«Andavo a Cala Finanza a raccogliere gli asparagi selvatici. Mentre stavo camminando lungo la strada che porta al mare, ho trovato i ginepri secolari, specie protetta, tagliati e un reticolo di linee di circa cinque metri di larghezza interamente disboscate». Quando Durdica Bacciu, archeologa e guida turistica, racconta quello che ha visto, il luogo esatto a cui si riferisce è già al centro di segnalazioni, sopralluoghi, fotografie e documentazioni.
Siamo tra Tavolara e Punta La Greca, nel comune di Loiri Porto San Paolo, nel nord-est della Sardegna, dove la macchia mediterranea scende verso la costa rocciosa dell’Area Marina Protetta Tavolara–Punta Coda Cavallo, istituita nel 1997.
È su questo tratto di costa, tra i pochi rimasto ai margini delle grandi trasformazioni turistiche, che vedrà luce il progetto “Tavolara Bay”, una struttura ricettiva di lusso che dovrebbe articolarsi in hotel a cinque stelle, ville, ristoranti, beach club, porto turistico, eliporto e campo da golf. Tutto questo in un’area sottoposta a stringenti vincoli paesaggistici e ambientali, dove la fascia dei 300 metri dalla battigia è soggetta a un vincolo di inedificabilità, previsto dalla normativa nazionale sul paesaggio e consolidato dal Piano Paesaggistico Regionale.
Il progetto
A promuoverlo è la Tavolara Bay s.r.l., costituita dal gruppo brasiliano JHSF Participações – proprietario della catena di lusso Fasano – insieme ad altri soci. Una trasformazione territoriale di ampia scala in uno dei tratti più delicati della costa sarda, che si muove dentro la sequenza dei documenti necessari per la procedura della ZES Unica per il Mezzogiorno.
Le ZES, Zone Economiche Speciali, nascono come strumento per attrarre investimenti nelle aree svantaggiate del Sud Italia. Procedure più rapide, un unico titolo autorizzativo, meno burocrazia, per favorire sviluppo economico e occupazione. Ma nella pratica, nel caso di Cala Finanza, questo meccanismo diventa il punto più controverso dell’intera vicenda, perché la semplificazione amministrativa si innesta su un territorio già pienamente regolato da vincoli paesaggistici e ambientali.
I pareri contrari, poi l’autorizzazione
Nel corso della conferenza di servizi gli enti tecnici si schierano compatti: Regione Sardegna, Corpo Forestale, Soprintendenza e Provincia formulano pareri contrari, richiamando i vincoli paesaggistici e la disciplina della tutela costiera. Nonostante questo, il 9 febbraio 2026 la Struttura di missione ZES rilascia comunque l’autorizzazione unica. Regione, Corpo Forestale e Ministero della Cultura chiedono l’annullamento in autotutela e ottengono la sospensione dell’atto.
La partita si chiude allora dove la legge prevede che si chiuda quando le amministrazioni di tutela dissentono: al tavolo del Consiglio dei Ministri. Ed è lì che arriva la svolta, il 4 giugno 2026 il governo rigetta l’opposizione, respingendo le ragioni della Regione Sardegna e del Ministero della Cultura.
Il progetto riprende il proprio percorso amministrativo e le associazioni ambientaliste, i comitati e i semplici cittadini iniziano a opporsi. Stefano Deliperi, del Gruppo d’Intervento Giuridico, parla di una «vera e propria eversione della normativa di tutela costiera» e sostiene che «tutti i pareri tecnici sono negativi e insuperabili, eppure l’autorizzazione unica è stata comunque concessa».
Il dibattito in Parlamento
La vicenda approda anche in Parlamento. La deputata Francesca Ghirra di Avs presenta un’interrogazione ai ministeri competenti chiedendo chiarimenti sul superamento dei pareri contrari espressi dagli enti tecnici. A suo giudizio, «le procedure speciali previste per gli investimenti strategici non possono tradursi in un indebolimento delle garanzie paesaggistiche».
Mentre il confronto prosegue tra istituzioni, amministrazioni e ricorsi annunciati, dal 1° luglio viene annunciato un presidio permanente. “Stiamo organizzando un presidio alla spiaggia di Cala Finanza con arrivi previsti non solo dalla Sardegna, ma anche dalla penisola e dall’estero. Si tratta di un’iniziativa apolitica di tutti i cittadini sardi”, racconta il portavoce del comitato Surra.
Il conflitto, a questo punto, non riguarda più soltanto questioni ambientali o di mancato rispetto delle regole urbanistiche. Tocca questioni più ampie, comuni a molte coste del Mediterraneo: il rapporto tra sviluppo turistico e tutela del paesaggio, il confine tra interesse economico e interesse collettivo.
Il caso albanese
Non è un caso che, a distanza di pochi giorni, un caso simile si affacci su un’altra sponda del Mediterraneo, con la “rivoluzione dei fenicotteri”. In Albania, tra l’isola disabitata di Sazan e la zona umida di Vjosë-Nartë, le ruspe hanno aperto cantieri per un progetto immobiliare riconducibile all’imprenditore statunitense Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump, e alla moglie Ivanka Trump. Il disegno complessivo, articolato sui due siti, prevede alberghi di lusso, ville e fino a diecimila unità abitative. La laguna di Vjosë-Nartë, riserva naturale dal 2014, ospita foche monache, tartarughe marine e oltre 200 specie di uccelli migratori, tra cui i fenicotteri che hanno dato il nome al movimento. Le proteste si sono estese fino a Tirana e le immagini dei recinti abbattuti e dei cortei hanno attraversato il Paese.
Il movimento, nato per difendere una zona umida abitata da specie migratorie, si è trasformato rapidamente in una protesta più ampia contro la privatizzazione delle coste e il potere delle élite economiche. La filosofa albanese Lea Ypi ha descritto questa enorme mobilitazione come un tentativo di “collegare la tutela dell’ambiente alla legittimità democratica” , sottolineando la necessità di rifiutare “l’appropriazione oligarchica dello Stato” .
Tra Sardegna e Albania, tra Tavolara e Vjosë-Nartë, si delinea una geografia comune di coste contese e mobilitazioni civiche. Più che una disputa sul destino di singoli tratti di costa, questi conflitti mettono in discussione chi abbia il potere di decidere l’uso di beni comuni e attraverso quali procedure. Ed è forse proprio in questo punto di incontro che la tutela dell’ambiente diventa, anche qui da noi, una questione democratica.
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Francesca Santolini
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