Fotografia Europea per un mese e mezzo trasforma l’intera città di Reggio Emilia in una mappa espositiva.

L’edizione 2026 è dedicata ai “Fantasmi del Quotidiano” intesi come le presenze di qualcosa che potrebbe accadere, ma anche come le ombre, il lato oscuro, di una società che sembra aver reso tutto misurabile e razionale, e infatti uno dei temi ricorrenti delle mostre dell’edizione 2026 di FE, sia istituzionali che off, è l’indagine attraverso le potenzialità del mezzo fotografico e della videoarte, del lato oscuro del mondo contemporaneo e della società digitale nella quale siamo immersi in maniera sempre più pervasiva.
I fantasmi sono presenze che bussano nella notte del pensiero, configurandosi come l’ombra di qualcosa che non ha più corpo. Non sono semplici apparizioni, ma ricordi che non vogliono farsi passato, paure vestite da mistero e presenze fatte interamente di assenza. Abitano i corridoi del silenzio e le crepe della memoria, nutrendosi di tutto ciò che è rimasto non detto. Nel loro manifestarsi, a volte ci fanno tremare, mentre altre volte agiscono come una protezione per aiutarci a dimenticare. Privi di un volto proprio, si presentano con mille maschere differenti: possono essere scacciati con la luce di un’idea oppure ascoltati attentamente per comprendere di cosa abbiano realmente fame. Ma i fantasmi non rappresentano solo una minaccia; sono presenze latenti e potenzialità sospese, idee che non se ne sono mai andate del tutto dal nostro orizzonte.
Questa edizione di Fotografia Europea invita a cercare le cose non viste e quelle invisibili, prestando attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. Attraverso l’obiettivo, si rivelano le storie silenziose che danno forma a presente, aprendo nuovi percorsi per l’immaginazione.

Il festival esplora così la silenziosa durata della memoria, osservando come i ricordi svaniscano senza mai scomparire del tutto. Ogni fotografia esposta racchiude la propria eco, un ricordo impalpabile che mantiene sospesa la sua essenza nonostante lo scorrere del tempo. In questo percorso espositivo, il passato non è un elemento scomparso, ma un’entità che continua a respirare dolcemente all’interno del presente. Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approfondimento dedicato alla storia stessa della fotografia: un viaggio attraverso due secoli di immagini che hanno documentato, trasformato e talvolta reinventato la società: il dialogo con i “fantasmi” si fa concreto, attraversando archivi, autori e tecnologie che hanno segnato il nostro modo di vedere. Un viaggio tra i “fantasmi” quotidiani non solo del passato, ma anche del presente e del futuro.
Le mostre sono curate da Arianna Catania (fondatrice e direttrice di Gibellina Photoroad / Open Air & Site-specific Festival), Tim Clark (editor & curator 1000 Words), e Luce Lebart (ricercatrice presso l’Archive of Modern Conflict e direttrice artistica del Pavillon Populaire di Montpellier), cui si aggiunge la ricognizione storica curata da Walter Guadagnini (storico della fotografia, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna) dedicata ai 200 anni della fotografia.
LE MOSTRE AI CHIOSTRI DI SAN PIETRO E PALAZZO DA MOSTO
Il cuore pulsante del Festival, sede della biglietteria, degli incontri con gli autori e del festival dell’editoria indipendente “Parentesi” nel primo weekend di maggio, sono i Chiostri di San Pietro, con le mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart. Altra sede delle mostre istituzionali è Palazzo Da Mosto con il percorso “Ghostland” curato da Arianna Catania, esplorazione dell’epoca ipermediata nella quale viviamo, con lo schermo che diventa un ambiente culturale capace di modellare percezione e comportamenti.
Ai Chiostri le mostre di Felipe Romano Beltran “Bravo” che esplora le storie di migrazione lungo il fiume al confine tra Messico e Stati Uniti, Mohamed Hassan, che con “Our Hidden Room” indaga su identità, famiglia e sul “fantasma” del paese d’origine, Marine Lanier con “Le Jardin d’Hannibal”, Ola Rindal con “Stains and Ashes” che con il mezzo fotografico esplora trasformandole in forme astratte macchie, crepe e imperfezioni degli ambienti quotidiani, Tania Franco Klein che con “Subject Studies: Chapter I esplora come la percezione cambi in base al contesto e allo sguardo dello spettatore, ricreando la stessa scena con soggetti diversi.
Uno dei “fantasmi” esplorati in molti progetti è quello dei lati oscuri della società digitale. Ai Chiostri di San Pietro è la mostra “Automated Refusal” di Salvatore Vitale a rappresentare con un lavoro di video arte l’inferno nascosto del “digital work” un universo nel quale alla retorica tecno-entusiasta dominante si contrappone una realtà di sorveglianza continua attraverso algoritmi e perdita dei confini tra lavoro e tempo libero.
Nell’altra sede principale, Palazzo Da Mosto, l’artista slovena Sara Bezovskek con “SND” realizza con montaggi video e installazioni a carattere post-fotografico una sorta di “décollage digitale” dei frammenti delle notizie allarmanti e negative che passano a getto continuo sul web, in un lavoro che potrebbe essere interpretato come la versione digitale dei “décollages” di Mimmo Rotella sulle icone cartacee della società dell’immagine analogica. La mostra mette l’accento sulla dipendenza dal “doomscrolling” la visione compulsiva di notizie negative sul web e sui social media. Sempre a Palazzo Da Mosto ANIMA di Alisa Martynova immerge in un paesaggio abitato da creature nate dall’incontro tra l’archivio fotografico e l’AI.
Ai Chiostri di San Pietro “The Season” di Giulia Vanelli è un progetto ambientato in un borgo marittimo della Toscana che esplora la persistenza come “fantasma quotidiano” delle esperienze emotive e sentimentali durante l’infanzia e la giovinezza, che rimangono sospese tra tempo e memoria: un progetto che è anche un elogio della “lentezza” e che nel corridoio centrale si contrappone idealmente a “Vestiges du futur” di Frédèric Oberland, esperienza sinestetica tra immagine e suono.
Un altro dei “fantasmi” di un passato recente che persiste è quello della “pandemia”. Oltre che nella cartellonistica montata nel 2020 e che affiora ancora a sei anni di distanza su tutto il territorio italiano, il tema è esplorato da Effet miroir di Zoe Aubry con un progetto che usa la fotografia per fondere il digitale al corpo fisico, mostrando come dal 2020 in poi la diffusione obbligatoria e poi normalizzata delle videocalling abbia trasformato il volto in una superficie instabile e virtuale, costantemente filtrata dal dispositivo digitale.
Un altro “fantasma del quotidiano” è quello della guerra. A Palazzo Da Mosto il tema è affrontato da “Blindspot” di Mykola Ridnyi che inserendo dei “punti ciechi” nell’immagine rappresenta come la propaganda cancelli la visione della guerra, Indré Serpyritè con “This is How The Win Wars” propone un’installazione video nella quale si sovrappongono balletti, gesti e momenti ludici dei soldati condivisi sui social, che ricordano anche i “balletti in corsia” sempre durante la “pandemia” del 2020 e che offre un’impressionante immersione in una dimensione nella quale la realtà anche della guerra viene ritualizzata in maniera tra il…
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Redazione OrticaWeb
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