Non un delitto comune, ma un’azione condotta da uomini appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani. È questa la convinzione espressa dalla Procura di Roma durante la requisitoria al processo per il rapimento, le torture e l’uccisione di Giulio Regeni, il ricercatore italiano trovato senza vita al Cairo nel febbraio del 2016. Nell’aula bunker di Rebibbia, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha ripercorso le tappe dell’inchiesta davanti ai familiari di Regeni, presenti anche in questa udienza, sottolineando come il procedimento rappresenti una ricerca di verità contro anni di silenzi e depistaggi. Al termine della requisitoria, ha chiesto un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione per gli 007 egiziani imputati.
“Gli abbiamo dato il colpo di grazia”
Tra i passaggi più forti della requisitoria, Colaiocco ha richiamato una frase attribuita ai responsabili delle violenze. “‘Gli abbiamo dato il colpo di grazia’; in queste parole c’è tutta l’arroganza del potere e la certezza di chi pensa di non dover mai rispondere delle proprie azioni”. Secondo il magistrato, il processo non riguarda soltanto la soppressione di una vita umana, ma la pianificazione sistematica di violenze su una persona completamente indifesa. Qui si giudica l’esercizio metodico, organizzato e deliberato della violenza. Regeni fu collocato in uno spazio privo di difese, di controlli e di limiti. E a fare tutto questo non furono criminali comuni né uomini della malavita, ma appartenenti agli apparati dello Stato egiziano”.
Un processo contro il silenzio
Nel corso dell’intervento, il procuratore ha attribuito al procedimento anche un importante valore simbolico. “Senza l’intervento della magistratura italiana questa vicenda sarebbe stata consegnata all’oblio”. Secondo Colaiocco, il processo ha rappresentato una risposta alle omissioni e alle resistenze incontrate durante le indagini. “È stato un processo contro il silenzio, contro le menzogne e contro i tentativi di cancellare le tracce di quanto accaduto. I fatti avrebbero dovuto essere accertati in Egitto, ma questo non è avvenuto. Ci siamo trovati di fronte a un sistema opaco di ingiustizia”.
Chi era davvero Giulio Regeni
La Procura ha poi evidenziato la necessità di comprendere il contesto nel quale il ricercatore operava al Cairo, respingendo le ricostruzioni che negli anni hanno cercato di gettare ombre sulla sua figura. “Bisogna comprendere il metodo di ricerca di Giulio e il contesto nel quale era inserito. Occorre sgomberare il campo da ipotesi costruite artificiosamente per offuscare la sua immagine e allontanare la verità”.
Esclusa la pista dell’intelligence britannica
Uno dei punti centrali della requisitoria riguarda la cosiddetta “pista inglese”, secondo la quale Regeni avrebbe avuto rapporti con i servizi segreti del Regno Unito. Per la Procura, dopo anni di verifiche, questa ipotesi non trova alcun riscontro. “Tutti gli elementi raccolti sono stati approfonditi e analizzati in ogni direzione possibile. Oggi possiamo affermare che non è emerso alcun elemento utile che colleghi Giulio Regeni ai servizi di intelligence britannici”. Il magistrato ha precisato che sono stati esaminati anche i rapporti accademici con la docente di Cambridge Maha Abdelrahman e le presunte relazioni della professoressa con ambienti della Fratellanza Musulmana o dell’intelligence inglese. “Tutte queste ricostruzioni sono rimaste sul piano della mera illazione. Non esiste alcuna prova che Giulio Regeni fosse una spia”.
Le torture documentate dalle perizie italiane
Durante la requisitoria sono state mostrate le immagini delle Tac effettuate dagli specialisti incaricati dalla Procura, che hanno ricostruito nel dettaglio le violenze subite dal ricercatore. Secondo gli esperti, il corpo di Regeni presentava segni compatibili con una lunga serie di torture inflitte nell’arco di diversi giorni. “Pugni, calci, bastonate, trascinamento del corpo e colpi alle piante dei piedi. Le lesioni riscontrate coincidono con tecniche di tortura ampiamente documentate dalla letteratura internazionale”. Colaiocco ha parlato di un quadro clinico devastante. “Ogni parte del corpo racconta una diversa modalità di sevizia. Ogni lesione testimonia una fase distinta dell’accanimento. Non si tratta di semplici percosse ma di un metodico processo di annientamento”. Secondo la ricostruzione accusatoria, Regeni sarebbe stato torturato ripetutamente tra il 25 gennaio e il 1° febbraio 2016. “È stato interrogato, picchiato, lasciato sopravvivere e nuovamente sottoposto a torture per giorni”.
Il contrasto con l’autopsia egiziana
La Procura ha inoltre evidenziato le profonde differenze tra gli accertamenti eseguiti in Italia e quelli effettuati dalle autorità egiziane. L’autopsia svolta al Cairo aveva ipotizzato una morte compatibile con un incidente stradale e individuato una sola frattura. Gli esami condotti dagli specialisti italiani hanno invece documentato circa venti fratture, tra denti e strutture ossee. “Quella egiziana è stata un’autopsia orientata”, ha affermato Colaiocco, sottolineando come le conclusioni raggiunte dagli esperti italiani raccontino una realtà completamente diversa.
“Il regime ha protetto i responsabili”
Nella parte finale della requisitoria il procuratore ha puntato il dito contro le autorità egiziane. “Il regime non ha voluto indagare fino in fondo. Ha scelto di proteggere gli aguzzini e di non chiamare a rispondere i propri funzionari per le atrocità commesse”. Per la Procura, i depistaggi e gli ostacoli incontrati nel corso degli anni rappresentano un ulteriore elemento che confermerebbe la volontà di impedire l’accertamento della verità.
A oltre dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, il processo in corso a Roma continua così a rappresentare uno dei più complessi e delicati casi giudiziari internazionali affrontati dalla magistratura italiana, nel tentativo di fare luce sulle responsabilità legate al sequestro, alle torture e all’uccisione del giovane ricercatore friulano.
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redazione@ilgiornale-web.it (Roberta Damiata)
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