la rincorsa del Pil pro-capite



Nell’inchiesta sui punti di forza e di debolezza dell’economia italiana abbiamo già pubblicato due dei quattro temi promessi: l’occupazione (vedi «Il Messaggero» del 12 aprile) e la finanza pubblica («Il Messaggero» del 25 aprile). Nelle prime due fattezze, le luci sopravanzano le ombre. Gli altri due temi annunciati sono: la crescita e la demografia. Guardiamo oggi alla crescita.

Sembra facile ma non lo è. Parliamo del valutare la performance dell’economia italiana, in sé e in confronto con gli altri Paesi a noi vicini. Il confronto è importante, perché bisogna vedere se la migliore o peggiore performance è merito o demerito nostro: dato che siamo tutto esposti agli stessi urti – «dardi e strali della sorte avversa», «inquiete tenebre e lunghe» o «zeffiri sereni» – se noi andiamo male, ma anche gli altri vanno male, non dobbiamo flagellarci più di tanto. E poi, che cosa confrontare? Il Pil nominale, il Pil reale, il Pil pro-capite, l’occupazione, la produttività, l’inflazione? E una volta stabilito che cosa confrontare, quale orizzonte scegliere? Gli ultimi 10, 20, 40, 100 anni? Le combinazioni di dati e periodi sono tante da giustificare l’amara battuta degli economisti econometrici; ‘a torturare i dati abbastanza a lungo, gli si può far confessare qualsiasi cosa…’ .

Cominciamo da una carrellata di lungo periodo. Il grafico, tratto dai dati e dalle stime del Fondo Monetario (che arrivano al 2029 e coprono quindi due terzi di secolo) confronta i Pil ppa – cioè, a parità di potere d’acquisto, un dato che corregge il Pil nominale tenendo conto del diverso livello dei prezzi in ogni Paese. Il risultato non è certo lusinghiero per l’Italia: guardando ai quattro maggiori Paesi dell’Eurozona – Germania, Francia, Italia, Spagna – l’Italia è ultima per crescita, e il divario si è andato allargando a partire dalla fine degli anni Novanta.

Ma è necessario scavare più a fondo (senza torturare i dati!). Il periodo su cui ci concentriamo nella tabella di cui sotto – l’ultimo terzo di secolo – è dettato dalla disponibilità di dati. La contabilità nazionale italiana parte dal 1995, e lo stesso anno iniziale è adottato dall’Eurostat per i dati confrontabili nei Paesi dell’Eurozona.

Abbiamo scelto di dividere il trentennio in partes tres (come la Gallia). Il primo e più lungo periodo va dal 1995 al 2019. Perché il 2019? Perché è l’anno che precedette la più grave crisi dell’economia mondiale nel dopoguerra, la pandemia da Covid. Una crisi che veniva dopo la seconda più grave crisi, quella della Grande recessione del 2008-2009. È legittimo pensare che quelle crisi abbiano dato una scossa forte, nel bene e nel male, al tessuto produttivo, ed è quindi interessante vedere cosa è successo nel periodo successivo alle scosse. Questo ‘periodo successivo’ va dal 2019 al 2024 e copre l’arco della ripresa. Perché il 2024? La ragione – così come la ragione del terzo periodo – dal 2024 al 2027 – è specifica all’Italia ed è spiegata più sotto.

La tabella guarda a cinque profili – Pil reale, Popolazione, Pil reale pro-capite, Occupati, Produttività – e a cinque aree – i quattro maggiori Paesi dell’Eurozona e l’Eurozona intera. Per ognuno dei cinque profili vengono esaminati gli andamenti in ognuno dei tre periodi di cui sopra.

Partiamo dal Pil reale e dal primo periodo. Come si vede, l’economia italiana è quella che è cresciuta di meno dal 1995 al 2019, per le note magagne: in quel quarto di secolo è andata strisciando a un tasso medio di meno dello 0,1% all’anno, cumulando alfine un +15%, contro un più del 40% per l’Eurozona (e la Spagna ha fatto +66%).

Tuttavia, dato che il fine dell’economia è il benessere individuale, una misura più accurata è il Pil pro-capite, che dipende dall’andamento della popolazione. E qui le cose vanno meglio (cioè a dire meno peggio) dato che il numero di abitanti nella Penisola è cresciuto meno rispetto all’Eurozona. L’Italia rimane il fanalino di coda, anche se il divario si riduce.

Rimanendo nel primo periodo, cosa è successo all’occupazione? Come abbiamo osservato nella seconda puntata di questa inchiesta («Il Messaggero» del 12 aprile) non ci possiamo lamentare. Siamo all’incirca in linea con quello che è successo negli altri Paesi (a parte la ‘lepre’ spagnola). Naturalmente, con un Pil che ristagna e un’occupazione in crescita, ne consegue, se l’aritmetica non è un’opinione, che la produttività (Pil per occupato) diminuisce. E la tabella mostra che in quel trentennio la nostra produttività è in effetti calata, contro un aumento di circa il 20% nella media Eurozona.

Veniamo al secondo periodo. Per il Pil e il Pil pro-capite, questi anni dal 2019 al 2024 descrivono il ‘giorno della vendetta’: l’economia italiana è cresciuta più degli altri, e, per quanto riguarda il Pil pro-capite, perfino più della Spagna. Questa crescita si è tirata dietro anche un aumento delle produttività maggiore rispetto a Francia, Germania, Spagna ed Eurozona. «Fu vera gloria?», si chiedeva il Manzoni a proposito delle prodezze belliche di Napoleone Bonaparte. E il Nostro non si pronunciava («ai posteri l’ardua sentenza»). Noi, invece, ci pronunciamo, dato che la sentenza non è ardua: no, non fu vera gloria. La performance dell’economia fu falsata da due possenti una tantum: i bonus edilizi e gli investimenti del Pnrr. Se guardiamo al Pil esclusi gli investimenti in costruzioni (bonus e Pnrr riguardano principalmente, anche se non esclusivamente, le costruzioni), vediamo che l’Italia, anche in quel secondo periodo, è cresciuta nettamente meno che nel resto dell’Eurozona (pur se questa ‘underperformance’ è meno desolante rispetto a quella del primo periodo).   L’influenza di quelle due una tantum è stata grossa. Snoccioliamo alcune cifre, in variazioni percentuali: la prima si riferisce all’Italia, la seconda al resto dell’Eurozona, e il periodo copre i dati trimestrali in volume dal IV° trimestre 2019 al IV° 2025. Investimenti fissi lordi: +37, 4 -2,3. Investimenti in costruzioni: +60,6 -2,7. Investimenti in abitazioni: +36,9 -5,6. Investimenti in edilizia non residenziale e Opere pubbliche: +82,4 +0,7. Investimenti in Impianti, attrezzature, mezzi di trasporto e software: +20.8 -10,2. Queste cifre dicono, con buona pace di quanti pontificano che il Pnrr ha fallito, che la spinta c’è stata, ed è stata notevole.

Abbiamo detto: ‘Non fu vera gloria’. Ma un po’ di gloria, in verità, c’è stata. Primo: l’economia italiana, in quel secondo periodo, ha dovuto avanzare controvento, dato che sia i tassi d’interesse reali (più alti che nel resto dell’Eurozona) che la finanza pubblica giustamente restrittiva (più che nel resto dell’Eurozona) giocavano contro (vedi «Il Messaggero» del 7 maggio). Secondo, lo sforzo che l’Italia ha dovuto fare per far funzionare il Pnrr, iniziando a sciogliere lacci e lacciuoli e avviando il disboscamento di adempimenti e regolamenti, le ha ottenuto riconoscimenti internazionali (vedi «Il Messaggero» dell’11 aprile), ed è di buon augurio per il futuro.

Un futuro di cui si occupa il terzo periodo, che copre la crescita del 2025, e quella del 2026 e del 2027 (prendendo per oro colato le stime del Fondo monetario). Abbiamo scelto questo lasso di tempo perché è ormai influenzato solo marginalmente dalle spese per i bonus edilizi. Ci sono ancora, naturalmente, le code delle spese per il Pnrr, che comunque ci sono anche per gli altri Paesi.

Come si vede, guardando alla variabile più significativa (il Pil pro-capite), l’Italia è senza infamia e senza lode – il che rappresenta un progresso rispetto al passato. Ci sarebbe bisogno di un’altra una tantum. Ma non è giusto affidarsi alle una tantum. Ci sono, a parte le sempiterne ‘riforme’, due giacimenti di crescita potenziale da dove si può estrarre qualche scampolo di crescita: il lavoro femminile e il Mezzogiorno. Mano alle vanghe…


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