Ecco come il numero uno di RedBird ha ridisegnato il club dopo il fallimento stagionale. Un all-in definitivo pieno di rischi per cercare di importare in Italia il modello Liverpool.
Venti giorni dopo quanto promesso nelle ore dell’ira funesta e dell’azzeramento di chi aveva fallito l’obiettivo stagionale, Gerry Cardinale ha finalmente restituito al Milan una struttura organizzativa operativa. Venti giorni trascorsi tra rumors, indiscrezioni senza fondamento, ma anche un giro del mondo di incontri e call per provare a dare forma a quella che il proprietario di RedBird ha da subito definito la sua, vera, prima volta da capo assoluto del Milan. La forma che ne è uscita rispecchia solo in parte l’idea iniziale; il tempo dirà se si tratti di un problema o se dalle criticità sia uscita una soluzione funzionale.
Nel pieno del mercato, che si è avviato a inizio giugno e che entra nel vivo con tutte le sue liturgie, e con un avvio di stagione incombente, ecco che infine il Milan inizia a lavorare sul futuro non più in regime di transitoria precarietà. Dell’idea originale rimane la centralità di Cardinale, uomo al comando non solo perché è il padrone del club ma soprattutto perché ha deciso di accentrare su di sé tutte le scelte. Non è un caso che l’assunzione del tecnico portoghese Ruben Amorim sia stata accompagnata dalla rivendicazione pubblica da parte della proprietà della chiamata a Milanello di un allenatore che in carriera ha fatto benissimo allo Sporting Lisbona e molto male al Manchester United: profilo interessante e rischioso al tempo stesso.
Milan, come funziona la nuova struttura
Lui e Cardinale rappresentano due pilastri della struttura che RedBird ha scelto di dare al Milan. Il terzo, invece, è quello su cui per quasi un mese la macchina del manager americano ha viaggiato a vuoto. Doveva essere un responsabile della parte sportiva (Head of football) ma non si è trovata la figura adatta o perché portatrice di un modello che non piace, quello dell’accentramento totale dei poteri richiesto dal ct austriaco Ralf Rangnick (il Milan ha smesso di cercarlo dopo il primo contatto), oppure per l’impossibilità di arrivarci fuori tempo massimo come nel caso di Markus Krosche e Timmo Hardung per strappare i quali si sarebbe dovuto versare indennizzo all’Eintracht Francoforte. Cardinale ha detto no, anche se non deve sorprendere che i tedeschi non abbiano voluto azzerare i propri quadri a metà giugno.
Altri nomi sono entrati nel circolo a vario titolo, nemmeno tutti veramente sondati dal Milan. Alla fine, non c’era più tempo da consumare, Cardinale ha dovuto cambiare schema ed è arrivato a quello con cui si getta sull’impresa non agevole di far ripartire il Milan tramortito da un finale di stagione allucinante. Niente Head of football, la nuova linea di comando intorno e sotto il ticket Cardinale-Amorim sarà snella e pescherà dalle risorse già presenti in società. Hendrick Almstadt, eminenza grigia del mercato nelle ultime estati trascorse a lavorare nel backstage dei ds che si sono alternati, sarà portato in prima linea come Direttore del player trading. Compiti? Tradurre in trattative e firme le indicazioni di Amorim il cui ruolo sarà quello dell’allenatore manager in stile inglese (il modello cui Cardinale fa riferimento è il Liverpool).
Donato Lomonte, fin qui capo scout, avrà la mansione di Direttore sportivo essendo anche l’unico in possesso del patentino federale che è obbligatorio per ricoprire il ruolo nell’organigramma ufficiale. Bobby Gardiner, analista di dati e algoritmi, sarà Direttore della Football Intelligence che affiancherà gli uomini mercato nel processo di selezione dei calciatori che servono. Sopra a tutti, ma non nel senso di operatività nelle scelte sportive, Massimo Calvelli nuovo amministratore delegato per aver ereditato le deleghe dell’ex Giorgio Furlani.
Il progetto di Cardinale e tutti i rischi che corre
Quello di Cardinale è un all’in affascinante, perché porta in Italia una visione nuova, ma estremamente rischioso. Intanto parte dal credito ormai totalmente consumato che il numero uno di RedBird gode nel popolo rossonero che ne contesta scelte e risultati di quattro stagioni iniziate con il Milan campione d’Italia e finite con la seconda mancata qualificazione alla Champions League. Nessuno farà sconti a questa società, non ci sono margini di errore o di comprensione da parte dei tifosi. Se vorrà risalire la china, Cardinale dovrà farlo con le sue forze. Consiglio non richiesto: sarebbe già utile non spiegarlo e spiegarsi nei prossimi mesi come la via innovativa e vincente per migliorare un calcio italiano che ha mille problemi, ma che in questi anni ha funzionato meglio del suo Milan. Low profile is better.
Seconda criticità: nessuno va a occupare una posizione per la quale ha un’esperienza pregressa a livello di un club globale come il Milan. Non Almstadt, il cui unico precedente da direttore sportivo è all’Aston Villa dieci anni fa con fine anticipata del rapporto, non Lomonte e Gardiner. E i tre dovranno costruire in fretta una chimica di gruppo che rappresenta un’incognita. Lo stesso Cardinale non ha alcun background calcistico ma non ha più tempo per imparare. Amorim sarà l’uomo più esposto: protetto da un contratto molto lungo, ma anche il primo che sarà messo sotto il fuoco della critica se le cose non dovessero andare bene in campo dove – va anche ricordato – il Milan deve ricostruire un progetto tenendo insieme necessità economiche di copertura dei mancati ricavi della Champions League (vendere bene e prendere a prezzi ridotti senza sbagliare), esigenze del tecnico-manager e sensibilità dei giocatori top che hanno seguito non senza perplessità le traiettorie di queste settimane.
Conclusione: ridisegnando così il Milan e mettendosi in cima a tutto, Cardinale ha scelto di presentare tutte insieme sul tavolo le carte per l’ultima mano della partita di poker. Dovesse fallire, il conto sarà presentato a lui e in gioco ora non c’è solo il risultato sportivo di un club lontano da quello che è stato nel corso della sua storia, ma la stessa credibilità di Cardinale come manager. Nell’operazione Milan ha coinvolto decine di investitori. Anche a loro, non solo al popolo rossonero, deve rendere conto.
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Giovanni Capuano
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