La notte della Repubblica, così l’Italia scelse il proprio futuro


Come ebbe a dire Piero Calamandrei «mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re». Il grande giurista e antifascista fiorentino fotografò così la felice conclusione della lunga transizione dal fascismo alla democrazia culminata nelle giornate del 2 e 3 giugno 1946, quando il popolo italiano venne chiamato a scegliere tra monarchia e repubblica.

La fase dello scrutinio dei voti, però, si rivelò più irta di difficoltà del previsto, fino a far giungere il nostro Paese a un passo da una guerra civile. Finito lo spoglio delle schede per la Costituente, infatti, si passò a quelle riguardanti il referendum istituzionale.

Qui iniziarono i primi guai.

I primi risultati, infatti, giunsero al Viminale nella notte tra il 3 e 4 giugno 1946 e nelle prime ore del giorno 4. Nonostante il silenzio ufficiale degli uffici del ministero retto dal socialista di fede repubblicana, Giuseppe Romita, iniziarono a circolare tra i giornalisti voci sul fatto che, sorprendentemente, la monarchia fosse in vantaggio. Effettivamente i primi dati si riferivano in maggioranza a sezioni elettorali meridionali, dove la monarchia aveva vinto a mani basse.

Nella mattinata del 4 giugno il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, inviò un biglietto riservato al ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, in cui scriveva: «Le invio i dati pervenuti al ministero dell’Interno fino alle otto di stamane. Come vedrà si tratta di risultati assai parziali che non permettono alcuna conclusione. Il ministro Romita considera ancora possibile la vittoria repubblicana. Io personalmente non credo si possa – sic stantibus rebus – giungere a tale conclusione».

Nel corso della giornata del 4 e nella notte tra il 4 e il 5 giugno, però, cominciarono, ad affluire al Viminale i verbali degli scrutini delle sezioni delle regioni settentrionali, dove la Repubblica aveva vinto largamente, soprattutto nei centri urbani.

Per porre fine alle voci e alla ridda di indiscrezioni giornalistiche, Romita decise così di indire una conferenza stampa nel tardo pomeriggio del 5 giugno per annunciare che, nonostante mancassero ancora i dati relativi di 1.217 sezioni, la vittoria della repubblica (in vantaggio di 1.820.146 voti) non poteva più essere messa in discussione.

La comunicazione del ministro, però, non ottenne il risultato sperato e il fronte si spostò sul piano più strettamente giuridico con la presentazione da parte di un gruppo di giuristi padovani, l’8 giugno 1946, di un reclamo alla Corte di Cassazione, in cui, in estrema sintesi, si sosteneva la tesi che per vincere la repubblica avrebbe dovuto ottenere la «maggioranza dei votanti» e non semplicemente un voto valido in più della monarchia, ovvero che nel risultato finale si sarebbe dovuto tenere conto anche delle schede bianche e nulle.

La Cassazione, a cui la legge affidava il compito di certificare l’esito referendario, si pronunciò solamente il 10 giugno. Nella sala della Lupa di Montecitorio, però, il presidente Giuseppe Pagano si limitò alla lettura dei dati relativi a ogni circoscrizione, che assegnavano la vittoria alla repubblica, e concluse con una formula non priva di ambiguità, ovvero che la Corte avrebbe «emesso in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, proteste e reclami presentati» e integrato «il risultato con i dati delle sezioni mancanti», poco più di un centinaio. Questa mancata formalizzazione della vittoria repubblicana irrigidì la posizione del re che sollevò l’eccezione che il documento letto da Pagano non poteva essere considerato definitivo e conseguentemente informò il governo di essere disponibile al passaggio dei poteri solamente dopo la pronuncia finale della Suprema Corte.

Iniziò così un durissimo braccio di ferro tra il governo e il re. Nella giornata dell’11 giugno, a Napoli, nella via che ospitava la sede della locale federazione comunista, un corteo di monarchici tentò di togliere il tricolore ivi esposto, ma venne bloccato da un cordone di polizia: il bilancio degli incidenti fu di nove morti tra i manifestanti e una cinquantina di feriti.

Per superare l’impasse istituzionale, nella notte tra il 12 e il 13 giugno, al termine di un Consiglio dei ministri durato oltre tre ore, venne deciso che, sulla base dei risultati del referendum comunicati dalla Cassazione il 10 giugno, erano conferite al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, le funzioni di capo dello Stato.

Le reazioni degli ambienti monarchici a questa decisione furono furenti e in molti spingevano affinché il re non cedesse. In quelle ore l’Italia fu davvero sull’orlo del baratro di un conflitto armato.

Come avrebbe, infatti, reagito l’esercito di fronte a uno scontro istituzionale tra il governo repubblicano e Casa Savoia? E gli alleati sarebbero rimasti semplici spettatori?

A dissolvere ogni dubbio si incaricò Umberto II, il «re di maggio», che il 13 giugno, alle ore 16.07, prese la via dell’esilio, non prima però di aver apertamente accusato il governo di aver attuato nella notte «un colpo di stato, sostituendosi alla Corte suprema, mentre questa stava ancora attendendo il suo alto compito, assumendo con atto unilaterale e arbitrario dei poteri che non gli spettavano e ponendomi nell’alternativa di provocare spargimenti di sangue o di subire violenze». Per tutta risposta il governo definì il proclama del re «un documento penoso impostato su basi false e su argomentazioni artificiose». Soltanto il 18 giugno 1946 alle ore 18, la Corte di Cassazione, dopo aver respinto con un voto a maggioranza (dodici contro sette) il reclamo dei giuristi padovani, ufficializzò la vittoria della repubblica con 12.717.923 voti (54,26%) contro i 10.719.284 (45,74%) a favore della Monarchia con un differenziale finale di 1.998.639. I voti non validi (bianche e nulle) erano stati 1.498.136.

Il 1 luglio 1946 l’Assemblea Costituente poté cosi eleggere Enrico De Nicola capo provvisorio dello Stato.


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 FEDERICO FORNARO

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