrario, perché le aveva riservato parole estremamente gentili spiega Carrère e mia madre ha pensato, credo a torto, che dipingendo di lei questo ritratto affettuoso, Bardèche volesse nuocerle, trascinarla nel suo eterno purgatorio. Quando è morto, cinque anni dopo, non è andata al suo funerale. Non gliene farò certo una colpa”.
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redazione@ilgiornale-web.it (Roberto Alfatti Appetiti)
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