Ciò che l’Iran desidera veramente è la revoca delle sanzioni, come questione di sopravvivenza, non come vantaggio strategico
A prima vista, la posizione negoziale dell’Iran appare retoricamente intransigente: nessun abbandono completo dell’arricchimento, nessuno smantellamento totale degli impianti nucleari, nessun trasferimento illimitato di uranio arricchito all’estero. Ma dietro a tutto ciò si cela una posizione strutturalmente indebolita. Teheran non sta negoziando da una posizione di forza, ma dalla disperazione esistenziale di uno Stato la cui economia è stata sistematicamente erosa.
L’Iran ha presentato una proposta di compromesso in più fasi che, pur apparendo esteriormente sovrana, contiene nella sostanza significative concessioni: la cessione di metà del suo uranio altamente arricchito, la diluizione della parte restante, la partecipazione a un consorzio regionale per l’arricchimento e l’offerta alle aziende statunitensi di operare come appaltatori nel settore petrolifero e del gas. Quest’ultimo elemento è particolarmente rivelatore da un punto di vista economico: l’Iran offre alle aziende americane consistenti opportunità di investimento nel settore energetico, un’ammissione implicita del fatto che il Paese ha urgente bisogno di capitali, tecnologia e accesso ai mercati internazionali che la Cina da sola non può fornire.
Il problema fondamentale della posizione negoziale dell’Iran risiede nella sua credibilità asimmetrica. Per Teheran, il valore di un accordo è indissolubilmente legato alla sua durata. Il ritiro dell’amministrazione Trump dal JCPOA nel 2018 ha lasciato dietro di sé una profonda sfiducia istituzionale: che valore ha un accordo che può essere rescisso dopo il prossimo ciclo elettorale? Questa domanda viene posta non solo dai negoziatori iraniani, ma anche dagli investitori internazionali che avevano pianificato o avviato investimenti in Iran durante il periodo di validità del JCPOA, dal 2015 al 2018, e che sono stati costretti a ritirarsi in perdita dopo il ritiro.
Il controcalcolo: quanto costa un fallimento della diplomazia
Non solo un accordo ha conseguenze economiche, ma anche la sua mancanza. La guerra scoppiata nell’estate del 2025, dopo il fallimento della prima fase dei negoziati e la scadenza dell’ultimatum di 60 giorni di Trump, fornisce una base empirica per questa valutazione. L’analisi delle conseguenze economiche è sconfortante.
Secondo le previsioni del FMI, l’economia iraniana dovrebbe contrarsi complessivamente del 7-8% durante la fase di contrazione, che si protrarrà fino al 2026. Le sei maggiori banche statunitensi hanno generato collettivamente 47,7 miliardi di dollari di profitto nel primo trimestre del 2026, un record trainato dai volumi di trading e dai premi di volatilità generati dal conflitto. La divisione trading di JP Morgan ha registrato il suo fatturato più alto di sempre, pari a 11,6 miliardi di dollari. Le aziende del settore della difesa, i produttori di elettronica per la difesa e l’industria della sicurezza informatica hanno tratto enormi vantaggi dal conflitto. Vestas, Ørsted e NextEra Energy hanno visto significativi aumenti del prezzo delle azioni, poiché la guerra ha improvvisamente amplificato l’impatto emotivo della narrativa sulla sicurezza energetica delle energie rinnovabili.
Tra i perdenti figurano le economie dipendenti dalle importazioni, i mercati emergenti con un’elevata quota di importazioni energetiche e l’economia europea, che ha perso il suo già fragile percorso di ripresa a causa della crisi di Hormuz. Il tasso di inflazione dell’UE è salito al 3,1%, un punto percentuale in più rispetto alle previsioni autunnali. La fiducia dei consumatori e la propensione agli investimenti sono scese ai livelli più bassi degli ultimi 40 mesi. La revisione al ribasso del tasso di crescita dell’UE, dall’1,4% all’1,1%, appare moderata, ma maschera l’erosione strutturale che la persistente volatilità dei prezzi dell’energia sta causando nel panorama industriale europeo.
La geopolitica delle sanzioni: uno strumento dalla punta sempre più debole
La storia delle sanzioni statunitensi contro l’Iran è anche la storia della loro stessa svalutazione. Tra il 2018 e il 2026, sotto entrambe le amministrazioni Trump, gli Stati Uniti hanno imposto pacchetti di sanzioni estese che hanno colpito le rotte marittime, i canali finanziari, le raffinerie di petrolio e le compagnie di navigazione. Il risultato è paradossale: nonostante le sanzioni record, l’Iran ha esportato il suo volume mensile più alto dell’anno nell’ottobre 2025, raggiungendo 2,15 milioni di barili al giorno.
Ciò è dovuto allo sviluppo di un solido sistema parallelo. Circa 39 delle 53 petroliere iraniane impiegate nell’ottobre 2025 erano soggette a sanzioni statunitensi, eppure hanno continuato a esportare. La Cina, in quanto principale acquirente, ha un interesse strategico nel sostenere questo sistema parallelo, poiché le garantisce l’accesso a petrolio a prezzi notevolmente scontati. Lo sconto sul prezzo del petrolio greggio iraniano rispetto al Brent si è attestato tra il 5 e il 10% nel 2024 e nel 2025. Ciò significa che la Cina ha tratto profitto dalla sola differenza di prezzo, per un ammontare di miliardi di dollari all’anno, e pertanto aveva pochi incentivi a contrastare la rete iraniana di elusione delle sanzioni.
Questo problema strutturale indebolisce la posizione negoziale di Washington: la leva delle sanzioni si è ridotta. Le condizioni per un nuovo accordo di successo sono quindi fondamentalmente diverse da quelle del JCPOA del 2015, quando le sanzioni ebbero un impatto significativamente maggiore sull’Iran. Oggi, un accordo non dovrebbe solo affrontare le questioni relative alla politica nucleare, ma anche inquadrare in un contesto legale l’intero ecosistema dell’economia sommersa, che comprende finanziamenti paralleli, registrazioni opache e intermediari cinesi. Ciò rende la trasformazione economica richiesta da un nuovo accordo considerevolmente più impegnativa di quanto i titoli dei giornali possano suggerire.
Calcolo strategico dell’Iran: il programma nucleare come polizza assicurativa e merce di scambio
Il programma nucleare iraniano segue una duplice logica strategica. Da un lato, funge da deterrente: la capacità di sviluppare rapidamente armi nucleari ha lo scopo di scoraggiare potenziali aggressori – principalmente Israele e gli Stati Uniti – dal perseguire uno scenario di cambio di regime. Dall’altro lato, il programma rappresenta la più importante carta da giocare per Teheran, l’unica risorsa che l’Iran può offrire in cambio di concessioni economiche. Un abbandono completo e irreversibile delle capacità di arricchimento svaluterebbe in modo permanente questa polizza assicurativa, un prezzo strategico che nessuna leadership iraniana è disposta a pagare a cuor leggero.
Questa contraddizione spiega la persistente rigidità nella disputa sull’arricchimento dell’uranio. Dal punto di vista americano – e altrettanto da quello israeliano – qualsiasi capacità di arricchimento iraniana rappresenta un rischio latente di proliferazione. Dal punto di vista iraniano, il diritto all’arricchimento è una questione di sovranità statale e autonomia strategica, a cui non si può rinunciare in cambio di un semplice allentamento delle sanzioni. Le ultime proposte, che prevedono un limite di arricchimento dell’1,5% – rispetto al livello attuale che può arrivare fino al 60% – suggeriscono che Teheran…
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Konrad Wolfenstein
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