Alla fine anche Keir Starmer è caduto. Il premier britannico, arrivato a Downing Street meno di due anni fa con una maggioranza schiacciante e la promessa di riportare serietà dopo il caos conservatore, ha annunciato le dimissioni da leader del Labour e si prepara a lasciare il governo non appena il partito avrà scelto il successore.
La scena, davanti al numero 10 di Downing Street, ha avuto il sapore dei finali inevitabili: Starmer visibilmente provato, accanto alla moglie Victoria, costretto a prendere atto di ciò che nel Labour era ormai diventato evidente. Non era più l’uomo giusto per portare il partito alle prossime elezioni. O, più brutalmente, non era più l’uomo in grado di tenere insieme una maggioranza che sulla carta sembrava granitica e che invece si è sgretolata in meno di ventiquattro mesi.
Il favorito per raccogliere il testimone è Andy Burnham, ex sindaco di Greater Manchester, figura popolare nel Nord dell’Inghilterra e volto di un laburismo più territoriale, più diretto, meno ministeriale. Se arriverà davvero a Downing Street, Burnham diventerà il settimo primo ministro britannico dal referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016. Un decennio esatto di instabilità politica, leadership logorate e governi consumati a velocità impressionante.
La caduta di Starmer
Starmer era arrivato al potere nel luglio 2024 con una vittoria storica. Dopo gli anni di Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak, il Regno Unito sembrava chiedere una sola cosa: normalità. L’ex avvocato, ex procuratore generale, uomo di apparato e di disciplina, sembrava il profilo perfetto per chiudere la stagione degli eccessi conservatori.
Il problema è che la normalità, da sola, non governa. Soprattutto quando diventa grigiore. Starmer aveva promesso competenza, ma non è riuscito a trasformarla in visione. Aveva promesso serietà, ma non è bastata a costruire un racconto politico. Aveva promesso di rimettere ordine, ma il Paese chiedeva anche direzione, energia, un’idea riconoscibile di futuro.
La sua leadership si è consumata proprio lì: nell’assenza di un’identità forte. Lo “Starmerismo”, ammesso che sia mai esistito, non è riuscito a diventare una dottrina politica, né una piattaforma emotiva. È rimasto un metodo. E un metodo, in politica, può portare al governo. Più difficilmente può tenerci qualcuno quando arrivano crisi, scandali, arretramenti e malcontento.
Il premier della serietà che non ha capito la politica
Starmer ha sempre avuto un rapporto complicato con la politica intesa come battaglia di idee, istinto, connessione popolare. La sua formazione giuridica lo ha reso un leader procedurale, ordinato, quasi amministrativo. Ma Downing Street non è un tribunale e un Paese non si governa soltanto con il rispetto delle regole.
Il suo errore più grande è stato forse credere che la caduta dei conservatori fosse soprattutto una questione morale. Dopo gli scandali, le feste durante il lockdown, il caos economico di Liz Truss e l’usura del potere Tory, Starmer ha puntato tutto sulla restaurazione della sobrietà. Ma gli elettori non cercavano solo un premier più educato. Cercavano risposte su costo della vita, immigrazione, servizi pubblici, identità nazionale, crescita economica.
Quando queste risposte non sono arrivate, la promessa di serietà si è trasformata in un boomerang. Il Labour è sembrato meno un governo del cambiamento e più una versione meno rumorosa dell’esistente. In un Paese già stanco, non era abbastanza.
Gli errori che hanno svuotato Downing Street
La luna di miele con l’opinione pubblica è durata poco. Starmer ha pagato una sequenza di errori politici che hanno alimentato l’immagine di un premier freddo, distante, incapace di leggere il sentimento del Paese.
Il messaggio iniziale, tutto sacrifici e difficoltà, non ha dato agli elettori la sensazione di una svolta, ma quella di un’altra stagione di rinunce. Il taglio dei sussidi per il riscaldamento ai pensionati ha colpito una fascia simbolicamente delicatissima dell’elettorato. Le marce indietro del governo hanno dato l’idea di una macchina incerta. Gli scandali sui regali ricevuti da esponenti laburisti hanno intaccato proprio l’immagine di probità su cui Starmer aveva costruito la sua ascesa.
Poi è arrivato il caso Peter Mandelson, nominato ambasciatore a Washington nonostante un profilo politicamente ingombrante e divisivo. Un passaggio che ha rafforzato l’impressione di un premier prigioniero delle vecchie logiche di Westminster, più attento agli equilibri interni che al messaggio da mandare al Paese.
Il risultato è stato devastante: un leader eletto per archiviare il disordine è finito travolto dal disordine della propria maggioranza.
Burnham, il “re del Nord” pronto alla sfida
Ora il Labour guarda ad Andy Burnham. La sua forza non nasce soltanto dal curriculum, ma dal posizionamento. Burnham ha costruito negli anni un profilo da uomo del Nord, vicino ai territori, capace di parlare a un elettorato operaio e popolare che il Labour ha spesso dato per scontato e che invece ha perso pezzo dopo pezzo.
Ex ministro, ex sindaco di Greater Manchester, Burnham incarna una forma di laburismo meno tecnocratica e più identitaria. È meno Londra e più Manchester. Meno corridoi di Westminster e più piazze, trasporti locali, servizi, comunità. Proprio per questo, dentro il Labour, viene visto da molti come l’uomo capace di ricucire il rapporto con quella parte del Paese che si è sentita abbandonata tanto dai conservatori quanto dalla sinistra metropolitana.
Ma la strada non sarà semplice. Burnham erediterà un partito spaventato, un governo logorato e un Paese in cui Nigel Farage e Reform UK hanno già intercettato molta della rabbia anti-sistema. Cambiare volto a Downing Street non basterà se non cambierà anche la sostanza della proposta politica.
Dieci anni dopo Brexit, Londra resta instabile
La coincidenza temporale è quasi crudele. Le dimissioni di Starmer arrivano alla vigilia del decennale del referendum sulla Brexit. Dal 2016 a oggi, il Regno Unito ha visto passare una serie impressionante di premier: David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak, Keir Starmer. Ora potrebbe toccare ad Andy Burnham.
La Brexit avrebbe dovuto restituire sovranità, controllo, decisione. Ha invece aperto una lunga stagione di fragilità politica. Non perché ogni crisi britannica dipenda meccanicamente dall’uscita dall’Unione europea, ma perché quel voto ha rivelato fratture profonde: tra Londra e provincia, tra Nord e Sud, tra élite e classi popolari, tra apertura globale e richiesta di protezione.
Starmer non è caduto per la Brexit in senso stretto. È caduto perché non ha saputo dare una risposta politica al Paese che la Brexit ha lasciato dietro di sé. Un Paese nervoso, impoverito, disilluso, che non si accontenta più della gestione ordinata del declino.
Il fallimento del “meno peggio”
La parabola di Starmer lascia una lezione durissima al Labour e, più in generale, a tutta la politica occidentale: non basta vincere perché l’avversario è esausto. Non basta presentarsi come l’alternativa seria al caos. Non basta essere “quelli che non sono gli altri”.
Starmer ha conquistato Downing Street anche grazie al collasso dei conservatori. Ma una volta al governo non è riuscito a trasformare quella vittoria in una missione. Ha amministrato il potere più che abitarlo. Ha corretto, contenuto, frenato. Ma non ha acceso.
Burnham, se sarà lui il successore, dovrà partire da qui: da un partito che ha scoperto quanto rapidamente una maggioranza enorme possa diventare politicamente fragile. E da un Regno Unito che, dieci anni dopo Brexit, continua a cercare un leader capace non solo di occupare Downing Street, ma di spiegare al Paese dove vuole portarlo.
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Rita Galimberti
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