Tra il 1909 e il 1920, Franz Kafka visita l’Italia quattro volte. Di questi viaggi ci restano: gli aeroplani a Brescia; una fotografia in cui K, seminudo, al Lido di Venezia, ride; una misteriosa diciottenne svizzera, G. W., di esangue bellezza, con cui K flirta nel sanatorio di Riva; una manciata di lettere incendiarie scritte a Milena da Merano (“Le tue lettere sono un fuoco”, scriveva, consegnando alla parola fuoco un nitore asciutto, ascetico). Combinati assieme, questi elementi compongono uno spiazzante Romanzo Kafka. Secondo Benjamin Balint, kafkologo di genio autore, tra l’altro, nel 2018, di Kafka’s Last Trial, studio sul destino romanzesco dei manoscritti kafkiani , l’Italia perfeziona la vocazione di K. “I viaggi italiani di Kafka non sono interruzioni nella sua opera, ma prolungamenti di quella stessa opera all’interno di un altro mezzo espressivo”, scrive in Kafka in Italia, studio delizioso edito da Wetlands (pagg. 120, euro 16,00). Die Aeroplane in Brescia, edito il 29 settembre del 1909 sulla rivista praghese di lingua tedesca Bohemia, è tra i primi scritti pubblici di K in assoluto. Presso il campo di aviazione di Montichiari, poco lontano da K, spiccava, per sempre dionisiaco, Gabriele d’Annunzio.
I viaggi italiani riassumono e ricompongono tutti i temi di K: la malattia e l’ossessione verbale, l’amore enigmatico e quello passionale, la quiete e la mania. La fuga. Il ritorno. L’attesa. Tornato a Praga dall’Italia, nel 1913, K scrive a Felice una lettera feroce, “Una convivenza durevole non è possibile per me senza menzogna come non lo è senza verità”. Rispetto all’Italia ritratta da troppi scrittori Thomas Mann e Rainer Maria Rilke, ad esempio quella di Kafka è un chiodo di luce, è un guerriero luminoso che ti fa lo scalpo. Immaginare K a Stresa, nel 1911, sulla riva del Lago Maggiore è come leggere Un messaggio dell’imperatore. Chiunque sia stato su quel lago sa l’innocenza che diventa ostile, sa che il solo modo di proteggere, a volte, è inghiottire. Quel lago non rispecchia, infrange, rompe lo specchio.
In qualche modo, il vagabondaggio italiano di K sovverte l’incancrenita idea che ci siamo fatti dell’aggettivo “kafkiano”. Dunque, abbiamo contattato Balint.
Acqua (Venezia; Riva; Stresa), vento (Brescia), aria (Merano), fuoco (l’amore). Qual è l’elemento più prossimo a Kafka?
“La risposta più allettante sarebbe: fuoco. L’amore, per Kafka, brucia davvero. Basti pensare alle parole con cui descrive Milena Jesenská: fuoco vivo, mai visto prima. Radiosità troppo intensa per abitarvi. Il fuoco si presenta a Kafka nelle temperature più elevate: impossibile viverci. Può solo scrivere dai margini inceneriti. L’acqua esercita un forte richiamo in Kafka. È lì, a Stresa e a Riva, che il cielo si abbandona alla superficie senza esitazioni, mentre Kafka è interiormente spezzato. A Venezia l’acqua si sdoppia, si frantuma in fraintesi, confonde. Venezia, con i suoi canali e i riflessi, mostra a Kafka un mondo in cui nulla è soltanto se stesso. L’acqua è prossima a Kafka. Ma per lui resta l’elemento percepito dalla banchina. Quindi, direi: aria. Possiamo rifiutare l’acqua restando a riva, evitare il fuoco indietreggiando e ripararci dal vento grazie a un muro. L’aria penetra senza permesso. È il più intimo degli elementi, quello che non possiamo possedere. Viviamo dentro l’aria e l’aria vive dentro di noi. Allo stesso modo, la scrittura di Kafka ci pare eterea nel senso più inquietante del termine. La sua legge non è su tavole di pietra, non brandisce spade fiammeggianti; è ovunque. La sua autorità è dappertutto e da nessuna parte. Come l’aria, è invisibile e necessaria.
Lei dedica un capitolo alla funzione Kafka nella letteratura italiana. Bobi Bazlen, Italo Svevo, Moravia, Montale, Primo Levi: Kafka pervade gli scrittori del nostro canone. Sono curioso, tuttavia, di capire meglio i legami tra Gabriele d’Annunzio e Kafka, a cui accenna nelle prime pagine del libro.
“Per quel che ne so, non esiste una relazione, nel senso comune del termine, tra Kafka e d’Annunzio. Nessuna corrispondenza, nessuna segreta affinità elettiva. Si trovavano per caso sullo stesso spiazzo lombardo, nel settembre del 1909, entrambi con lo sguardo rivolto verso le stesse macchine. Se l’aeroplano è il segno del futuro, d’Annunzio desidera guidarlo. Kafka, nel frattempo, prende appunti per quello che sarà uno dei suoi primi scritti pubblicati: Die Aeroplane in Brescia. Non certo un inno futurista, ma una prosa che narra la facilità con cui la figura umana può diventare un punto e meno ancora di un punto. Ecco perché mi è parso significativo accennare a quell’episodio. D’Annunzio non subisce la funzione Kafka. È una contro-immagine di Kafka. Ci aiuta a vedere ciò che Kafka non era. Kafka non era inebriato dal potere, non era sedotto dall’estasi pubblica. Diffidava dei luoghi in cui la folla e la macchina cospirano per rendere la trascendenza una cosa a portata di mano.
Gioco con le coincidenze. Ezra Pound è a Venezia quattro anni prima di Kafka; si stabilisce a Merano più di trent’anni dopo la morte di Kafka. Esistono a suo parere connessioni, sovrapposizioni, incroci tra questi scrittori agli antipodi?
“Entrambi appartengono agli estremi opposti del secolo modernista, eppure, il campo delle analogie li avvicina. Pound è a Venezia nel 1908. La Venezia di Pound ci dice: la civiltà ha lasciato dei segni, al poeta il compito di ricomporli. La Venezia di Kafka dice: anche i segni hanno le vertigini. Merano esalta i contrasti. Kafka vi arriva nel 1920, malato di tubercolosi. Eppure, è in quella città termale che si appicca l’incendio delle lettere a Milena. Kafka va a Merano presagendo la catastrofe delle strutture della vita ordinaria. Pound approda a Merano dopo aver varcato disastrosamente la catastrofe. Si tratta, infine, di due tipi di esilio. Pound è l’espatriato per vocazione: un inventore di se stesso, avido dell’Europa e delle sue eredità pronte all’uso. Kafka è l’errante interiore: tedesco tra cechi, ebreo tra tedeschi, figlio nella casa del padre, scrittore in una lingua che al tempo stesso gli appartiene e gli è estranea.
Dall’Italia, Kafka scrive alle sue due grandi donne epistolari: Felice e Milena. Mi affascina, tuttavia, l’evanescente G. W.: cosa sappiamo di lei?
“Kafka fu a Riva due volte: con Max Brod nell’estate del 1909 e da solo, nell’autunno del 1913. Nell’ottobre di quell’anno, durante un soggiorno al sanatorio di Hartungen, sulla sponda settentrionale del Lago di Garda, Kafka incontrò una ragazza svizzera dall’aspetto italiano con la voce dolce, come scrisse a Brod. Nel diario si riferisce a lei come G. W.. Alloggiava nella stanza sotto la sua: a volte, la ragazza si sporgeva dalla ringhiera per salutarlo. Amava le fiabe e i bei vestiti, cantava una canzone ogni sera prima di andare a letto. La dolcezza del dolore e dell’amore Radunare il suo sorriso in barca. Questa era la cosa più bella di tutte, scrive Kafka nel suo diario, il 22 ottobre del 1913. Alcuni mesi dopo confesserà a Felice Bauer: Al sanatorio, mi innamorai di una ragazza, una ragazzina di circa diciotto anni, una svizzera che vive in Italia, vicino a Genova, piuttosto immatura, ma affascinante, e nonostante la fragile salute, davvero preziosa, profondamente significativa Era chiaro a me come a lei che non eravamo fatti per stare insieme, che, trascorsi i dieci giorni che avevano a disposizione, tutto sarebbe finito, che non ci saremmo mai scritti. Eppure, significavamo molto l’uno per l’altra; ho dovuto fare di tutto per assicurarmi che non scoppiasse a piangere davanti a tutti quando ci siamo salutati non stavo bene”. Quanto al vero nome della ragazza, occorre procedere con discrezione. Gerti Wasner è il nome che viene proposto più spesso una identificazione assai discussa. Cosa sappiamo allora di G. W.? Che era una persona reale; che non faceva parte degli amici di Kafka, appartenenti alla Praga ebraica; che anni dopo Kafka catalogò Riva tra i rari luoghi in cui visse un’autentica intimità con una donna. Il resto resta nel mistero ed è bene che resti tale.
Che valore ha il concetto di ritorno per Kafka?
“Kafka non è Ulisse che ritorna a Itaca ritrovando moglie e regno. Kafka è il grande anti-Odisseo. Nel suo mondo, tornare non significa ritrovare la propria casa ma scoprire che la casa è estranea, che la porta di casa è al contempo familiare e inaccessibile.
Per Kafka ritorno è il nome di un movimento impossibile, ma inevitabile, verso ciò che ci reclama senza accoglierci. La famiglia ci reclama. Il linguaggio ci reclama. L’ebraicità lo reclama. La Legge reclama Josef K. Il Castello reclama K. Ma nessuna di queste chiamate diventa rifugio. Ciascuno resta soglia”.
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redazione@ilgiornale-web.it (Davide Brullo)
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