Casa del Docente, una proposta per sostenere insegnanti fuori sede, continuità didattica ed equità nel sistema scolastico nazionale.
Il piano Casa del Docente punta a rispondere al caro vita, alla mobilità territoriale e alle difficoltà abitative dei docenti fuori sede, rafforzando equità, continuità didattica e tutela del diritto al lavoro.
Caro vita e mobilità territoriale dei docenti: proposto al Ministro Valditara l’istituzione del Piano nazionale “Casa del Docente”. Una misura di perequazione territoriale per garantire l’effettività del diritto al lavoro, la continuità didattica e l’efficienza del sistema scolastico.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il persistente incremento del costo della vita registrato nelle principali aree urbane del Centro-Nord Italia abbia ormai assunto una rilevanza sistemica tale da incidere direttamente sull’equilibrio funzionale del sistema nazionale di istruzione. L’inarrestabile crescita dei canoni locativi, delle spese energetiche, dei costi della mobilità e dei servizi essenziali determina una progressiva erosione del reddito disponibile dei docenti costretti a prestare servizio lontano dalla propria residenza, compromettendo il principio di adeguatezza della retribuzione e alterando l’equilibrio tra obbligazione lavorativa e capacità reddituale effettiva.
La questione non può più essere confinata nell’ambito delle difficoltà individuali, bensì deve essere ricondotta alla dimensione delle politiche pubbliche, poiché investe direttamente il corretto funzionamento dell’amministrazione scolastica e la capacità dello Stato di assicurare un servizio essenziale in condizioni di efficienza, continuità ed equità.
La mobilità geografica del personale docente, infatti, non costituisce nella maggior parte dei casi una scelta volontaria, ma rappresenta l’effetto di un sistema di reclutamento e di allocazione delle risorse umane che, per garantire la copertura delle cattedre sull’intero territorio nazionale, impone a migliaia di insegnanti una permanenza pluriennale o addirittura ultradecennale lontano dal proprio contesto familiare e sociale. Tale condizione, determinata da esigenze organizzative dell’Amministrazione e dalla cronica asimmetria tra disponibilità di organico e richieste di mobilità, produce un trasferimento improprio del rischio economico dall’apparato pubblico al lavoratore.
Sotto il profilo costituzionale, tale fenomeno impone una riflessione non più rinviabile. L’articolo 36 della Costituzione esige che la retribuzione sia non soltanto formalmente sufficiente, ma concretamente idonea ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa. Quando una quota crescente del trattamento economico viene inevitabilmente assorbita dai costi abitativi derivanti da una permanenza fuori sede imposta dall’organizzazione del servizio, il requisito della sufficienza retributiva viene inevitabilmente compromesso nella sua dimensione sostanziale.
Parallelamente, l’articolo 3, secondo comma, della Costituzione impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’effettiva uguaglianza dei cittadini. Non appare coerente con tale precetto costituzionale che due docenti inquadrati nella medesima fascia stipendiale siano gravati da condizioni economiche radicalmente differenti esclusivamente in ragione della diversa localizzazione territoriale della sede di servizio e della mancata possibilità di ottenere il trasferimento richiesto.
La stessa amministrazione pubblica, ai sensi dell’articolo 97 della Costituzione, è chiamata ad organizzare i propri servizi secondo criteri di buon andamento, efficienza, economicità e imparzialità. In tale prospettiva, il crescente disagio economico dei docenti fuorisede produce effetti negativi che trascendono la dimensione individuale, traducendosi in maggiore turnover, incremento delle richieste di assegnazione provvisoria, maggiore instabilità degli organici, difficoltà di copertura delle sedi scolastiche collocate nelle aree ad elevato costo abitativo e progressiva perdita di attrattività della professione docente.
L’attuale assetto normativo determina, inoltre, una evidente asimmetria distributiva: i docenti di ruolo che, pur avendo esercitato reiteratamente il diritto alla mobilità territoriale, non ottengono il trasferimento richiesto sopportano per anni un aggravio economico non riconducibile a una scelta personale, bensì a esigenze organizzative dell’Amministrazione. Si configura, pertanto, un onere che, in un sistema ispirato ai principi di ragionevolezza e proporzionalità dell’azione amministrativa, dovrebbe essere almeno in parte compensato attraverso specifici strumenti di perequazione.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani propone, pertanto, l’istituzione del Piano nazionale “Casa del Docente”, destinato ai docenti di ruolo e ai docenti con contratto a tempo determinato costretti a prestare servizio in una provincia diversa da quella di residenza.
Il Piano dovrebbe prevedere la realizzazione di un sistema nazionale di alloggi a canone calmierato, mediante la valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato e la stipula di accordi istituzionali con Regioni, Comuni, Università, Aziende territoriali per l’edilizia residenziale pubblica e operatori privati. Il canone di locazione non dovrebbe superare i 300 euro mensili; la differenza rispetto ai valori di mercato verrebbe sostenuta attraverso uno specifico fondo istituito presso il Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Sotto il profilo economico, tale intervento non rappresenterebbe una misura assistenziale, bensì un investimento ad alto rendimento sociale. L’abbattimento del costo dell’abitazione incrementerebbe il reddito disponibile dei docenti, ridurrebbe il fenomeno della mobilità annuale, favorirebbe la permanenza del personale nelle sedi di assegnazione e rafforzerebbe la continuità didattica, elemento essenziale per garantire la qualità dell’offerta formativa.
Contestualmente, il CNDDU propone l’istituzione di un assegno perequativo di permanenza fuori sede, finanziato mediante apposito stanziamento del Ministero dell’Istruzione e del Merito e destinato prioritariamente ai docenti di ruolo che, nonostante ripetute domande di mobilità territoriale, continuino a prestare servizio lontano dalla propria provincia di residenza.
L’entità del contributo dovrebbe essere determinata secondo un criterio di progressività temporale, riconoscendo un ristoro economico proporzionato agli anni di permanenza fuori sede. Si propone, in particolare, che il beneficio possa raggiungere un importo massimo di 150 euro mensili per il personale che documenti oltre dieci anni di permanenza continuativa lontano dalla propria sede familiare. Tale misura costituirebbe una forma di compensazione fondata sui principi di equità sostanziale e di perequazione, evitando che il costo dell’organizzazione territoriale del servizio scolastico venga integralmente trasferito sul lavoratore.
L’investimento richiesto risulterebbe ampiamente giustificato anche sotto il profilo della finanza pubblica. La riduzione del turnover, la maggiore stabilizzazione degli organici, la diminuzione delle richieste di mobilità annuale e il rafforzamento della continuità didattica determinerebbero effetti positivi sull’efficienza amministrativa e sull’utilizzo delle risorse pubbliche, riducendo i costi indiretti connessi alla cronica instabilità del personale.
La proposta trova altresì fondamento nel quadro sovranazionale di tutela dei diritti economici e sociali. L’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riconosce il diritto a un adeguato tenore di vita comprensivo dell’abitazione; l’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali tutela il diritto a condizioni di vita dignitose; l’articolo 31 della Carta Sociale Europea riconosce il diritto all’abitazione quale elemento imprescindibile della dignità della persona. Garantire ai docenti condizioni abitative sostenibili significa, pertanto, dare concreta attuazione agli obblighi costituzionali e internazionali assunti dalla Repubblica.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rivolge pertanto un appello al Ministro Giuseppe Valditara affinché promuova con urgenza un’iniziativa legislativa volta all’istituzione del Piano nazionale “Casa del Docente”, quale misura di riequilibrio territoriale, di razionalizzazione della spesa pubblica, di valorizzazione del capitale umano della scuola e di effettiva tutela della dignità professionale del personale docente.
Una scuola moderna e costituzionalmente orientata non può continuare a chiedere ai propri insegnanti di sostenere individualmente gli effetti delle profonde diseguaglianze territoriali del mercato immobiliare. Il diritto all’istruzione passa anche attraverso la garanzia di condizioni di lavoro economicamente sostenibili. Investire sull’abitare dei docenti significa investire sulla stabilità del sistema educativo, sulla qualità dell’insegnamento e, in ultima analisi, sulla coesione sociale e sul futuro del Paese.
Il CNDDU auspica che tale proposta possa costituire il punto di partenza per una più ampia riflessione sulle politiche di welfare professionale rivolte al personale della scuola, nella consapevolezza che la tutela della funzione docente rappresenta un interesse pubblico primario e una condizione imprescindibile per assicurare l’effettività del diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU
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