Quattro, cinque giorni. A volte una settimana intera. Tanto serve a un commercialista per mettere in piedi un’analisi di bilancio fatta a regola d’arte e un business plan con gli strumenti di sempre – un lavoro che spesso resta pure impagato, perché il cliente firma l’incarico solo dopo aver toccato con mano il valore del servizio. E qui si annida una vecchia contraddizione della professione: il commercialista è tra le figure più importanti nella vita di un’impresa – conosce i numeri, i rischi, gli errori e le opportunità – eppure quel valore resta spesso invisibile, perché l’imprenditore che entra nello studio non vede i giorni di lavoro né le competenze, vede soltanto un bilancio. E intanto le PMI, che da sole valgono circa il 97% delle imprese italiane (Athemyia), pretendono dai loro professionisti molto di più del semplice adempimento contabile: vogliono che qualcuno legga i numeri in chiave strategica, tenga d’occhio la cassa, risponda in fretta. Quando la risposta tarda, l’imprenditore si arrangia altrove – e tra le scorciatoie ci sono ormai anche i tool di intelligenza artificiale generativa, con tutti i problemi di affidabilità che si portano dietro. La consulenza professionale italiana sta cambiando pelle. I circa 122.000 commercialisti del Paese non fanno più solo contabilità e fisco: scivolano verso il ruolo di consulente strategico d’impresa, e la fetta di tempo che gli studi dedicano alla consulenza qualificata aumenta del 15-20% l’anno nel triennio 2023-2025. A spingere su questa china è la digitalizzazione. Gli studi che adottano soluzioni di business intelligence tagliano fino al 50% i tempi di elaborazione e restituzione dei dati; le PMI che lavorano con professionisti digitalizzati riducono del 30-40% i tempi per preparare i bilanci rispetto al vecchio metodo manuale. Ma c’è un nodo che spacca in due la categoria. Gli studi usano l’AI generativa per il supporto documentale e le analisi preliminari, e fin qui nessuno storce il naso. Il guaio arriva quando la si vuole infilare direttamente nei processi decisionali finali: lì scattano le riserve sulla trasparenza algoritmica e sul controllo umano. La questione vera, in fondo, è una sola – la difendibilità del dato. Perché i numeri di un’impresa non sono un’opinione: devono essere verificabili, tracciabili, comprensibili. Su questo Massimo Bolla, Ceo di Win the Bank, azienda creatrice di MasterBANK, non lascia spazio a mezze misure. «Non si può sostituire la rigorosità della finanza con l’intelligenza artificiale che soffre di allucinazioni se i dati inseriti sono superficiali o errati», taglia corto. Il bersaglio è chiaro: chi carica un bilancio in un tool generico e si fa elaborare un’analisi. Il risultato arriva, certo. Ma senza uno straccio di tracciabilità.
La piattaforma costruita da Bolla parte invece da uno standard rigido. Il bilancio entra in formato XBRL – lo stesso che si deposita in Camera di Commercio – e viene decodificato in modo standardizzato, mandando in soffitta le riclassificazioni manuali che divorano intere giornate. “Riclassificare a mano tutti i bilanci è un lavoro dispendioso dove il rischio di errore è elevato”, ricorda descrivendo il metodo tradizionale che bruciava tre o quattro giorni solo per caricare i dati. Nei bilanci abbreviati o semplificati, quelli privi di stato patrimoniale, bastano sette numeri che il professionista ha già sottomano – crediti, rimanenze, debiti, immobilizzazioni – per ricomporre l’intero quadro.
“Tenere l’intelligenza artificiale fuori dal cuore del calcolo è una scelta voluta, non una dimenticanza”, precisa Bolla riferendosi alle analisi e alle simulazioni di scenario. L’AI entra in scena solo alla fine, come un consulto a freddo. Può aiutare a interpretare, non a sostituire il giudizio di chi conosce davvero l’azienda.
Dietro c’è un principio semplice: il professionista deve sempre essere in grado di spiegare come è arrivato a quel numero, una pretesa che la normativa italiana traduce in tracciabilità e responsabilità professionale. I conti restano matematica pura. All’AI, semmai, il compito di buttare lì suggerimenti qualitativi su scenari prudenti per un certo settore.
Il fantasma della disintermediazione, però, aleggia sullo sfondo – e non riguarda solo i commercialisti. La risposta che la piattaforma MasterBANK offre non è cancellare il professionista, ma rimetterlo al centro. Più che sostituirlo, l’obiettivo dichiarato è renderlo visibile: restituire all’imprenditore la possibilità di vedere finalmente la consulenza, e non solo il suo risultato finale. “Offrire al commercialista gli strumenti per riposizionarsi sul mercato come un vero consulente e non solo una persona che ti chiama per pagare le tasse”, rivendica. L’obiettivo dichiarato è risolvere il rovello quotidiano dello studio: trovare e tenersi i clienti senza trasformarsi in piazzista.
Il valore aggiunto, in questa logica, nasce dall’incrocio tra il dato tecnico e la conoscenza dell’azienda. “È una bussola che serve all’imprenditore, messa nelle mani di uno che ne conosce le dinamiche, cioè il commercialista”. Il punto non è la velocità in sé, ma ciò che la velocità rende possibile: per la prima volta il commercialista può sedersi accanto all’imprenditore e mostrargli la sua azienda adesso, senza giorni di preparazione — evidenziare i punti di forza, mostrare i rischi, simulare cosa accadrebbe se aumentasse il fatturato, se cambiasse i margini, se investisse o chiedesse un finanziamento. L’analisi si costruisce gomito a gomito con l’imprenditore, perché previsioni serie – quanto fatturato in più serve per scongiurare un dissesto – non si tirano fuori senza chi l’azienda la vive da dentro.
Da qui in avanti il settore pare destinato a cercare un punto d’equilibrio tra automazione e controllo umano. La velocità è ormai un’arma competitiva, ma a fare la differenza resta la difendibilità del dato, in un mercato dove la responsabilità professionale non si delega a un algoritmo. La tecnologia proprietaria col suo rigore resta la base; l’AI generica entra solo dopo essere passata al setaccio della competenza. E quando l’imprenditore riesce finalmente a vedere la consulenza, smette di considerare il commercialista un costo e inizia a considerarlo una guida. Per i 122.000 professionisti italiani la partita dei prossimi anni si gioca tutta lì: presidiare lo spazio della consulenza strategica prima che lo occupino gli imprenditori in solitaria, o i tool generativi privi di tracciabilità.
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