🤝💶 La bugia del mezzo e mezzo ⚖️👥 Perché contributi pensionistici più elevati da parte dei datori di lavoro finiscono per colpire tutti



Smascherata l’illusione delle pensioni: perché più soldi dalle aziende non salveranno il sistema

Un errore costoso: come la comoda politica pensionistica sta dissanguando la classe media tedesca

Il dibattito sul futuro del sistema pensionistico obbligatorio si sta surriscaldando e i politici ricorrono istintivamente alla presunta panacea del passato: chi crea posti di lavoro dovrebbe pagare di più. Contributi più elevati da parte dei datori di lavoro vengono facilmente presentati all’opinione pubblica come una giusta ripartizione del carico e una redistribuzione indolore “dall’alto verso il basso”. Ma ciò che sulla carta sembra un accordo equo si rivela, a un esame economico più attento, un errore fatale. Invece di affrontare i cambiamenti demografici storici e le inefficienze strutturali di un sistema a ripartizione ormai fuori controllo, i politici ricorrono a soluzioni superficiali e di comodo. Il seguente articolo offre un’analisi fondata sul perché la separazione contabile tra contributi dei datori di lavoro e contributi dei dipendenti sia, in realtà, una finzione, su come l’aumento costante dei costi del lavoro non salariali stia gradualmente deindustrializzando la Germania e sul perché stiamo mettendo a repentaglio il futuro delle giovani generazioni se non troviamo finalmente il coraggio di attuare una vera riforma strutturale finanziata dal capitale.

Il barile che perde: perché contributi pensionistici più elevati da parte dei datori di lavoro inviano il segnale sbagliato

Aggiungere oneri invece di attuare finalmente delle riforme: convenienza politica a scapito della sostanza

Il dibattito politico sul finanziamento delle pensioni obbligatorie segue uno schema di una semplicità sconcertante: se i fondi sono insufficienti, chi organizza e remunera il lavoro dovrebbe versare di più. Aumentare i contributi dei datori di lavoro suona come una forma di compensazione sociale, come un atto di equità, come l’atteso intervento a spese delle grandi aziende. Ma questa narrazione fraintende i meccanismi economici fondamentali, ignora la crisi strutturale del sistema e cura un sintomo con un rimedio che, in definitiva, non farà altro che peggiorare il problema di fondo.

Cosa significa realmente il tasso di contribuzione

Attualmente, il contributo previdenziale obbligatorio è pari al 18,6% della retribuzione soggetta a contributi pensionistici, ripartito equamente tra dipendenti e datori di lavoro: 9,3%. Il massimale contributivo è fissato a 8.450 euro al mese da gennaio 2026. Sulla carta, questo principio di ripartizione 50/50 appare equo, suggerendo una simmetria. In realtà, però, questa simmetria è solo un’illusione.

Per un’azienda, non esiste una reale separazione tra i contributi del dipendente e quelli del datore di lavoro. Dal punto di vista aziendale, il costo totale del lavoro è il parametro rilevante per ogni decisione relativa al personale. Che il dipendente riceva uno stipendio lordo da cui vengono detratte le imposte e i contributi previdenziali, o che il datore di lavoro versi direttamente i contributi previdenziali ai fondi competenti, non fa alcuna differenza strutturale dal punto di vista aziendale. In entrambi i casi, si tratta di costi associati al lavoro, che vengono valutati in relazione alla prestazione lavorativa attesa e al valore aggiunto. La distinzione formale tra contributi del datore di lavoro e contributi del dipendente è una costruzione contabile politicamente conveniente, ma priva di fondamento economico indipendente.

Da decenni gli economisti lo confermano con il concetto di incidenza salariale: se i contributi previdenziali a carico del datore di lavoro aumentano, le aziende reagiscono nel medio termine con corrispondenti adeguamenti sul fronte salariale, attraverso una crescita salariale più lenta, bonus ridotti o semplicemente astenendosi dall’assumere nuovi dipendenti. L’onere viene distribuito lungo tutta la catena del valore anziché rimanere concentrato su un solo lato. Chiunque pretenda che un onere aggiuntivo possa essere concentrato sul lato del datore di lavoro senza ripercussioni su dipendenti, investimenti e competitività, ragiona in termini che non corrispondono alla realtà economica.

Le fondamenta demografiche si stanno sgretolando e nessuno sembra voler intervenire

Il vero problema del sistema pensionistico pubblico non è la mancanza di volontà da parte delle aziende di contribuire. Si tratta di un dilemma demografico di proporzioni storiche, enormemente aggravato da decenni di inazione politica e di espansioni delle prestazioni sociali. Il sistema pensionistico funziona secondo il principio del “pagamento a ripartizione”: chi lavora oggi finanzia le pensioni di oggi. Questo sistema è valido finché il rapporto tra contribuenti e pensionati rimane stabile. Ma questo non è più il caso, e continuerà a deteriorarsi.

Nella sua relazione dell’aprile 2026 alla Commissione pensionistica del governo federale, la Corte dei conti federale ha chiaramente affermato che il sistema pensionistico pubblico si trova ad affrontare significative sfide finanziarie, principalmente a causa dei cambiamenti demografici. Ad aggravare la situazione contribuiscono gli ingenti ampliamenti delle prestazioni attuati a partire dal 2014, che hanno comportato spese aggiuntive per 180 miliardi di euro entro il 2025. Il pacchetto di riforma pensionistica del 2025 prosegue su questa linea: si prevede che le spese aggiuntive raggiungeranno un totale di 500 miliardi di euro entro il 2040. Queste cifre parlano da sole: un sistema che si espande a questa scala senza riformare le sue basi demografiche dipende da un finanziamento esterno costante, che qualcuno deve pur fornire.

Le previsioni sui tassi contributivi pensionistici sono allarmanti. Si prevede che il tasso contributivo rimarrà stabile all’attuale 18,6% fino al 2027. Dal 2028 è previsto un aumento al 19,8%, per poi salire al 20,1% entro il 2030. Le previsioni indicano un tasso contributivo del 21,2% per il 2039. Altri scenari, che includono pienamente il secondo pacchetto di riforma pensionistica, prevedono addirittura un tasso contributivo del 22,3% entro il 2035. Secondo i calcoli dell’Istituto IGES, il contributo totale alla previdenza sociale – somma di pensione, assistenza sanitaria, assistenza a lungo termine e disoccupazione – potrebbe arrivare al 50% entro il 2035.

Ancora oggi, la Germania si colloca tra i paesi con i costi del lavoro più elevati a livello internazionale. Secondo l’Ufficio federale di statistica, nel 2024 il costo medio del lavoro in Germania si attestava a circa 43,40 euro all’ora, ovvero circa il 30% in più rispetto alla media UE di 33,50 euro. Nel settore manifatturiero industriale, nel 2024 i costi unitari del lavoro in Germania erano già superiori del 22% rispetto alla media di 27 paesi industrializzati. Le conseguenze sono già visibili: dalla metà del 2018, l’industria tedesca è in recessione strutturale, e uno dei principali fattori di questo sviluppo è proprio rappresentato dai costi del lavoro.

L’illusione di una redistribuzione apparentemente indolore

Quando i politici chiedono di aumentare i contributi dei datori di lavoro al sistema pensionistico dal 9,3% a un ipotetico 12 o 15%, amano presentarlo come una redistribuzione della ricchezza a costo zero, dall’alto verso il basso. Il meccanismo sembra ingannevolmente semplice: le aziende realizzano profitti, quindi dovrebbero contribuire di più. Ma questo ragionamento trascura…


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 Konrad Wolfenstein

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