La dottrina digitale della Chiesa, e la sveglia per il mondo libero


La dottrina digitale della Chiesa, codificata da Papa Leone nell’enciclica Magnifica Humanitas, è la prima risposta politica e universale alla questione dell’intelligenza artificiale e del suo impatto sulla civiltà contemporanea.

Con l’eccezione di Emmanuel Macron e di Bernie Sanders, e in Italia di Carlo Calenda e del piccolo giornale di opinione che state leggendo, nessun leader politico e nessun grande giornale internazionale si pone il problema esistenziale della corsa senza freni verso la resa dell’umanità all’intelligenza artificiale.

Al contrario, assistiamo ogni giorno alla gara grottesca tra chi vuole accelerare di più, e alle critiche all’Europa perché non sta al passo del futuro e anzi pensa solo a regolamentare, con le conseguenze spesso comiche di quei politici, di quegli imprenditori, di quegli investitori, di quegli opinionisti accelerazionisti che credono in questo modo di essere moderni, al passo coi tempi, e vicini alle esigenze dei giovani, salvo poi scoprire che i primi scettici dell’IA sono proprio gli studenti universitari, perché hanno ascoltato i guru della Silicon Valley dire che per loro non ci saranno più gli “entry level jobs”, le posizioni junior per chi si affaccia sul mercato del lavoro, e che il mondo libero è destinato a diventare un mondo sorvegliato.

I pericoli dell’intelligenza artificiale sono talmente evidenti da essere elencati con precisione proprio dai nuovi demiurghi, in particolare dalle cinque persone, definite psicopatiche, al vertice della rivoluzione dell’intelligenza artificiale generativa: Sam Altman (OpenAI), Dario Amodei (Anthropic), Demis Hassabis (Google DeepMind), Elon Musk (xAI/SpaceX), and Mark Zuckerberg (Meta).

Che il mondo che conosciamo sia in pericolo non è una profezia luddista, è la certezza, annunciata dagli stessi protagonisti, che stiamo andando a sbattere, che non c’è paracadute e che il futuro dell’umanità è segnato, cosa che per alcuni dei guru dell’AI è anche una buona notizia, eppure incredibilmente non vogliamo ascoltarli quando ci avvisano dei rischi, ma li seguiamo con deferenza quando prefigurano le magnifiche e progressive sorti della loro creatura privata.

Fino a ieri, a parte i giovani studenti americani, gli unici dissuasori di velocità in grado per il momento di rallentare la corsa sfrenata contro il muro erano i soldi e i data center sufficienti a garantire la potenza di fuoco necessaria alle macchine per conquistare il mondo.

L’industria dell’IA ha bisogno di trovare circa mille miliardi di dollari entro la fine dell’anno per finanziare l’evoluzione della cosiddetta super intelligenza artificiale, e la prossima quotazione in borsa dei giganti dell’IA serve esattamente a questo scopo. I capitali arriveranno, vedremo se seguirà la volontà politica di costruire gli immensi data center resisterà davanti ai primi segnali di opposizione.

Da oggi però ci sono la Chiesa cattolica e il Papa americano ad alzare la mano, e a dire stop. Il Papa americano è un colpo di genio dello Spirito Santo, al pari di quell’altro colpo di teatro che nel 1978 portò sul Soglio di Pietro un Papa polacco, perché era arrivato il momento di archiviare l’impero del male sovietico che affliggeva l’Est Europa e non solo.

Quando è stato eletto il Papa americano ho subito pensato che un’istituzione millenaria come la Chiesa avesse trovato, grazie alla sua immensa esperienza e capacità di stare al mondo, la soluzione per proporre un’alternativa luminosa alle tenebre del presidente antiamericano Donald Trump, ma ho sbagliato a sottovalutare la Divina Provvidenza, perché Robert Prevost non rappresenta solo la via d’uscita dell’America dalla tragedia trumpiana, che è già tanto, ma indica anche la strada per regolamentare la corsa scellerata e disumana all’intelligenza artificiale.

La prima enciclica di Papa Leone affronta le questioni dell’intelligenza artificiale nel modo previsto e temuto da un altro psicopatico, Peter Thiel, il gran ciambellano di Palantir, un investitore sedicente filosofo che considera il Papa e tutti coloro che vogliono regolare il progresso tecnologico come espressioni diaboliche dell’Anticristo.

Con la Magnifica Humanitas, di cui parliamo nel dettaglio in un articolo di Francesco Lepore, comincia invece la stagione riformatrice che alcuni intellettuali laici, per il momento inascoltati, hanno chiamato della costituzionalizzazione dell’Intelligenza artificiale, ovvero il tentativo di imporre ai modelli linguistici dell’IA alcuni principi etici coerenti con il rispetto dello stato di diritto e il corpo giuridico dei trattati internazionali, in particolare quelli in difesa dei diritti dell’uomo.

Nelle ultime settimane, anche gli accelerazionisti trumpiani hanno cominciato a preoccuparsi dei rischi della totale deregolamentazione dell’IA, cosa che fino a poco tempo fa invece era il punto centrale della politica pro Silicon Valley dell’Amministrazione Trump. È stato il caso Mythos – la nuova versione di Claude di Anthropic che consente anche a un utente digiuno di informatica di penetrare i sistemi di sicurezza delle grandi reti digitali – a svegliare anche i più tenaci sostenitori della necessità di lasciar correre l’innovazione tecnologica in modo da mantenere la supremazia americana.

Trump è arrivato a un passo dal firmare un ordine esecutivo che avrebbe rimesso i paletti che Joe Biden aveva cominciato a piantare, salvo poi essere stati divelti da Trump nei primi giorni del suo secondo mandato.

Le cronache politiche di Washington raccontano di un intervento in extremis dell’emissario della destra tech dentro l’Amministrazione Trump, David Sachs, per convincere Trump a non firmare, ma non è detto che la partita sia chiusa qui, mentre l’Europa si sta dotando dei necessari guardrail giuridici con il “Cloud and AI Development Act” in via di approvazione.

I Paesi più accorti, a cominciare dalla Gran Bretagna, si stanno organizzando con task force popolate da ingegneri e programmatori, spesso provenienti dalle principali aziende di AI, dedicate a controllare i modelli dell’Intelligenza artificiale, mentre Macron si è speso molto nei due vertici internazionali a Parigi e in India su questo tema, alla presenza dei principali leader democratici del pianeta, e dove Giorgia Meloni ha mandato niente di meno che Adolfo Urso.

Giuliano Da Empoli chiama l’IA «intelligenza autoritaria» per sottolineare la deriva politica verso la quale la religione tecnologica ci sta portando. Più ombrosamente, preferisco chiamarla «intelligenza apocalittica», perché questo è il triste finale del film che stiamo vedendo. Ora però c’è la Chiesa cattolica a svegliare le coscienze, e a ridare una speranza che le macchine dell’innovazione procedano in modo controllato e sicuro, anziché farci schiantare. Speriamo che a svegliarsi presto sia la politica, prima che sia troppo tardi.


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 Christian Rocca

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