La premier ora ferma il botta e risposta: “Salviamo le relazioni transatlantiche”


Lui l’attacca su Truth, lei gli risponde su Instagram. La crisi più grave nei rapporti tra Italia e Stati Uniti si consuma sul palcoscenico dei social. Ma bisogna leggere al di fuori del messaggio di risposta inviato in inglese a Donald Trump, e guardare cosa Giorgia Meloni scrive nel commento sotto il post per capire dove la premier, da questo momento in poi, orienterà le proprie decisioni. «Non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito».

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La premier non si è trattenuta. Le diplomazie al lavoro per ricucire le avevano suggerito di riflettere se fosse il caso di replicare nuovamente a Trump, ma quel passaggio sulla popolarità in calo l’ha di nuovo mandata su tutte le furie. Leggere il presidente americano, l’ormai ex sodale sovranista, mettere in discussione il suo consenso, a un anno o meno dalle elezioni, lo ha trovato «falso e grave».

Il perché sia grave è intuitivo. E nel messaggio a Trump è lei stessa a spiegare perché è anche falso, rivelando qualcosa che è stato ampiamente scritto in innumerevoli analisi politiche dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, ma che lei non avrebbe mai ammesso apertamente. Lo fa ora, dopo la rottura con il tycoon: «Essere tua amica non ha aiutato la mia popolarità».

Ora però ha deciso che è tempo di raffreddare il carattere, di placare l’istinto di rispondere sempre e comunque, come ha fatto per una vita, ma con meno implicazioni, nel più contenuto spazio politico italiano. Per quanto potrà, eviterà il botta e risposta per lasciare il campo alla diplomazia. Anche il Quirinale suggerisce di pensare al bene superiore delle relazioni transatlantiche. E non è un caso che nella ricostruzione della telefonata dell’altro ieri di Sergio Mattarella a Meloni, sia stata fatta filtrare la doverosa solidarietà senza nessun riferimento personale diretto agli attacchi scomposti di Trump. Preservare il rapporto con gli Stati Uniti è cruciale per il presidente della Repubblica. E, sbollita la rabbia, lo crede ovviamente anche Meloni. Gli interessi in gioco sono troppo importanti: un interscambio commerciale di oltre cento miliardi di euro annui, le basi militari americane in Italia, i rapporti all’interno della Nato. Nessuno è in grado di prevedere se Trump, in uno dei suoi sbadigli capricciosi, potrà davvero imporre dazi sulle merci italiane e restringere la fornitura di gas liquido, ma è un’eventualità che si sta tenendo in considerazione.

Per questo motivo va ristabilita un po’ di serenità, almeno a livello istituzionale. L’ambasciatore Usa Tilman Fertitta è in grande imbarazzo, ma molto probabilmente dovrà essere lui a caricarsi il compito di sanare la frattura. E Palazzo Chigi ha già dato l’ordine di evitare ulteriori strappi diplomatici e imposto la retromarcia sulla plateale assenza del governo immaginata per l’annuale party del 4 luglio all’ambasciata Usa (festa che si terrà il 2). I ministri ci saranno, tranne chi per scelta individuale diserterà l’invito. I falchi di Fratelli d’Italia pretendono le scuse, ma chiunque sia avvezzo a Trump sa che è uno scenario irrealistico. Si continuerà a lavorare di fino, attraverso i principali canali diplomatici e facendo leva sui buoni rapporti tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il segretario di Stato Marco Rubio. La rissa a distanza con Trump piomba anche in un momento delicato dal punto di vista delle decisioni da prendere sul piano militare. E potrebbe avere un impatto – anche solo sui tempi – sull’autorizzazione della missione internazionale a protezione dello Stretto di Hormuz alla quale l’Italia intende partecipare con due navi per lo sminamento.

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Nel frattempo, a Palazzo Chigi Meloni e i suoi più stretti collaboratori riannodano i nastri dell’ultima settimana per capire cosa è successo. Sospettano, ad esempio, che Trump non abbia nemmeno guardato il video di risposta della premier italiana, in cui di fatto lo accusa di preferire gli autocrati alle democrazie. Accuse identiche a quelle che da sempre rivolgono a Trump gli avversari di Meloni, anche quando lei partecipava ai congressi conservatori di Viktor Orban e sfilava tra i leader del sovranismo internazionale sulla passerella Maga delle convention Usa. Per un impensabile cortocircuito a destra, Meloni si ritrova ad essere osannata da chi – a differenza sua – Trump lo ha sempre osteggiato. Quasi un milione di follower in più sui social, lei descritta come ultima martire del trumpismo che fino all’altro ieri aveva elevato a modello, il plauso di intellettuali impegnati da anni a combattere le autocrazie, come la giornalista e scrittrice Anne Applebaum, autrice di un libro contro gli ultraconservatori polacchi del PiS, che con Meloni hanno stretto un patto d’acciaio. Sarebbe ipocrita non vedere che la leader può approfittare di un effetto popolarità inatteso. I vertici di Fratelli d’Italia lo ammettono, e implicitamente lo fa anche la premier nella sua risposta al tycoon: l’opinione pubblica italiana detesta Trump, e se vale la regola del nemico del mio nemico che diventa mio amico, qualcosa di buono – spera Meloni – nei sondaggi verrà.


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 Ilario Lombardo

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