20.41 – giovedì 7 maggio 2026
(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Un anno da Leone: viaggi, appelli di pace e la missione da pastore del mondo. Papa Leone XIV celebra l’8 maggio 2026 il primo anniversario dell’elezione al Soglio petrino. Dodici mesi scanditi da udienze, incontri, messaggi, da due grandi viaggi in Medio Oriente e in Africa, dal Concistoro con il Collegio dei cardinali, da ritocchi e rinnovamenti nella Curia romana, da un impegno per la pace declinato in vigorosi appelli e in un lavoro diplomatico “dietro le quinte”.
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Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
Il primo Habemus Papam, l’8 maggio 2025, lo aveva annunciato la folla con uno straripante boato elevato dalla piazza al primo rivolo di fumo bianco dal comignolo della Sistina. Poi l’annuncio del cardinale protodiacono, alle 19.12: «Robertum Franciscum…». Infine, l’apparizione dalle pesanti tende di velluto della Loggia delle Benedizioni alle 19.23: mozzetta rossa, mani giunte, un sorriso appena accennato, gli occhi umidi per la commozione. Robert Francis Prevost è il 266.mo Successore di Pietro: Leone XIV.
“La pace sia con tutti voi!”
Al crepuscolo di questo stesso giorno, dodici mesi fa, la storia bimillenaria della Chiesa ha iniziato un nuovo capitolo con l’elezione di un nuovo Pontefice, scelto in un rapido Conclave da 133 cardinali. Il primo Papa degli Stati Uniti, nato 69 anni prima a Chicago, dall’animo peruviano dopo oltre ventidue anni trascorsi nel Paese latino-americano; un «figlio di Sant’Agostino», proveniente dall’Ordine agostiniano, di cui per due mandati è stato priore generale. Un Papa dalle radici miste, esperto di matematica come delle lingue e del Diritto canonico, parroco e vescovo tra le strade polverose di Chulucanas, Trujillo e Chiclayo e cardinale prefetto del Dicastero per i Vescovi. Un Pontefice dal background variegato, che ha parlato al mondo nella sua prima apparizione in italiano, spagnolo e latino leggendo un testo scritto di suo pugno, in cui per dieci volte ricorreva la parola «pace».
Sforzi di pace
Per questa pace – «disarmata e disarmante» come l’ha definita quell’8 maggio, con un’espressione divenuta cifra del pontificato – Papa Leone XIV ha pronunciato lungo quest’anno appelli vigorosi: dal «Mai più la guerra!» nel primo Regina Caeli dalla Loggia delle Benedizioni, al dito puntato contro i signori della guerra le cui mani «grondano sangue» nella Messa della domenica delle Palme (29 marzo), fino alla denuncia di chi è «asservito» alla morte «per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio», espressa nella Veglia di preghiera a San Pietro l’11 aprile. Per la pace, Leone ha incontrato i rappresentanti di Hezbollah in Libano, ha ricevuto i presidenti di Palestina e Israele, Abbas ed Herzog, per ribadire con entrambi l’urgenza del cessate il fuoco a Gaza e della soluzione dei due Stati, ha avuto colloqui telefonici con diversi leader di nazioni in guerra, incluso il presidente russo Vladimir Putin che nel precedente pontificato di Papa Francesco non aveva mostrato alcuno spiraglio di interlocuzione.
Appelli pubblici e lavoro “dietro le quinte”
Soprattutto Leone XIV per la pace ha dato impulso ad un lavoro diplomatico forse poco visibile al grande pubblico e ai riflettori dei media, ma funzionale alla nobile causa del bene dei popoli, obiettivo primario della Chiesa. Un lavoro «dietro le quinte», come egli stesso ha confidato ai giornalisti nel volo di ritorno dal Libano, meta con la Türkiye del primo viaggio apostolico: «Il nostro lavoro principalmente non è una cosa pubblica che dichiariamo per le strade, è un po’ “dietro le quinte”. È una cosa che infatti già abbiamo fatto e continueremo a fare per cercare, diciamo, di convincere le parti a lasciare le armi, la violenza, e venire insieme al tavolo di dialogo».
In queste dichiarazioni del Pontefice si trova la chiave di tante iniziative avviate in questo primo anno di pontificato, a cominciare dalla primissima offerta, a pochi giorni dalla elezione, di aprire i “Sacri Palazzi” per renderli sede di negoziati tra Russia e Ucraina. Proposta che ha incontrato lo scetticismo russo e l’entusiasmo ucraino, espresso dal presidente Volodymyr Zelensky, quest’ultimo incontrato per tre volte dal Papa. Due delle quali a Castel Gandolfo, dove – dopo dodici anni – Leone ha ripristinato il ritorno nella residenza estiva, lasciando il Palazzo Pontificio come polo museale aperto al pubblico e risiedendo invece a Villa Barberini.
Una residenza divenuta familiare a tanti giornalisti che ogni martedì sera, all’uscita, hanno incontrato il Pontefice per raccogliere le sue dichiarazioni e osservazioni su temi di attualità. Oppure appelli, anche veloci, ma sempre mirati a interpellare i “grandi del mondo” perché «facciano finire la guerra» e lavorino per la pace «non con le armi» bensì «con il dialogo», oppure a stimolare un’azione di popolo, come quando, all’indomani dell’attacco Usa all’Iran, ha esortato i connazionali statunitensi «a cercare come comunicare con i “congressisti”, con le autorità, per dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace!».
Un’azione senza precedenti che ha stimolato la reazione dell’amministrazione degli Stati Uniti con il presidente Donald Trump arrivato a criticare aspramente il Pontefice proprio nel giorno in cui lui si imbarcava per l’Algeria, meta insieme a Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, del viaggio apostolico finora più lungo (13-23 aprile). A queste critiche il Papa, sollecitato dai giornalisti in aereo, non ha replicato ma ha risposto ricordando il suo ruolo e la sua missione: quella di «pastore» e non di «politico». Quindi «nessun dibattito» con Trump, né «paura» di eventuali attacchi da quella amministrazione, ma solo la missione di annunciare il «messaggio del Vangelo» di cui purtroppo alcuni oggi abusano. Parole ribadite di recente di nuovo a Castel Gandolfo: «La Chiesa annuncia il Vangelo, predica la pace. Se qualcuno vuole criticarmi, lo faccia con verità».
Il pellegrinaggio africano
E l’annuncio del Vangelo, quale primaria missione del Successore di Pietro, Papa Leone lo ha riverberato tra le raffinate piazze del Principato di Monaco, viaggio lampo del 28 marzo, e poi nelle strade, negli stadi e nelle chiese, dei quattro Paesi africani visitati, in mezzo a code e platee di migliaia di fedeli in festa nonostante il caldo torrido o gli acquazzoni tropicali. Inviti, quelli del Pontefice, ad una pace che «non è da inventare ma solo da accogliere» in un territorio come Bamenda, nord ovest del Camerun, ferita dalla guerra dei separatisti; esortazioni alla fratellanza, in un’Algeria al 90% musulmana; appelli per la giustizia – quella «vera» che corregge e risana – pronunciati nella prigione di Bata, in Guinea Equatoriale, davanti a 630 detenuti sotto la pioggia. E ancora, suppliche e invocazioni sull’equa distribuzione delle risorse e lo sviluppo integrale nell’Angola irrorata di petrolio e ricolma di giacimenti di diamanti dove, tuttavia, il 50% della popolazione vive in povertà assoluta. Da parte del Papa, pure…
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