La nuova grammatica del grano


Per anni la farina è stata raccontata soprattutto attraverso parametri funzionali. Forza, proteine, tenuta degli impasti, stabilità. Una materia apparentemente neutra, quasi invisibile, il cui valore sembrava esaurirsi nella capacità di garantire performance costanti a pizzaioli, panificatori e pasticcieri. Durante un laboratorio culturale sulla cerealicoltura contemporanea ideato da Petra Molino Quaglia abbiamo scoperto invece un vero racconto politico e culturale sul ruolo contemporaneo del grano.

Il cuore dei lavori ruotava attorno a una domanda ormai inevitabile: cosa significa produrre farine nell’epoca della crisi climatica, della standardizzazione alimentare e della crescente attenzione verso sostenibilità e biodiversità? La risposta parte dal concetto di “selezione climatica”, cioè dalla scelta dei frumenti in funzione della loro capacità di reagire alle condizioni ambientali di una specifica annata agricola. Non una materia prima anonima acquistata sul mercato globale solo in base a parametri industriali, ma un cereale letto come organismo vivo, influenzato dal territorio, dal clima e dalle pratiche agronomiche. Un approccio che prova a spostare la farina fuori dalla logica della commodity indistinta e a riportarla dentro una dimensione agricola riconoscibile. 

Da qui nasce anche il lavoro sui grani evolutivi e sulle popolazioni cerealicole: l’idea, semplice solo in apparenza, è di seminare insieme migliaia di linee genetiche differenti affinché il campo possa adattarsi progressivamente all’ambiente circostante. È una filosofia che ribalta la monocultura moderna, costruita sulla replicabilità assoluta, e recupera invece il concetto di resilienza biologica. Non il controllo totale della natura, ma la convivenza con la sua variabilità.

Questo ragionamento agricolo si riflette direttamente sul prodotto finale. Le farine Petra HP rappresentano infatti il tentativo di coniugare innovazione tecnologica e risposta ai problemi concreti della panificazione contemporanea, portando agli impasti più volume, maggiore stabilità, migliore comportamento nella catena del freddo, croccantezza più persistente e shelf life estesa. 

Dietro queste parole, però, non c’è soltanto marketing tecnico. Il tema reale riguarda il modo in cui stanno cambiando i laboratori artigianali. La catena del freddo, per esempio, è diventata ormai centrale nella gestione del lavoro di panifici e pizzerie, e permette di organizzare tempi, ridurre sprechi, migliorare la qualità della vita di chi lavora. Ma richiede farine capaci di mantenere stabilità e maturazione degli impasti anche a basse temperature. Petra prova a rispondere attraverso l’uso calibrato di cereali germogliati e processi di germinazione controllata, inseriti nelle farine con l’obiettivo di migliorare struttura e durata del prodotto finito. 

Interessante anche il modo in cui il molino affronta il tema sensoriale. Nel lessico tecnico contemporaneo si parla molto di alveolatura, idratazione e leggerezza, ma raramente si riflette su elementi apparentemente secondari come il suono del cibo. Petra dedica invece una parte importante della propria ricerca alla croccantezza, definita quasi come esperienza percettiva totale. È emerso infatti come il rumore della crosta o la friabilità di una sfoglia non siano dettagli marginali, ma componenti fondamentali dell’esperienza gastronomica, capaci di influenzare persino la percezione di freschezza e appagamento. 

La vera intuizione, però, forse non riguarda la farina in sé, ma il tentativo di costruire attorno a essa una nuova infrastruttura culturale, dove anche un molino può diventare produttore di contenuti, formazione e relazioni professionali. Nasce da qui PetraCode, con il sacco di farina che smette di essere un semplice contenitore logistico e diventa interfaccia digitale. Attraverso QR code collegati ai prodotti, il professionista può accedere a tutorial, approfondimenti tecnici, corsi, video, sondaggi, aggiornamenti e contenuti condivisi dalla comunità Petra, con la farina che diventa così da ingrediente tradizionale in piattaforma comunicativa. L’operazione è significativa perché fotografa una trasformazione più ampia del settore. Oggi un artigiano non compra soltanto una farina ma l’accesso a informazioni, consulenza, formazione continua e narrazione, con la materia prima diventa anche servizio culturale.

Questo emerge chiaramente nel ruolo attribuito ai Petra Selected Partners, protagonisti degli showcooking e delle degustazioni durante l’evento. Pizzaioli, panificatori e pasticcieri non vengono presentati semplicemente come testimonial commerciali, ma come interpreti di esperienze differenti. Il concetto di x-sharing, sviluppato all’interno della manifestazione, insiste proprio su questo: condividere tecniche, errori, riflessioni e storie professionali per generare nuove idee senza limitarsi a replicare modelli già esistenti, creando una rete di confronti sulle trasformazioni del mestiere artigiano. 

C’è poi un altro elemento che attraversa tutto il progetto Petra e che durante ExpoCook è emerso con forza: il rapporto tra sostenibilità e lavoro umano. La scelta di abbandonare i tradizionali sacchi da 25 chili in favore di confezioni da 12,5 chili viene raccontata non soltanto come ottimizzazione logistica, ma come attenzione concreta alla salute di chi movimenta la farina ogni giorno. Un dettaglio apparentemente marginale che in realtà sposta il discorso sulla sostenibilità fuori dalla sola dimensione ambientale per riportarlo anche dentro le condizioni materiali del lavoro artigiano. 

Naturalmente resta aperta una domanda critica. Quanto di tutto questo rappresenta una reale trasformazione della filiera e quanto invece è costruzione narrativa? Il rischio che concetti come biodiversità, grani evolutivi, filiera o sostenibilità vengano trasformati in etichette comunicative è concreto e attraversa ormai tutto il mondo alimentare. Ciò che emerge dal lavoro di Petra è il tentativo, ancora raro nel mondo molitorio italiano, di rimettere il grano al centro del discorso gastronomico. Dopo anni in cui il racconto del pane e della pizza si è concentrato quasi esclusivamente sull’estetica degli impasti, sulle fermentazioni estreme e sulla spettacolarizzazione dell’alveolo, il ritorno al tema agricolo segna un cambio di paradigma importante. La vera questione non è soltanto quale farina utilizzare, ma quale idea di agricoltura, artigianato e alimentazione quella farina porta con sé. Ed è probabilmente questo il messaggio più interessante: il pane contemporaneo non si gioca più soltanto nel laboratorio ma comincia molto prima, nel campo, nella selezione genetica dei cereali, nelle condizioni di lavoro, nei modelli logistici e persino nei sistemi di comunicazione che accompagnano un sacco di farina.

Ph. Thorsten Stobbe per Petra Evolutiva in Sicilia


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