Le riflessioni che intendo proporre appartengono a quella bellissima e dura esperienza che è il Sicet, il Sindacato inquilini casa e territorio, voce spesso inascoltata e scomoda, nata nel lontanissimo 1974, ma che da allora ha mantenuto con convinzione e caparbietà uno stile di intervento fondato sul radicamento e sulla presenza nelle periferie e in ogni ambito di esclusione e ingiustizia abitativa della città -dalle baracche alle strutture di accoglienza e alle carceri- mettendo al centro l’ascolto e la relazione con le persone che vengono da noi per trovare sostegno e tutela nel sempre più difficile proposito di avere una casa e un quartiere dignitosi in cui vivere.
È prima di tutto da questo confronto quotidiano con i nostri inquilini e le nostre inquiline che proviamo a comprendere e a cambiare la città. Le nostre sedi sono sempre pienissime non solo perché la precarietà e la violenza abitativa sono in esponenziale aumento ma anche perché facciamo parte di quel pezzo di città che si ostina a credere che nessuno debba essere escluso e che non siano i soldi che riusciamo a guadagnare a raccontare chi siamo.
Se dovessi individuare la novità più rilevante di questi ultimi dieci anni in tema di politiche abitative milanesi direi certamente il piano di smantellamento dell’edilizia pubblica e dei quartieri popolari, arrivato dopo decenni di politiche di abbandono e disinvestimento che sono tuttora in corso e che per noi sono paradossalmente molto più gravi persino dell’aumento dei valori immobiliari e della crisi degli sfratti.
Prima di entrare nel merito apro però una piccolissima parentesi: spesso sentiamo ragionamenti faziosi ed errati, utili a consolidare lo status quo, che affermano: “Sei povero quindi vivi in affitto, sei povero quindi subisci lo sfratto, sei povero quindi non paghi il mutuo”. È davvero molto importante comprendere come il problema sia in questo modo mal posto.
La lettura deve infatti avvenire al contrario: oggi le famiglie sono povere prima di tutto proprio a causa del costo sproporzionato della casa. Le famiglie sono povere perché subiscono lo sfratto o il pignoramento della casa da parte della banca e oggi è in primis lo sfruttamento del mercato immobiliare a determinare povertà e privazione. Se si riuscisse a contenere il costo per il mantenimento della casa a meno del 30% del reddito, migliaia di persone uscirebbero all’istante dalla condizione di povertà.
Non servono pertanto misure per accelerare gli sfratti con l’idea che così ci saranno più case sul mercato e i prezzi si abbasseranno. Se il costo della casa avesse un qualunque tipo di relazione con il reddito reale, e cioè se la casa non fosse un asset finanziario da spremere il più possibile, le famiglie non diventerebbero così povere e vivrebbero meglio, più libere e con maggiori possibilità.
Ritornando al piano di smantellamento dell’edilizia pubblica, le ragioni che spingono le istituzioni a impegnarsi in questa direzione sono molteplici. La prima è ideologica: le case popolari devono scomparire dalla faccia della città perché oggi sono aree ed edifici preziosissimi sottratti alla rendita, alla costruzione di case lussuosissime e alla speculazione. Invece sono luoghi dove semplicemente tante persone vivono e nessuno ci guadagna.
Questo oggi acquisisce un valore nuovo, ancora più forte di quando le case popolari sono state conquistate e costruite. Ora che il capitalismo vive della finanziarizzazione anche della città, il fatto che un pezzo di città esista e possa essere governato al di fuori di quegli interessi e di quelle logiche diventa qualcosa di scandaloso e inammissibile per le élite che detengono il potere. Per questo la difesa dell’edilizia pubblica, dei quartieri popolari e dei suoi abitanti assume un valore che va oltre il diritto alla casa e ci riguarda tutte e tutti.
Non è infatti un caso che i quartieri popolari siano stati e continuino a essere bistrattati e privati praticamente di tutto: un piccolo ma chiaro esempio è la questione della gestione della spazzatura e della proliferazione dei topi in Giambellino e a Molise Calvairate. Non si capisce perché nei quartieri popolari misure ordinarie e normali diventino problemi impossibili da gestire e le responsabilità vengano sempre scaricate sui comportamenti degli inquilini.
Eppure, nonostante i tentativi in atto di trasformare le case popolari in ghetti e in luoghi di segregazione, a Milano esistono importantissime e bellissime esperienze di impegno politico e sociale dal basso. È così in Giambellino, al Gratosoglio, in via Lulli, al Molise Calvairate, dove è nata quell’esperienza inclassificabile che è il Comitato inquilini Mcp, fondato e diretto da Franca Caffa, che in molti conoscono personalmente e ricordano. Queste esperienze sono importanti in primo luogo perché sono portatrici di un altro modello di città, più libero e vicino a quello che poi davvero conta nella vita.
La seconda ragione che legittima l’operazione di distruzione e cancellazione dell’edilizia pubblica è la scorta mediatica e narrativa che ha saputo imporre, da una parte, l’idea che nelle case popolari vivano solo delinquenti, ancora più pericolosi se giovani di seconda generazione, e, dall’altra, l’idea che tutti quelli che non riescono a stare sul mercato immobiliare privato siano dei fannulloni e dei parassiti, che non lavorano e non vogliono fare sacrifici. Questa ideologia distorta è così forte ed egemonica che è arrivata anche a plasmare le politiche pubbliche.
Ne è una conseguenza il totale disinteresse per la vita di migliaia di cittadini che subiscono sfratti ed espulsioni. Va ricordato che ormai a Milano una parte importante di questa popolazione è costituita da cittadini migranti che possono lavorare, pagare la casa, ma in questo Paese e in questa città non possono votare e nei confronti dei quali, quindi, nessun partito è chiamato a rendere conto. Eppure ogni anno vengono presentate più di duemila domande per le case in emergenza (Servizi abitativi transitori, Sat). Quasi tutte vengono respinte e una piccola parte viene accolta solo in fase di ricorso.
Ora ci sono 400 famiglie la cui domanda è stata accolta da mesi, in attesa di una casa che non arriva. I nuclei composti da una sola persona aspettano la casa in emergenza anche per anni, nella colpevole indifferenza delle istituzioni responsabili. Davvero ci può andare bene che oggi le famiglie sfrattate vengano divise, che ci siano bambini che crescono nei centri di emergenza abitativa, ossia i vecchi dormitori pubblici, che si debbano svegliare all’alba per raggiungere la scuola, che non abbiano un posto dove giocare, fare i compiti, stare con i propri genitori? Queste famiglie, questi bambini, questi lavoratori e queste lavoratrici sono gli “effetti collaterali” del “Modello Milano”.
Noi ci ostiniamo a pensare che gli sfratti possano essere fermati, in particolare quelli per finita locazione, come è stato fino al 2014, in un contesto di diritto e senza determinare alcuna crisi del mercato immobiliare.
Ora entriamo nei numeri e nella concretezza dello smantellamento per illustrarne la terza ragione che si chiama privatizzazione. La quarta, per la quale non ho trovato una parola sola, consiste nel fare tante chiacchiere e fingere così di impegnarsi a risolvere il problema ormai esploso, quello delle case che costano troppo, riuscendo però a non fare l’unica cosa che davvero servirebbe: regolare il mercato e contenere la rendita immobiliare. La quinta è cercare di fare cassa affittando a nuclei familiari con redditi più alti.
In cinque anni sono stati dichiarati assegnabili attraverso i bandi delle case popolari 9.400 alloggi ma ne sono stati realmente assegnati soltanto 4.320: oltre 5.000 si sono persi per strada.
Il Comune di Milano ha sottratto all’edilizia pubblica 300 alloggi per il Progetto case ai lavoratori, assegnandoli a datori di lavoro perché li subaffittassero ai propri dipendenti. Il progetto non deve essere andato benissimo, visto che quest’anno è stato alzato il limite economico per i lavoratori fino a un Isee di 40.000 euro e le case possono essere assegnate anche a chi lavora fuori Milano.
Altri 270 alloggi sono stati assegnati al Terzo settore perché li gestisse per le famiglie in emergenza abitativa con Isee fino a 26.000 euro. Altri 500 alloggi sono in via di assegnazione, sempre al Terzo settore, per le emergenze abitative, per le famiglie che hanno redditi troppo alti per accedere all’Erp e per quelle in difficoltà in carico ai servizi sociali. Si tratta di un progetto complesso, in cui chi gestisce deve anche trovare i finanziamenti per rendere il sistema economicamente sostenibile, ricorrendo a strumenti finanziari, alla Bei e alle fondazioni bancarie. Altri 65 alloggi vengono assegnati tramite bando a nuclei che non hanno subito uno sfratto per morosità e con Isee fino a 40.000 euro.
Le parole chiave quindi sono: transitorietà, la casa è una condizione mobile, legata al contratto di lavoro; l’emergenza abitativa non è più considerata una conseguenza strutturale del sistema ma diventa una condizione soggettiva che riguarda competenze e volontà delle singole persone. Il compito dell’istituzione pubblica è quindi semplicemente quello di accompagnare le famiglie cosiddette fragili a ricollocarsi sul mercato. E di finanziarizzare anche questo segmento di welfare abitativo.
Oggi dal Piano straordinario casa ideato dall’ex assessore della Giunta Sala Guido Bardelli siamo arrivati alla delibera per promuovere la nuova Società della casa, dell’assessore Emmanuel Conte, dopo che la creazione del fondo immobiliare gestito da Invimit, promossa dall’ex assessore Pierfrancesco Maran, era stata bloccata dalla mobilitazione compatta di cittadini ed esperti. Cambiano i nomi e le strutture ma alla base rimangono vendite e valorizzazioni: nel merito il Comune intende inserire nella Società della casa il patrimonio immobiliare sfitto nel Municipio 1 e gli stabili sfitti o da ristrutturare di pregio (ad esempio quelli di via Jacopino da Tradate e viale Lombardia), come permesso dalla Legge regionale, secondo la quale il patrimonio di pregio può essere anche affittato a prezzi di mercato.
Ovviamente questa strategia è portata avanti con uguale impegno dalla Regione -citiamo ad esempio l’ultimo bando che stanzia 96 milioni di euro di provenienza del Fondo sociale europeo (Fse) per ristrutturare anche case pubbliche da affittare a famiglie con Isee superiori ai limiti per l’accesso alle case popolari tradizionali- e da Aler Milano, che da gennaio ha messo “in valorizzazione” più di 400 alloggi. È il risultato di 40 anni di politiche che sono riuscite a portare all’interno delle istituzioni pubbliche il mercato e le sue logiche. Ad essere finanziarizzato non è così solo il mercato ma anche lo stesso welfare abitativo pubblico.
È utile ricapitolare i passaggi che hanno reso possibile questo stravolgimento dell’intervento dello Stato in materia di welfare abitativo pubblico: alcuni sono piccole modifiche di legge, questioni tecniche. Ci tengo anche a dire che il Sicet per molti anni è stato una voce inascoltata, sola a denunciare il cambiamento in corso e l’impatto sulla coesione sociale e sulla possibilità di dare risposte al bisogno di casa delle classi sociali più povere.
La “riforma Bassanini” e la modifica del Titolo V della Costituzione, la cessazione della tassa di scopo ex Gescal, la Legge 431/1998 sulla liberalizzazione dei canoni di affitto, la nuova definizione di “alloggio sociale”, richiesta dalla Commissione europea al fine di ottemperare a quanto previsto in materia di aiuti di Stato, e deliberata con il decreto 22 aprile 2008, che riconosce le misure in materia di politica abitativa come un servizio di interesse economico generale e non come servizio sociale di interesse generale, il “Piano casa” di Berlusconi del 2009, con la creazione del sistema del social housing attraverso l’istituzione del Fondo investimenti per l’abitare, la Legge 80/2014, il “Piano casa” della coppia Renzi-Lupi, la Legge regionale 16/2016 e da ultimo il “Piano casa” di Meloni e i provvedimenti della Commissione e del Parlamento europei.
Tutti questi provvedimenti, sebbene promossi da livelli istituzionali diversi e da diverse parti politiche, hanno una perfetta coerenza.
Veronica Pujia è un’operatrice, attivista e referente del Sindacato inquilini casa e territorio (Sicet) di Milano. Venerdì 16 ottobre è intervenuta al convegno “Modello Milano. Anatomia di un sistema-città”, organizzato da Altreconomia e Il Fatto Quotidiano
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