Secondo alcune leggende, se riesci a vedere l’origine dell’arcobaleno, lì c’è un tesoro
nascosto. E io, in questa avventura, ne ho visti davvero tanti di arcobaleni, ma uno
non lo dimenticherò mai: nel deserto del Sahara, era doppio e sono riuscito a vedere il
punto in cui nasceva, l’attaccatura alla terra.
Con il progetto social Dot_travelpic ho scelto di lasciare la mia vita professionale da
filmmaker e regista per conto degli altri e di esaltare i miei valori: l’amore per la terra
gli animali e la natura. Questa scelta è stata rafforzata anche dalla scoperta di avere
una sindrome autoimmune cronica, il mio corpo purtroppo è più fragile, ma la
motivazione di vivere la vita che voglio è diventata più forte! Ho viaggiato sette mesi
e percorso 10.000 km fuori e dentro di me!
Ho prodotto una serie televisiva di nove puntate raccontando tutta l’avventura,
STRADE LIBERE, andata in onda su diverse TV locali importanti italiane,
TELECUPOLE, TELEUNIVERSO E LaC TV, parallelamente ho creato una
comunità social appassionata.
Esplorare il mondo e raccontarlo è stato quindi per me un salto nel vuoto che ha
preso forma passo dopo passo, reso possibile anche grazie all’aiuto e al sostegno di
tante persone che mi hanno seguito online e aiutata sia moralmente che
economicamente sponsorizzando l’iniziativa.
Sono partita con tanti timori: la sicurezza, la distanza, la salute, il confronto con una
cultura diversa, il timore di non essere capita o di non capire. Eppure, proprio
superando queste paure, ho scoperto quanto il viaggio dimensioni dell’ego umano.
Viaggiare distruggere la convinzione che il proprio Paese sia il migliore, che la propria
cultura sia quella “giusta”, che il proprio modo di vivere sia l’unico possibile.
Ho scelto il Marocco perché è un Paese vicino a noi umanamente: milioni di italiani
convivono ogni giorno con cittadini marocchini. Volevo capire chi fossero davvero,
da dove partissero, quali fossero le loro tradizioni e la loro mentalità, andando oltre i
pregiudizi ei racconti degli altri.
Ho scoperto un popolo accogliente, umano e profondamente orgoglioso della propria
terra.
Il Marocco è “la terra dei contrasti”: temporali, culturali, ambientali ed economici.
Come scrive lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, un Paese sospeso tra mondi
diversi: puoi vedere un carro trainato da un asino accanto a un’auto elettrica, donne
completamente coperte accanto a ragazze in minigonna, città modernissime vicino a
baraccopoli estreme, la neve e poco dopo il caldo cocente del deserto. Anche la
popolazione riflette questa complessità: convivono infatti Amazigh (Berberi),
popolazione autoctona nordafricana, e Arabi arrivati con l’espansione islamica. Oggi
il Marocco è per oltre il 90% musulmano, e ancora sento le moschee riecheggiare
preghiere nei microfoni e le persone chine sui marciapiedi dedite a pregare.
Nel Nord del paese, più influenzato culturalmente dagli Arabi, l’atmosfera è più
veloce e urbana. Nel Sud, invece, dove la presenza Amazigh è più forte, ho trovato
un’energia completamente diversa: più calma, più silenziosa e incredibilmente
umana.
Ho vissuto episodi di gentilezza che non immaginavo: persone che mi hanno ospitato
senza chiedere nulla in cambio e protetta semplicemente perché ero una viaggiatrice
lontana da casa.
La comunicazione non è stata semplice. In Marocco si parla principalmente arabo e
francese, mentre l’inglese è poco diffuso. Anche i gesti hanno significati
completamente diversi dai nostri e spesso era difficile capirsi. Ma quando sei lontano
da casa non cerchi una lingua comune, tanto meno la bellezza o il potere. Cerchi
trasparenza e autenticità. Cerchi occhi sinceri che ti facciano sentire al sicuro.
Viviamo in una società basata sull’apparenza, sul potere e sul possesso, mentre forse
basarci molto di più sulla bontà. In viaggio questa differenza mi è stata
chiarissima.
La cucina marocchina è considerata da molti chef internazionali una delle più ricche e
complete al mondo. Ho preparato piatti tipici insieme a una donna Amazigh, ho
bucato una ruota nel deserto e mi sono ritrovata ospite di un uomo che mi ha aiutato,
così ho conosciuto la famiglia come la intendono loro: una grande mamma, 10 figli e
una trentina di nipoti tutti sotto lo stesso tetto.
Pagamenti in contanti, zero videocamere, sigarette vendute singolarmente, ricariche
telefoniche ancora “da grattare”, botteghe, antichi mestieri, poco internet, case di
terra e paglia tanta semplicità e una sensazione di libertà che in Europa adesso
sogniamo. .
Un euro vale circa dieci dirham, la moneta marocchina. E mentre il cibo costa
davvero poco — mi è capitato di mangiare un pasto completo con soli 20 centesimi
— i beni secondari, come scarpe, vestiti e automobili, costano quasi quanto in
Europa.
Ed è proprio qui che nasce il più grande contrasto: il Marocco è una terra ricca di
risorse, ma con uno stipendio medio di circa 2000 dirham al mese, ovvero circa 200
euro, per molte persone vivere diventa difficile. Ecco perché tanti marocchini cercano
fortuna altrove, nella speranza di costruire una vita con maggiori possibilità.
Non ho mai avuto problemi di sicurezza. Oltre a fidarmi del mio intuito, il Marocco
è molto controllato e il turista è fortemente tutelato.
La parte più difficile del viaggio è stata invece confrontarmi con alcune realtà legate
agli animali. La carne viene spesso macellata sul momento, davanti al cliente. Una
scena forte, ma che ti obbliga a guardare in faccia la realtà del cibo e il sacrificio
animale che spesso in Europa nascondiamo dietro confezioni perfette.
Un altro tema delicato è quello del randagismo. In Marocco ci sono moltissimi cani
randagi, spesso malati o in difficoltà. I gatti vengono generalmente rispettati e
accuditi, mentre la situazione dei cani resta problematica. Con l’avvicinarsi dei
Mondiali del 2035 esiste il timore che il fenomeno venga gestito in modo drastico. È
una situazione che meriterebbe attenzione e tutela internazionale.
Con il camper ho attraversato il Paese dall’interno, lontano dai circuiti turistici
classici. Ho dato da mangiare alle scimmie, visto capre camminare sugli alberi, e
dromedari correre liberi. Paesaggi naturali indimenticabili, laghi turchi nel deserto
nero del Sahara, ho guidato dentro le gole altissime dell’Alto atlante, girato tra le
caotiche medine e gli infiniti suk, ascoltato tante storie. Viaggiare significa uscire dai
pregiudizi, dal razzismo e dalla chiusura mentale. Significa capire che il mondo è
molto più grande delle nostre convinzioni e io non smetto di esserne grata.
Comunicato stampa

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